Emergenza educativa
TECNICA DELLA SCUOLA. Perché studiare il Latino? PDF Stampa E-mail

Risultati immagini per ciceroneIl giornalista e scrittore Giovanni Fighera sul settimanale “Tempi” ha analizzato a cosa serva studiare ancora oggi il LATINO.

Nello specifico sono 5 i motivi secondo Fighera a determinare l'importanza dello studio di questa lingua tanto affascinante quanto complessa:

AIUTA A COMPRENDERE LA REALTA’ 

SVILUPPA LA LOGICA 

AIUTA A CONOSCERE LE PROPRIE RADICI 

ILLUMINA IL LINGUAGGIO E LE PAROLE 

PERMETTE DI CONOSCERE I GRANDI AUTORI DEL PASSATO 

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L'IO E LA CRISI DELLA MODERNITA' 24- La profezia di Tocqueville. E la speranza che fa ripartire PDF Stampa E-mail

Risultati immagini per monachesimo originiIl percorso sulla contemporaneità è giunto ormai al termine. Nella prima parte abbiamo evidenziato la condizione di solitudine e di disagio dell’uomo odierno. Quell’individualismo che nel Settecento illuministico era presentato come fine dell’affrancamento dell’uomo dalla superstizione religiosa e dalle false autorità del passato appare sempre più come esito nefasto di una società che fatica a sollevarsi, ad aiutare il più debole, a collaborare per uno sviluppo buono e comune. La conseguenza di un individualismo vissuto nella tranquillità e nella finta pace domestica, che non considera l’altrui miseria e sopravvive nella dimenticanza di una giustizia per gli altri, è il disinteresse per l’ambito pubblico e per la politica. L’individualismo corrisponde così ad una torre d’avorio isolata che può prosperare solo fino a quando non arriveranno le «truppe degli invasori» scontenti. 

Già nell’Ottocento il saggista francese Alexis C. de Tocqueville (1805-1859) aveva anticipato gli esiti di questa posizione: «Una società in cui gli esseri umani si riducono nella condizione di individui "rinchiusi nei loro cuori" è una società in cui pochi vorranno partecipare attivamente all’autogoverno. La maggioranza preferirà starsene a casa e godersi le soddisfazioni della vita privata, almeno fintantoché il governo in carica, qualunque sia, produce i mezzi di queste soddisfazioni, e ne fa larga distribuzione». Tocqueville chiama questo nuovo dispotismo «morbido», «mite e paternalistico». «Non sarà una tirannia del terrore e dell’oppressione, come nel tempo andato». In maniera profetica Tocqueville ha descritto alcuni aspetti della contemporaneità. Il declino della partecipazione, il disinteresse per la politica, lo statalismo che dissolve il valore delle associazioni e della sussidiarietà pongono la persona sola «di fronte al gigantesco Stato burocratico» e si verifica l’alienazione dalla sfera pubblica. Si accentua il circolo vizioso dell’individualismo narcisistico che si è costruito la dimora dorata in cui coltivare il proprio orto e assaporare le proprie ricchezze.

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L'IO E LA CRISI DELLA MODERNITA' 23- La cultura è il radicamento nella tradizione PDF Stampa E-mail

Risultati immagini per millet angelus e lavoro dei campiRiflettiamo brevemente sull’etimo della parola «cultura». Il fascino di una parola risiede, infatti, nel fatto che essa descrive una storia, racconta una parte dell’avventura umana: non a caso il vocabolo «parola» deriva da «parabola», ovvero racconto. Il verbo latino colo, che è alla base della parola «cultura»,  sottolinea e descrive il passaggio dell’uomo dalla condizione nomade a quella sedentaria. Il verbo significa «coltivare», «abitare», «venerare». Un popolo che diventa sedentario ha imparato a coltivare la terra, la abita e venera le divinità del luogo.

