In occasione del Meeting di Rimini edizione 2013 (domenica 18 agosto-sabato 24 agosto) dal titolo EMERGENZA UOMO proporremo la lettura  quotidiana di una parte del libro “Che cos’è mai l’uomo, perchè di lui te ne curi? L’io, la crisi, la speranza” che mette a tema la  crisi dell’uomo nella contemporaneità e la speranza da cui si può ripartire. Oggi proponiamo una riflessione sull’epoca dei divi e sul trionfo del pensiero debole.


Epoca di divi, non di maestri

La crisi culturale è, inevitabilmente, anche una crisi educativa e assume oggi proporzioni molto ampie. Si assiste, infatti, ad una parcellizzazione del sapere, ad un affrancamento delle discipline dal Mistero, dal significato totale. Nel sistema culturale moderno, nel paradigma culturale relativistico dominante, ogni pezzo del puzzle è percepito come slegato dal disegno complessivo da costruire. Nell’epoca contemporanea si dispongono di tanti pezzi del puzzle, più che in epoche come il Medioevo, ci sono più nozioni, più discipline, ma non si dispone del disegno da ricomporre, anzi si nega che questo esista. Che ce ne facciamo allora di tanti pezzi di un puzzle? Paradossalmente in questa situazione l’aumento delle informazioni potrebbe creare sempre  più confusione, come se in una stanza aumentasse il numero degli oggetti, ma non si disponessero in ordine o non crescesse lo spazio in cui disporli. Quando offriamo ad un bimbo o ad un ragazzo i pezzi di un puzzle, se desideriamo che lui possa utilmente sfruttarli, dobbiamo anche offrirgli l’immagine da ricostruire. Solo allora, probabilmente, il bambino sarà messo in azione nella speranza di poterlo ricomporre. Nel mondo della scuola, ad esempio, spesso, gli insegnanti si pongono come informatori che forniscono delle nozioni, ma si disinteressano totalmente del compito educativo, che richiede il legame tra il particolare presentato e il tutto, ovvero il suo significato. Fornire ai ragazzi più pezzi del puzzle non servirà loro a capire maggiormente la realtà, nel caso in cui manchi l’immagine da ricostruire.

Nella società abbiamo davanti a noi molti idoli, che mostrano non la verità e la bellezza, ma se stessi come risposta al bisogno e alle domande dell’uomo. Gli idoli non sono compagnia nel cammino dell’esistenza. Se lo fossero, mostrerebbero tutta la loro inconsistenza. Gli idoli sembrano affascinare per la loro presunta autonomia, per l’autosufficienza, come se fossero in grado di darsi la felicità da soli. L’uomo autentico, il giovane come l’adulto, percepisce che non ha bisogno di idoli, ma di maestri. Oggi è sempre più necessaria la presenza di maestri. Il maestro, colui che guida e che è autorevole, non rimanda mai a sé come risposta ai problemi della vita, ma comunica altro, indirizza al bene e conquista gli altri proprio perché non avvinghia a sé.

 

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