Uno dei maggiori meriti di questa lauda è quello di averci presentato Cristo anche come vero uomo, che ha sofferto pienamente l’ignominia dell’ingratitudine umana e il dolore della croce. L’umanità di Gesù rifulge, qui, ancor più nella sofferenza della madre che assiste con indicibile dolore al suo calvario e che con strazio esclama: «Figlio, l’alma t’è ’scita,/ figlio de la smarrita,/ figlio de la sparita,/ figlio attossecato!// Figlio bianco e vermiglio,/ figlio senza simiglio,/ figlio, e a cui m’apiglio?/ Figlio, pur m’ài lassato!/ […] Figlio dolc’e e placente,/ figlio de la dolente,/ figlio, àte la gente/ mala mente trattato.// Ioanni, figlio novello,/ morto s’è ‘l tuo fratello./ Ora sento ‘l coltello/ che fo profitizzato.// Che moga figlio e mate/ d’una morte afferrate,/ trovarse abraccecate/ mat’e e figlio impiccato».

Un’altra stupenda lauda di Iacopone da Todi è “Amor de caritate”. Ivi l’autore scrive: «En Cristo nata nova creatura,/ spogliato lo vecchio om, fatto novello!/ Ma en tanto l’amor monta con ardura,/ lo cor par che sse fenda con coltello;/ mente con senno tolle tal calura,/ Cristo si me trae tutto, tanto è bello!». Tanto è l’ardore che il poeta sente per Cristo, come un innamorato di fronte alla propria amata, che arriva ad affermare: «Abràcciome con ello e per amor sì clamo:/ «Amor, cui tanto bramo, fan’me morir d’amore!»». Bellissimo è quest’ultimo verso in cui l’amore, divenuto «dono commosso di sé», desidera consumarsi tutto per amore. È una confessione di amore totale, imperitura, eterna: «Per te, Amor consumome languendo/ e vo stridenno per te abracciare;/ quando te parti, sì mogo vivendo,/ sospiro e plango per te retrovare;/ te retornando, ’l cor se va stendendo,/ ch’en te se pòzza tutto trasformare;/ donqua, plu non tardare, Amor, or me sovene,/ legato sì mme tene, consumese lo core!».

La bellezza del Cristo è testimoniata  dalla promessa di novità per la nostra vita, dalla straordinaria corrispondenza con il nostro desiderio di felicità e di amore. Nell’esperienza di aver trovato una sorgente che inizi a dissetare la nostra arsura in mezzo al deserto del mondo siamo sorpresi per l’uomo nuovo che sta nascendo in noi. Di qui scaturisce il desiderio di seguire e conoscere sempre più in profondità il Maestro. Di qui sgorga la speranza per la nostra vita che, nella straordinaria notizia della resurrezione di Cristo, diventa certezza di eternità per noi e per i nostri cari. 

Attribuita a Iacopone è anche la famosa sequenza in latino Stabat Mater musicata nei secoli, tra gli altri, da Scarlatti, Vivaldi, Pergolesi, Rossini, Dvorák. Le sentenze presentavano schemi metrici in rima e venivano cantate prima della lettura del Vangelo. Ancora una volta è protagonista la Madonna in questo componimento in latino in cui la Madre addolorata giace in lacrime ai piedi della croce, alla vista del supplizio del Figlio Gesù. Iacopone chiede alla Madonna di poter provare lo stesso dolore per poter piangere con lei e condividere la sofferenza. La implora: «Fac, ut ardeat cor meum/ in amando Christum Deum,/ ut sibi complaceam» ovvero «Fa’ che il mio cuore arda/ nell’amare Cristo Dio/ per fare cosa a lui gradita». Tanto è l’amore che prova per il Signore che Iacopone desidera portare le sofferenze del Cristo in croce e «avere parte alla sua passione». (La Nuova Bussola quotidiana del 15-11-2015)

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