Nel termine «cultura» risiede questo radicamento nelle proprie origini e nella propria terra, senza il quale non è possibile crescere e dare frutti. Da questo radicamento scaturisce la possibilità di trarre linfa vitale, ovvero la possibilità di germogliare, di crescere nel fusto e di dare frutti buoni. Capiamo allora che la cultura non ha a che fare con la conoscenza di tante componenti della realtà, ma deriva da un passato (il terreno in cui siamo cresciuti, la tradizione) e si apre ad una domanda sul presente e sul futuro. La parola «cultura» coinvolge non solo la sfera della materialità (l’aspetto fisico, concreto, pragmatico dell’uomo), ma anche la componente religiosa, include la questione dell’uomo e del suo rapporto con il destino, ovvero le grandi domande dell’uomo. Potremmo anche affermare che il fenomeno culturale si traduce in una capacità di giudizio sul presente e sulla realtà e in un’ipotesi e in una speranza sul futuro radicata nel presente. Un’incursione nella cultura e nell’arte mondiali farebbe emergere fin da subito il loro carattere religioso e metafisico.

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L'IO E LA CRISI DELLA MODERNITA' 22- Un nuovo umanesimo fondato su fede e ragione PDF Stampa E-mail

Risultati immagini per fede e ragionePer la prima volta dopo duemila anni, come scrive già C. Peguy (1873-1914) nell’Ottocento, si nasce oggi in un ambiente che non è più cristiano. Si è voluto realizzare l’uomo nuovo senza Dio, si è proposto un umanesimo che ponesse l’uomo sul piedistallo al posto di Dio. Non che quest’ultimo sia stato apertamente negato, ma è stato confinato nell’ambito del privato. Il grande filosofo russo contemporaneo N. A. Berdjaev (1874-1948) si è espresso al riguardo: «L’affermazione dell’individualità umana presuppone l’universalismo; lo dimostrano tutti i risultati della cultura e della storia moderna nella scienza, nella filosofia, nell’arte, nella morale, nello Stato, nella vita economica, nella tecnica, lo dimostrano e lo provano con l’esperienza. È provato e dimostrato che l’ateismo umanistico porta all’autonegazione dell’umanesimo, alla degenerazione dell’umanesimo in antiumanesimo, al passaggio della libertà in costrizione. Così finisce la storia moderna e incomincia una storia diversa che io per analogia ho chiamato nuovo Medioevo. In essa l’uomo deve di nuovo legarsi per raccogliersi, deve sottomettersi al supremo per non perdersi definitivamente».

Nella prima parte del percorso sulla crisi epocale cui oggi assistiamo abbiamo cercato di sorprendere le caratteristiche del mondo contemporaneo e di una cultura che sembra sempre più congiurare a nascondere o a censurare la natura più propriamente umana. Nella seconda parte abbiamo evidenziato il cammino dell’uomo nella storia e l’evoluzione della sua consapevolezza di essere creatura a immagine e somiglianza di Dio, il mutamento del rapporto di appartenenza dell’uomo al proprio popolo, alla propria tradizione. Nell’epoca moderna la crisi dell’appartenenza e l’intensificarsi dell’individualismo hanno portato da un lato ad una percezione sempre più diffusa della solitudine, dall’altro alla dimenticanza della tradizione e della cultura. Da dove può nascere la speranza? Nella terza parte l’attenzione si è spostata sull’uomo e sulla sua natura, sullo stupore e sul desiderio che desta la realtà, se guardata con occhio limpido e scevro da pregiudizi. Allora l’uomo si sorprende bambino, bisognoso di un abbraccio e di qualcuno che lo possa perdonare e salvare. Solo i malati hanno bisogno del medico, ovvero solo l’uomo che chiede di essere sanato e salvato può davvero incontrare la salvezza. L’uomo ha bisogno di porsi la domanda sul destino con la speranza che qualcuno possa dare risposta alla propria inquietudine. Non si può censurare la natura «di questo essere enigmatico che racchiude in sé la nostra esistenza per natura gioconda, ma oltre natura misera e dolorosa. È ben comprensibile che il suo mistero formi l'alfa e l'omega di tutti i nostri discorsi e di tutte le nostre domande, dia fuoco e tensione a ogni nostra parola, urgenza a ogni nostro problema». Così lo scrittore tedesco Thomas Mann (1875-1955) descrive il mistero dell’uomo. Eppure, la cultura in cui viviamo tende ad obnubilare questa tensione dell’uomo a capirsi e a trovare una risposta.

