Spentasi l’esperienza della poesia siciliana in seguito alla battaglia di Benevento del 1266 in cui morì il principe Manfredi e vennero sconfitte le forze ghibelline, negli ultimi decenni del Duecento la poesia siciliana si diffuse in Toscana e venne toscanizzata, ovvero riscritta secondo la vocalizzazione toscana. Centri toscani come Firenze, Siena, Lucca, Arezzo videro la diffusione della poesia profana dedicata non solo a temi amorosi, ma anche morali o politici. Nelle antologie di solito viene definita lirica siculo-toscana, perché si riprendono i temi amorosi tipici della poesia siciliana, ma la lingua di cui si avvalgono i poeti è il toscano o meglio le differenti parlate municipalistiche di quella terra. L’espressione “lirica di transizione” allude, invece, al fatto che si colloca tra la lirica siciliana e il Dolce Stil Novo. Come nel caso della poesia siciliana, non si tratta di una vera e propria scuola.

Il maggior rappresentante di questa poesia, che non può certo considerarsi omogenea e unitaria, fu Guittone Del Viva d’Arezzo, forse il più famoso poeta in Italia prima della nascita del Dolce Stil Novo e della notorietà di Dante. Nato ad Arezzo nel 1235 (circa), a trent’anni lasciò la moglie e i tre figli entrando a far parte dell’ordine dei Milites Beatae Virginis Mariae, che Dante avrebbe posto tra gli ipocriti nel canto XXIII dell’Inferno (i cosiddetti frati gaudenti). Probabilmente morì nel 1294. L’ampia produzione poetica, composta di circa trecento componimenti, si divide in un primo gruppo profano e in un secondo a carattere religioso. La divisione tematica appare evidente nel suo canzoniere, come appare nel Codice Laurenziano Rediano 9 (conservato presso la Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze), diviso in due parti, la prima di Guittone, la seconda di fra Guittone.

Nel complesso, la poetica di Guittone è unitaria, connotata com’è da un’arditezza espressiva, da durezze e oscurità del linguaggio, che Dante vedrà come segno di intellettualismo e di poca perspicuitas (chiarezza). La disistima di Dante per la sua produzione poetica emerge nel canto XXVI del Purgatorio laddove scrive che le persone stolte, che non comprendono nulla dell’arte, credevano che in Italia il maggior poeta fosse Guittone Del Viva d’Arezzo («Così fer molti antichi di Guittone,/ di grido in grido pur lui dando pregio,/ fin che l’ha vinto il ver con più persone»), ma alla fine ha trionfato la verità. Se Dante apprezza l’esperienza della lirica siciliana e reputa come un padre Guido Guinizzelli aderendo per alcuni anni alla poesia stilnovista, non mostra, invece, alcuna stima per Guittone. Il severo giudizio di Dante avrà un peso consistente presso i posteri. Molti poeti contemporanei di Guittone, invece, imitarono la sua scrittura tanto che l’espressione “guittonismo” denota la tendenza all’imitazione del suo cerebralismo e del suo stile lambiccato e ricercato.

Anche la lettura della sola prima stanza di «Ahi lasso, or è stagion de doler tanto» permette di cogliere le caratteristiche principali della scrittura di Guittone: «Ahi lasso, or è stagion de doler tanto/ a ciascun om che ben ama Ragione,/ ch’eo meraviglio u’ trova guerigione,/ ca morto no l’ha già corrotto e pianto,/ vedendo l’alta Fior sempre granata/ e l’onorato antico uso romano/ ch’a certo pèr, crudel forte villano,/ s’avaccio ella no è ricoverata:/ ché l’onorata sua ricca grandezza/ e ‘l pregio quasi è già tutto perito/ e lo valor e ‘l poder si desvia./ Oh lasso, or quale dia/ fu mai tanto crudel dannaggio audito?/ Deo, com’hailo sofrito,/ deritto pèra e torto entri ‘n altezza?». I versi si riferiscono alla battaglia di Montaperti combattutasi il 4 settembre 1260: le forze senesi e ghibelline capitanate da Provenzano Salvani sconfiggono la Lega guelfa capeggiata da Firenze.

Tanto fu lo spargimento di sangue che il fiume Arbia fu colorato di rosso, come riportano gli storici contemporanei e Dante stesso nel canto X dell’Inferno. La complessità del linguaggio, che si rifà al trobar clus provenzale, non permette di apprezzare appieno le pur belle immagini che compaiono nella poesia. Si pensi, a titolo di esempio, alla metafora del malato, che non riesce a trovare sollievo e guarigione, immagine che potrebbe anche essere stata spunto per la Firenze dantesca paragonata nel canto VI del Purgatorio ad un infermo («E se ben ti ricordi e vedi lume,/ vedrai te somigliante a quella inferma/ che non può trovar posa in su le piume,/ ma con dar volta suo dolore scherma»). L’immagine avrà poi tanta fortuna nella letteratura successiva ispirando Manzoni che per rappresentare la situazione esistenziale dell’uomo la paragona a quella di un infermo che desidera cambiare letto, guarda quello altrui e lo vede più comodo e confortevole. Quando finalmente riesce a trovare un altro giaciglio, inizia a sentire «qui una lisca che lo punge, lì un bernoccolo che lo preme: siamo in somma, a un di presso, alla storia di prima. E per questo, soggiunge l’anonimo, si dovrebbe pensare più a far bene, che a star bene: e così si finirebbe anche a star meglio».

Tra gli altri poeti della lirica siculo-toscana spicca anche un certo Bonagiunta Orbicciani da Lucca, poeta vissuto tra il 1220 (circa) e il 1290, che in vita rappresentò una poetica ben differente da quella che poi si affermerà col Dolce Stil novo e con Dante. Proprio quel Bonagiunta Orbicciani che in vita non avrebbe mai riconosciuto la superiorità della poesia di Dante e dei suoi amici riconosce ora, morto, la diversità della nuova poesia: «O frate, issa vegg’ io […] il nodo/ che ‘l Notaro e Guittone e me ritenne/ di qua dal dolce stil novo ch’i odo!/ Io veggio ben come le vostre penne/ di retro al dittator sen vanno strette,/ che de le nostre certo non avvenne; e qual più a gradire oltre si mette,/ non vede più da l’uno a l’altro stilo». Solo ora riconosce la distanza tra la poesia di Giacomo da Lentini (che qui rappresenta il poeta più significativo della lirica siciliana), la sua e quella di Guittone Del Viva d’Arezzo rispetto a quella del Dolce Stil novo.  (La Nuova Bussola quotidiana del 29-11-2015)

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