Miglior amico di Dante e il più anziano nella cerchia dei poeti stilnovisti, Guido Cavalcanti svolse per alcuni anni il ruolo di maestro nei confronti del Sommo Poeta, anche se i due fiorentini a un certo punto del loro percorso iniziarono a intraprendere strade differenti. Non vi sono notizie precise al riguardo, per lo più provengono dalle testimonianze letterarie di Dante (canto X dell’Inferno) e di Boccaccio (Decameron). Anche gli storici contemporanei Dino Compagni (circa 1255-1324) e Giovanni Villani (1276-1348) concordano nel delineare il ritratto di un uomo di intelletto, dalle capacità spiccate, incline alla speculazione filosofica e dal temperamento irreligioso.

Ci sono pervenute cinquantadue poesie senz’altro attribuite a lui, la maggior parte delle quali sono inquadrabili nell’ambito stilnovistico, anche se non mancano versi di carattere comico o pastorelle. Se attraversiamo i componimenti di Cavalcanti, possiamo apprezzare e delineare le differenze tra la sua poesia e quella dell’amico Dante o del maestro del Dolce Stil Novo Guido Guinizzelli. Indubbiamente, la lettura dei testi cavalcantiani fa emergere due notevoli differenze. In primis se Guinizzelli era in grado di delineare la specificità della bellezza della donna amata così come Dante avrebbe più tardi definito i caratteri che rendono la donna «gentile» e «onesta», Cavalcanti mostra l’ineffabilità del valore dell’amata. In secondo luogo l’esperienza sentimentale si presenta spesso come dolorosa e fallimentare. Il poeta sottolinea la drammaticità dell’incontro con la donna, la fenomenologia del sentimento amoroso, la lacerazione interiore del poeta, la separazione tra la mente, il cuore e l’animo.

Esemplare è il sonetto Chi è questa che vèn, ch’ogn’om la mira. Ricca di ascendenze veterotestamentarie (Isaia e Cantico dei cantici) e avvolta da un’aura mistico-religiosa, la poesia si apre con una domanda circa l’identità della donna che incede in un ambiente non ben delineato, provocando l’ammirazione e la contemplazione di chi le sta davanti, il tremore dell’aria e il silenzio degli astanti che ammutoliscono di fronte alla sua bellezza e sospirano. Tale è il suo aspetto che lei sembra portare «seco Amor» e il poeta si sente incapace di raccontarne la grazia. L’utilizzo replicato della formula negativa («i’nol savria contare», «Non si poria contare la sua piagenza», «Non fu sì alta già la mente nostra», «non si pose ’n noi tanta salute») accompagna l’indicibilità della «piagenza» della donna amata.

Quel che appare evidente al poeta è che la donna è umile, caratteristica imprescindibile nella poesia stilnovista, e buona tanto che Cavalcanti definirebbe malvagia «ogn’altra ver’ di lei», e tanto «ch’a le’ s’inchin’ogni gentil vertute,/ e la beltate per sua dea la mostra». Nella conclusione il poeta afferma che le capacità dell’uomo non sono in grado di conoscere a pieno la bellezza della donna, troppo profonda perché l’uomo possa comprenderla. Esclamazioni religiose («O Deo») e allusioni alla Bibbia («Chi è questa che vèn, ch’ogn’om la mira») non hanno il fine di presentare la donna come pontefice tra la terra e il Cielo, donna angelo come nella poesia di Guinizzelli o nei versi danteschi della Vita Nova o del Paradiso. L’amata, supremamente superiore all’uomo, non lo accompagna certo al Cielo. I richiami al sonetto guinizzelliano «Io voglio del ver la mia donna laudare» sono puntuali nella ripresa di quattro parole in rima: «âre», «pare», «vertute», «salute». Leggiamo allora integralmente il sonetto di Cavalcanti: «Chi è questa che vèn, ch’ogn’om la mira,/ che fa tremar di chiaritate l’âre/ e mena seco Amor, sì che parlare/ null’omo pote, ma ciascun sospira?//O Deo, che sembra quando li occhi gira,/ dical’Amor, ch’i’ nol savria contare:/ cotanto d’umiltà donna mi pare,/ ch’ogn’altra ver’ di lei i’ la chiam’ira.// Non si poria contar la sua piagenza,/ ch’a le’ s’inchin’ogni gentil vertute,/ e la beltate per sua dea la mostra.// Non fu sì alta già la mente nostra/ e non si pose ’n noi tanta salute,/ che propiamente n’aviàn canoscenza».

Particolarmente esemplificativa del sentimento di sbigottimento e di dolore che il sentimento amoroso provoca in Cavalcanti è la ballata Perch’i’ no spero di tornar giammai, ritenuta per molto tempo espressione di versi composti durante l’esilio del poeta a Sarzana o all’epoca del pellegrinaggio a Santiago di Compostela. Lungi dall’autobiografismo, i versi sono più probabilmente  finzione letteraria in cui lo scrittore si presenta lontano dall’amata, in esilio, secondo un escamotage molto diffuso nei versi contemporanei. Apostrofando la ballata «leggera e piana», il poeta la invita a recarsi dalla donna per portarle notizie di lui che, pieno di dolore e di angoscia, sente ormai la morte vicina. Nel deserto della solitudine, preso da malinconia, il poeta trova unico conforto nella ballata (ovvero nella poesia) e le raccomanda di accompagnare la sua anima all’amata, una volta morto: «Tanto è distrutta già la mia persona,/ ch’i’ non posso soffrire:/ se tu mi vuoi servire,/ mena l’anima teco/ (molto di ciò ti preco)/ quando uscirà del core». La ballata si farà portavoce del poeta stesso e chiederà alla donna di accogliere l’anima «partita da colui/ che fu servo d’Amore». Allora, finalmente, l’anima potrà adorare la donna amata sempre, «nel su’ valore». (La Nuova Bussola quotidiana del 27-12-2015)

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