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Quella domanda di felicità tra i giovani PDF Stampa E-mail

Risultati immagini per felicità ricercaChe cosa cercano i giovani al sabato sera, quando passano da un locale all’altro, quando si «sballano» tra alcol, droga e musica assordante? Forse non saprebbero rispondere in maniera precisa, forse non saprebbero rispondere a questa domanda neanche quegli adulti che li censurano senza chiedersi che cosa stia al fondo di quel comportamento. 

Durante un’ora di lezione, ad inizio anno, ho chiesto ai ragazzi quali fossero le loro aspettative sulla vita, i desideri più profondi nelle loro giornate. Le risposte furono le solite: laurea, carriera, lavoro, ragazza. Allora chiesi loro se non fosse più bello desiderare di essere felice, bramare la felicità sempre e ovunque, rispettando tutta l’ampiezza del loro desiderio.

Quando mi capita di chiedere agli studenti: «Perché ci si alza al mattino? Qual è la cosa per voi più importante della vita? Qual è la cosa che desiderate di più, il fuoco che arde quando vi muovete nelle vostre tante attività?», raramente mi accade di sentir nominare la parola «felicità». È un termine censurato, innominabile. I giovani, a diciotto anni, non possono già aver rinunciato alla ricerca della felicità. Spesso, però, i loro discorsi rivelano come la domanda sia già stata rimpiazzata da risposte recuperate dal mondo degli adulti, in cui raramente si discute della felicità. Anzi, spesso sono gli stessi adulti che mettono subito a tacere le domande dei figli, come se fossero inopportune e adolescenziali.

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L'IO E LA CRISI DELLA MODERNITA' 17- L'ILLUMISTA FRANCESE ALL'ATTACCO DELLA TRADIZIONE PDF Stampa E-mail

Risultati immagini per illuminista franceseIl Settecento è secolo di grandi cambiamenti, di significative trasformazioni, di uno sviluppo scientifico e tecnologico che sfocia nella prima rivoluzione industriale. Impossibile è, qui, sintetizzare la complessità delle sollecitazioni filosofiche e culturali che hanno, poi, influenzato in maniera determinante i secoli successivi. È bene premettere che l’Illuminismo assume caratteri differenti in base al retroterra culturale in cui attecchisce. Ci si soffermerà allora su alcuni aspetti dell’Illuminismo francese che riteniamo particolarmente importanti nel nostro discorso relativo al cambiamento della consapevolezza che l’uomo ha di sé.

La Francia è la terra di nascita dell’Illuminismo. Ivi alcuni aspetti della nuova cultura vengono per così dire estremizzati: tra questi la fiducia smisurata nella scienza, nella tecnica, nel progresso, resi possibili grazie all’affrancamento della ragione dallo stato di minorità in cui si trovava fino a quel momento, per usare le parole del più rappresentativo filosofo del secolo Immanuel Kant (1724-1804).

Grazie alla ragione, considerata come ratio sui et universi, ovvero misura di sé e della realtà, sono possibili l’uomo nuovo e soprattutto un’effettiva conoscenza della realtà, la rifondazione del sapere e la nascita di nuovi epistemi. Con profondo senso antistorico l’illuminista francese vede nel passato e nella tradizione il nemico principale da sgominare con tutte le sue superstizioni e i suoi falsi credo in nome di una nuova epoca, fondata su un nuovo umanesimo o, se vogliamo, su una nuova umanità. In questo mondo Dio, se c’è, non c’entra, è relegato nell’Iperuranio filosofico, non interviene nella realtà. L’illuminista francese è, così, per lo più ateo o deista, rifiuta le religioni positive, attacca o contesta apertamente il cristianesimo, il cattolicesimo e la Chiesa. In questo dilagante soggettivismo la religione è concessa come fatto privato, nel silenzio della propria coscienza. 

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