Guido Guinizzelli è considerato unanimemente il maestro del Dolce Stil Novo. Nato a Bologna all’incirca nel 1235, fu giudice nella sua città. Venne, poi, esiliato nel 1274 per motivi politici a Monselice sui Colli Euganei. Di lui si perdono notizie dopo il 1276, segno che, forse, non dovesse più essere vivo dopo quella data. È Dante a immortalarlo come grande maestro del cenacolo letterario stilnovista, pur se l’Alighieri è cosciente che la gloria dell’iniziatore di questa nuova modalità di scrittura poetica è già stata superata da quella di altri letterati.

Proprio nel canto XI del Purgatorio, dove Dante descrive la condizione dei superbi e Oderisi da Gubbio affronta il tema della vanagloria umana, leggiamo: «Credette Cimabue ne la pittura / tener lo campo, e ora ha Giotto il grido, / sì che la fama di colui è scura./ Così ha tolto l’uno a l’altro Guido / la gloria de la lingua; e forse è nato / chi l’uno e l’altro caccerà del nido». Guido Cavalcanti ha superato in perizia e abilità poetiche Guinizzelli e, a sua volta, Cavalcanti è destinato ad essere surclassato proprio da un suo allievo, quel Dante auctor che scrive la Commedia che lo renderà immortale. La fama dei poeti è paragonabile ad un fiato di vento, che viene e va e muta nome solo perché muta il punto da cui spira.

Se nel canto XI del Purgatorio Guinizzelli è portato soltanto ad esempio per spiegare l’aspetto effimero della fama, nel XXVI Dante viator incontra il maestro dello Stil Novo nella settima balza dei lussuriosi, immerso nelle fiamme, simbolo di un amore idolatrato e divenuto valore assoluto, così come nell’Inferno i lussuriosi erano stati definiti come coloro che «la ragion sottomettono al talento». La differenza tra le anime collocate all’Inferno e quelle che procedono in Purgatorio non risiede nell’intensità del male compiuto, ma nel pentimento avvenuto in vita, anche solo un istante prima del trapasso. Se da un lato Dante riconosce il pregio della scrittura di Guinizzelli, dall’altro, però, deve anche ribadire la consapevolezza in lui maturata della pericolosità della posizione poetica asserita nella fase stilnovista e giovanile della sua produzione.

Ci sono pervenute una ventina delle poesie scritte dal giudice bolognese tra cui spicca la canzone Al cor gentil rempaira sempre amore. Nel manifesto del Dolce Stil Novo Guinizzelli afferma che l’amore può prender sede solo in un cuor gentile, ovvero in un animo portato al bene. La vera nobiltà risiede in questa gentilezza d’animo. Amare una donna significa, quindi, voler il bene di lei. Guinizzelli si avvale di una serie di immagini tratte dal mondo della natura e della realtà per spiegare come l’amore possa risiedere solo in un cuore gentile: allo stesso modo gli uccelli cercano il fresco del bosco o il Sole e la luce sono stati creati al contempo o ancora il calore è presente nella luminosità del fuoco o quest’ultimo si trova in cima al candelabro. Il valore della donna ha la facoltà di cambiare solo quei cuori che sono già virtuosi in potenza. I cuori vili, anche di fronte alla bellezza e alla bontà della donna-angelo, rimangono immutati, proprio come il fango rimane privo di valore anche se colpito dal sole.

Nella penultima stanza il poeta mostra il fine del rapporto sentimentale tra uomo e donna con un’ardua similitudine: come i Cieli obbediscono ai comandi delle intelligenze angeliche che, a loro volta, seguono la volontà di Dio, allo stesso modo l’uomo virtuoso, innamorato della sua donna, la imita come per osmosi e, in questo modo, procede verso Dio: «Splende ’n la ’ntelligenzia del cielo/ Deo criator più che [’n] nostr’occhi ‘l sole:/ ella intende suo fattor oltra ’l cielo,/ e ’l ciel volgiando, a Lui obedir tole;/ e con’ segue, al primero,/ del giusto Deo beato compimento,/ così dar dovria, al vero,/ la bella donna, poi che [’n] gli occhi splende/ del suo gentil, talento/ che mai di lei obedir non si disprende». In sintesi, l’amore dell’uomo per la donna amata ha la facoltà di accompagnarlo verso Dio nella vita terrena. L’amato non è il fine dell’esistenza umana, ma la compagnia con cui affrontare il viaggio verso il destino.

