Negli stessi anni in cui gli stilnovisti si cimentavano in versi dedicati alla propria donna angelo, nelle stesse terre di Toscana si scrivevano componimenti di carattere comico, realistico, giocoso. Autori colti, formati secondo le rigide norme dell’ars dictandi, preferivano affrontare argomenti più bassi, realizzare caricature di amici o nemici, duellare in tenzoni con altri poeti, comporre contrasti che avevano protagonisti il poeta stesso e la donna amata, parodiare i toni angelicati della donna angelo stilnovista fino ad abbassarli a un livello gretto e volgare.

Si cimentano in queste prove anche poeti che già avevano composto poesie dai toni alti e cortesi. Sorprenderà molti il fatto che anche Dante, l’autore del capolavoro a cui ha posto mano Cielo e Terra, si è cimentato in versi comico-realistici, di cui testimonianze compaiono anche all’interno dell’Inferno, ma che trovano la loro massima espressione nelle tenzoni indirizzate all’antagonista Cecco Angiolieri e all’amico Forese Donati. Con quest’ultimo scoppiò una tenzone poetica che ancor oggi possiamo apprezzare per la vivezza del linguaggio e la forza dell’espressività comica che non indulge, però, a trivialità o volgarità.

Nel sonetto dantesco, che dà avvio alla disputa verbale e poetica, Dante così scrive: «Chi udisse tossir la malfatata/ moglie di Bicci vocato Forese,/ potrebbe dir ch’ell’ha forse vernata/ ove si fa ‘l cristallo, in quel paese.// Di mezzo agosto la truovi infreddata:/ or sappi che de’ far d’ogni altro mese…/ e non le val perché dorma calzata,/ merzé del copertoio c’ha cortonese.// La tosse, ‘l freddo e l’altra mala voglia/ no l’addovien per omor’ ch’abbia vecchi,/ ma per difetto ch’ella sente al nido.// Piange la madre, c’ha più d’una doglia,/ dicendo: “Lassa, che per fichi secchi/ messa l’avrè ‘n casa del conte Guido”». La moglie di Forese è perennemente raffreddata a letto a causa del marito che dimostra tutta la sua insufficienza a riscaldarla, cosicché pure la suocera è querimoniosa e rimpiange i possibili partiti che la figlia ha rifiutato in matrimonio.

Tra i poeti che composero solo componimenti di natura comico-realistica il più noto è indubbiamente Cecco Angiolieri. Nativo di Siena e pressoché coetaneo di Guido Cavalcanti, Cecco apparteneva a una brigata cui piaceva spendere soldi in banchetti e gaudenti passatempi. Sposatosi, dilapidò i suoi averi tanto che da un documento del 25 febbraio 1313 abbiamo testimonianza del fatto che alla sua morte i figli rifiutarono l’eredità per evitare di sobbarcarsi l’onere del pagamento dei suoi debiti.

Anche un’opera letteraria come il Decameron ci testimonia la fama che circondava la figura di Cecco Angiolieri, protagonista della quarta novella della nona giornata. Ivi, il poeta non solo è presentato come un edonista che dilapida facilmente le proprie sostanze, ma è anche sbeffeggiato da Cecco di messer Fortarrigo che, dopo averlo derubato, lo ha anche accusato di essere un ladro. Nelle sue poesie Cecco Angiolieri ama presentarsi come un poeta che odia il padre perché non gli permette di condurre la vita agiata che vorrebbe, ha sostituito la Trinità con la «donna, la taverna e il dado», ama non ricambiato la sua Becchina, senhal della donna, che lo porta al Camposanto in maniera antifrastica a Beatrice che accompagna Dante verso il Cielo.

L’immagine che Cecco vuole offrire di sé, seppur letteraria e in parte fittizia, nasconde indubbiamente degli elementi di verità. La critica romantica, leggendo i suoi testi poetici in chiave autobiografica, ha trasformato Cecco Angiolieri in un poeta maledetto ante litteram fraintendendo, almeno in parte, i termini della questione. Della tenzone condotta con Dante Alighieri ci sono rimaste tracce nel sonetto «S’i’ so’ buon begolardo». Cecco accusa Dante di essere peggio di lui. Entrambi i poeti sono sventurati, esiliati il primo a Roma, il secondo nell’Italia del Nord, entrambi fanfaroni, entrambi vanno a mangiare con persone non raccomandabili. Quindi, Cecco conclude il componimento con un monito che, parafrasato, suona così: «Se di questa materia vorrai dire di più, rispondimi pure Dante, che io ti stancherò, perché io sono il pungolo e tu sei il bue».

Numerosi sono i contrasti tra Cecco e Becchina: sonetti in cui il dialogo prevale e le voci del poeta e dell’amata si alternano in modo incalzante all’interno dei versi suscitando un ritmo rapido e teatrale. Nel componimento «– Becchina mia! – Cecco, nol ti confesso» il poeta confessa il proprio amore all’amata, ma si sente rifiutato da lei che lo apostrofa come “nemico” e professa che accondiscenderebbe alle profferte di chiunque altro che non fosse il poeta. Lungi dall’essere gentile, cortese e votata al bene, Becchina si presenta come grezza, malvagia, quasi sadica.

Il componimento più celebre di Cecco è senz’altro il sonetto S’i’ fosse fuoco, ardere’ ‘l mondo, musicato dal cantautore Fabrizio De André e qui riportato per intero: «S’i’ fosse fuoco, ardere’ ‘l mondo;/ s’i’ fosse vento, lo tempestarei;/ s’i’ fosse acqua, i’ l’annegherei;/ s’i’ fosse Dio, mandereil’ en profondo;/s’i’ fosse papa, allor serei giocondo,/ ché tutti cristiani imbrigarei;/ s’i’ fosse ‘mperator, ben lo farei;/ a tutti tagliarei lo capo a tondo./ S’i’ fosse morte, andarei a mi’ padre;/ s’i’ fosse vita, non starei con lui;/ similemente faria da mi’ madre./ S’i’ fosse Cecco com’i’ sono e fui,/ torrei le donne giovani e leggiadre:/ le zoppe e vecchie lasserei altrui».

Pur assumendo toni fortemente comici, il sonetto è costruito secondo una sapiente strutturazione compositiva e si fonda sulla reiterata presenza delle figure retoriche dell’adynaton («consiste nell’affermare l’impossibilità che una cosa avvenga, subordinandone l’avverarsi a un altro fatto ritenuto impossibile» nell’Enciclopedia Treccani) e dell’anafora. Il vituperium (invettiva) nei confronti del padre si spalanca ad un astio più diffuso nei confronti di tutta la cristianità e perfino del mondo intero. Il disagio esistenziale e l’insoddisfazione che vive il poeta si traduce nel desiderio che anche gli altri uomini possano non godere delle gioie della vita e siano come lui infelici. Anche nel sonetto Tre cose solamente m’enno in grado Cecco Angiolieri trasmette lo stesso astio nei confronti del padre, accusato di non permettergli di vivere agiatamente godendo della donna, della taverna e del dado (il gioco), i soli piaceri che riescono a rendere lieto il poeta. Avaro e spilorcio com’è, il padre di Cecco non farebbe l’elemosina neppure nella settimana di Pasqua. (La Nuova Bussola quotidiana del 10-1-2016)

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