Noi moderni, ovvero coloro che i posteri chiameranno antichi

Ogni epoca lascia di sé ai posteri delle vestigia, delle impronte, più o meno riconoscibili, dei veri e propri monumenti nel senso etimologico del termine, cioè qualcosa che possa o che meriti di essere ricordato. Ma come sappiamo non tutti i monumenti hanno la stessa durata nel tempo. Vi sono quelli che resistono per centinaia e centinaia di anni alle intemperie e, qualora vengano parzialmente distrutti, sono poi nel tempo recuperati e restaurati, perché anche i posteri vi riconoscono un valore e un pregio. Ci sono monumenti, però, che vivono nello spazio di una generazione o al più di una vita umana, perché vengono distrutti dalle stesse mani dell’uomo, prima che l’azione del tempo agisca con la sua azione di usura lenta, ma inesorabile. Non tutto ciò che ha lasciato un’epoca è davvero monumento e merita la conservazione. Monumenti di un’epoca sono ciò che l’ha caratterizzata e che l’ha definita. Un extraterrestre che giungesse sulla Terra in questi anni di inizio del terzo millennio vedendo i programmi televisivi e leggendo i romanzi di oggi, i rotocalchi, le riviste e i quotidiani si farebbe immediatamente un’immagine dell’uomo, quell’immagine di uomo ideale che viene veicolata dalla struttura massmediatica odierna, coincidente, spesso, con il personaggio di successo. In un certo senso in ogni epoca il personaggio ideale è considerato quello che si afferma più distintamente. Oggi, però, merita la copertina colui che guadagna di più o fa più scalpore o audience, magari attraverso comportamenti volutamente sopra le righe, oppure calciatori e veline, cantanti che denunciano la propria depressione o la propria dipendenza dalle droghe, ragazzi che ostentano la propria ignoranza e la propria subcultura durante trasmissioni televisive. Tutto ciò oggi sembra andare di moda ed attrarre. Non è, però, l’esito casuale di un frangente storico, ma cifra distintiva di una nuova cultura o meglio pseudocultura. Oggi giorno giudizi su eventi storici o cambiamenti epocali sono affidati alla verbosità e all’irruenza dei talk show e delle trasmissioni televisive di maggior successo piuttosto che alla riflessione e alla ragionevolezza di chi, in maniera autorevole, parla a nome di un popolo. Pensiamo al ruolo che un secolo fa rivestiva la figura del poeta, considerato come interprete di un’epoca e di una civiltà, autorevole giudizio nelle circostanze storiche tragiche. Pensiamo al fatto che nel 1911 il discorso di Pascoli sulla conquista di Libia veniva scritto e volantinato ai soldati. Non si vuole certo qui parlare del valore morale o politico di un documento che manifesta una certa ingenuità nelle ragioni politiche, ma, casomai, si desidera sottolineare l’autorevolezza che godeva allora la figura del poeta. Dopo un secolo, oggi, pochi conoscono i nomi dei poeti, degli artisti e degli intellettuali contemporanei.

La disputa tra gli antichi e i moderni

Ogni epoca si è sempre considerata moderna, troppo moderna per il passato. «Ogni generazione si crede destinata a rifare il mondo» scrive A. Camus, romanziere e filosofo francese (1913-1960), premio Nobel per la letteratura nel 1957. Questa affermazione trova profondo riscontro nella Modernità, ovvero dal secolo XVI in avanti, quando si iniziò a mettere in discussione la forza della tradizione e prese avviò la disputa tra gli Antichi e i Moderni. Ora, non si tratta di ribaltare la posizione modernista avallando acriticamente la superiorità del passato, non si tratta evidentemente di sostenere l’adagio secondo il quale si stava meglio una volta o di assecondare la mentalità antiquata che tende a escludere il moderno e il progresso in nome di quanto non c’è più. La disputa tra antichi e moderni (la cosiddetta querelles des ancients et moderns) non è figlia del nostro secolo o del Novecento, ma è figlia della Modernità, si avvia già nel Cinquecento e trova poi la sua massima espressione proprio nel Seicento. In questo secolo famosa fu l’immagine diffusa del «nano sulle spalle dei giganti». L’epoca precedente poteva pur essere superiore a quella contemporanea, ma l’uomo moderno partiva dalle acquisizioni e dai risultati che i giganti del passato avevano consegnato loro. Così, pur se nani, i moderni sulle spalle dei giganti del passato vedono più lontano. Tra le differenti posizioni espresse tra quanti sostenevano la superiorità del passato e chi propendeva senza dubbi per il presente merita un’attenzione particolare la convinzione dello scrittore francese Bernard Le Bovier Fontenelle (1657-1757). Per lui il passaggio del tempo comportava quasi sempre un miglioramento tecnologico e scientifico, ma non necessariamente un’evoluzione nel campo delle arti. Concordiamo con questa opinione e, nel contempo, la integriamo affermando che evoluzione scientifica non coincide con progresso umano e dell’umano. Perché dovremmo considerare il condottiero di ventura, stratega militare prezzolato per la propria perizia bellica e assoldato dalle città più ricche, come espressione più alta dell’uomo rispetto al cavaliere, che non combatteva per sé, ma per i deboli, le donne, il signore, la patria, la cristianità? Perché dovremmo preferire il Gattamelata, rappresentato con una statua equestre nella piazza del Santo a Padova, a Tristano o a Lancillotto o a Perceval? O ancora perché si dovrebbe anteporre Francesco Bussone detto anche il Conte di Carmagnola a s. Francesco o a un’altra delle tante figure  di santi che coronano il Medioevo? Nella prospettiva spesso antistorica che caratterizza la Modernità si confonde facilmente l’evoluzione scientifica con la crescita umana in un’ambiguità che sostituisce l’uomo e l’io con l’umanità e il progresso. In questa confusione di fondo il progettista e l’ingegnere che costruiscono in maniera funzionale possono facilmente essere considerati superiori all’architetto medioevale e rinascimentale, anche se è palese per tutti che oggi non esistano più un Michelangelo o un Bernini o un  Borromini. Ma se è vero che dai frutti si conosce l’albero è altrettanto vero che dal confronto tra le opere odierne e quelle del passato dovremmo dedurre l’albero della cultura che li ha partoriti. Può sembrare una constatazione ovvia, questa, su cui, però, non ci si sofferma mai a sufficienza.

Ora, più che schierarci in maniera sterile dalla parte degli antichi o dei moderni, ci sembra importante constatare che non si possa assumere una posizione antistorica che non tenga conto del tempo in cui si viva e, nel contempo, non si possa trascurare quali siano la vera natura dell’uomo, la sua domanda e la sua urgenza di risposte soprattutto in un’epoca in cui tutto congiura a tacere dell’uomo, come scrisse il poeta R. M. Rilke (1875-1926).

Per capire meglio, però, quest’evoluzione o involuzione del concetto di uomo, per cogliere la drammaticità del contesto in cui viviamo è doveroso analizzare e descrivere il rapporto dell’io con la realtà nella contemporaneità.

Per questoapprofondiremo nei prossimi capitoli l’uomo nella Modernità, soffermandoci sulla coscienza che ha di sé.

 

 

 

 

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