La poesia si conclude con una stanza che ci permette meglio di capire perché Guinizzelli sia stato posto tra i lussuriosi in Purgatorio. Il poeta si immagina, una volta morto, di trovarsi dinanzi a Dio che lo rimprovererà di aver scambiato la donna amata per un angelo del Cielo: «Lo ciel passasti e ’nfin a Me venisti/ e desti in vano amor Me per semblanti:/ ch’a Me conven le laude/ e a la reina del regname degno,/ per cui cessa onne fraude». Il poeta allora si potrà discolpare con queste parole: «Dir Li porò: “Tenne d’angel sembianza/ che fosse del Tuo regno;/ non me fu fallo, s’in lei posi amanza”».

Guido Guinizzelli è, quindi, cosciente di non aver sempre trattato la donna amata come pontefice ovvero ponte tra Terra e Cielo, compagna nel cammino verso Dio. Il poeta ha talvolta peccato di idolatria, perché ha scritto e parlato della donna amata come se fosse un bene assoluto, un idolo. Lo stesso Dante, che sta riflettendo in questi canti sulla poesia e sul suo valore, sta ripensando alla sua esperienza poetica giovanile e medita sul fatto che tante volte la donna amata non è stata per lui il ponte per salire verso il Cielo o la compagna di viaggio nel percorso che porta verso Dio.

Per comprendere meglio la figura di Guinizzelli è indispensabile leggere anche il sonetto Io voglio del ver la mia donna laudare che diverrà punto di riferimento per la poesia della loda del Dolce Stil Novo e che sarà imitato da autori successivi come da Guido Cavalcanti in «Chi è questa che vèn, ch’ogn’om la mira» o da Dante in «Tanto gentile e tanto onesta pare». Anche in questo caso per descrivere la bellezza della donna amata il poeta non può far altro che paragonarla a quanto c’è di più bello in natura: la rosa, simbolo dell’amore e della bellezza, il giglio che rappresenta la purezza tanto che la Madonna lo porta in mano nell’iconografia dell’Annunciazione, i colori dei fiori, i gioielli lavorati e pronti per essere regalati, la stella Diana.

Alle due quartine, statiche e descrittive, seguono le terzine improntate a dinamicità e movimento, atte a rappresentare le conseguenze che l’incedere della donna e il suo saluto provocano su chi la incontra: «Passa per via adorna, e sì gentile/ ch’abassa orgoglio a cui dona salute,/ e fa ‘l de nostra fé se non la crede:/ e no ‘lle po’ apressare om che sia vile;/ ancor ve dirò c’ha maggior vertute:/ null’om po’ mal pensar fin che la vede». Di fronte alla bellezza della donna l’uomo desidera essere più buono, non può avere cattivi pensieri e addirittura si converte. La reazione prima e più naturale che suscita la bellezza è lo stupore e la contemplazione, il desiderio di possesso è già una corruzione del sentimento originario provato di fronte a ciò che ci ha colpiti.

Per comprendere bene questo concetto proviamo a riflettere sulla domanda espressa da un personaggio nel film Le vite degli altri: «Come si fa ad essere cattivi dopo aver sentito una musica così bella?». La vera bellezza porta al desiderio di cambiamento e di essere migliori. Quando amiamo davvero una persona vorremmo essere alla sua altezza e desidereremmo essere migliori di quello che effettivamente siamo. La vera bellezza è anche buona e vera. Pulchrum (bello), verum (vero) e bonum (buono) coincidono. Noi siamo stati fatti da Dio per la bellezza, per l’amore, per la felicità.  La bellezza trasmetterà sempre lo stupore, l’entusiasmo e la speranza che ci permetteranno di ripartire durante il cammino nella vita, anche dopo che inciampiamo e cadiamo. (La Nuova Bussola quotidiana del 13-12-2015)

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