Il maestro sprona al «desiderio del mare aperto», non si sofferma sulla noia del particolare slegato dal desiderio di navigare. Se si togliesse la brama del navigare, per quale motivo si dovrebbe faticare a tagliare la legna per costruire la barca? E ancora, come si può educare qualcuno intimorendolo, facendogli pensare che nella vita bisogna avere soltanto paura? Che cosa possiamo dare a noi stessi e che cosa ai nostri figli, alle persone cui vogliamo bene, se non il bello e il vero che incontriamo? I divi idolatrati, invece, presentano sé come la soluzione.

 

Il trionfo della leggerezza dell’essere e del pensiero debole

Solo apparentemente questo modello umano di divo idolatrato proposto dai mass media contemporanei si contrappone alla cultura intellettuale che ha caratterizzato il secolo ventesimo. Un uomo non impegnato con il reale, in apparenza  solare, che non sente il peso della vita e delle difficoltà è, forse, la conseguenza dell’insostenibilità di una visione della vita e del mondo assurda, deprivata del suo significato e di un senso. La leggerezza dell’io è l’altra faccia della medaglia dell’insostenibile pesantezza di una realtà divenuta incognita, inconoscibile, carcere tetro e ragnatela che impedisce di evadere. La leggerezza dell’essere è conseguenza dell’incapacità a reggere un rapporto vero con la realtà, che è diventata insopportabile, una volta che si è fatto fuori il Mistero, il Creatore, il Destino, una volta che si è soli e che ci si percepisce soli. L’uomo leggero, così come è veicolato dai mass media, non comunica davvero, non si mette in relazione con gli altri, è autonomo, non ammette responsabilità, non si prende cura degli altri, ma solo di se stesso. O così almeno crede.

La leggerezza dell’essere è l’altra faccia della medaglia della pesantezza dell’essere. Se è difficile o addirittura impossibile sostenere l’uomo e la sua speranza, allora è preferibile scordarsi dell’uomo e della sua domanda. Infatti, una volta persa la chiave di accesso al reale, questo non è più affrontabile. Quando non si guarda più in profondità la realtà con lo stupore del bambino, quando la realtà non è più segno di Altro e possibilità di inoltrarsi in un senso, allora l’unica possibilità è escludere il reale ed evadere in un mondo che non ha problemi. Crediamo che sia questa una delle possibili interpretazioni del desiderio della cultura contemporanea di non sottostare al reale, ma di creare col pensiero (l’esito è l’ideologia) o di evadere in mondi virtuali e immaginari.

Commenta questo Articolo