Rubrica settimanale sulla Divina Commedia
IL PARADISO RITROVATO 21- Dio è «l’amor che move il sole e l’altre stelle» PDF Stampa E-mail

altQuello che l’uomo può cogliere con la sua intelligenza riguardo a quanto Dio ha operato e opera nel creato è solo un pallido riflesso di quanto è effettivamente, come scrive san Paolo quando afferma che ora «noi vediamo in modo confuso, come in uno specchio; allora invece vedremo faccia a faccia».

Dante nell’ultimo canto del Paradiso racconta di vedere sotto una prospettiva divina e di sorprendere come tutto è comprensibile solo in Dio. Dopo la preghiera alla Vergine pronunciata da san Bernardo, Dante ha la grazia di vedere Dio. Con queste parole descrive la prima parte della visione: «Nel suo profondo vidi che s'interna,/ legato con amore in un volume,/ ciò che per l'universo si squaderna:/ sustanze e accidenti e lor costume/ quasi conflati insieme, per tal modo/ che ciò ch’i’ dico è un semplice lume./ La forma universal di questo nodo/ credo ch’i’ vidi, perché più di largo,/ dicendo questo, mi sento ch’i’ godo». Ovvero «nell’abisso del Dio-luce vidi annidarsi compattato, rilegato dall’amore divino in un unico libro, quel che appare insomma nel disordine di fascicoli scollati, forme sostanziali, accidentali e i modi delle loro congiunzioni, quasi compressi e amalgamati insieme, per tal modo che dir così non fornisce che un pallido barlume del vero. Il principio di questa amalgama sono certo di aver visto, perché nel dirlo sento la mia felicità dilatarsi» (V. Sermonti). In questi versi Dante ci testimonia che in Dio trova un’unità tutto quello che nell’universo è, invece, separato, incomprensibile, senza legame e senso, come i fogli sparpagliati di un quaderno. Dante percepisce che Dio/carità sa legare assieme gli esseri. Non a caso Gesù Cristo, che è Dio, ammonì gli Apostoli di essere una sola cosa, perché da questo tutti avrebbero saputo che erano suoi discepoli. Non c’è nulla che può tenere assieme le persone se non Cristo, non c’è nulla che può attirare a sé quanto Dio. Tutto, infatti, tende a Lui, come Beatrice ha spiegato a Dante alla fine del primo canto del Paradiso.

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IL PARADISO RITROVATO 20- Una delle più belle preghiere mariane PDF Stampa E-mail

altSalito all’Empireo, Dante vede la Candida Rosa, ove risiedono le anime dei santi (ciascuna seduta sul proprio scanno) che il poeta ha già in parte incontrato per grazia lungo la salita per i Cieli. Voltatosi verso Beatrice per porle domande sulla visione, il poeta trova al posto di lei san Bernardo. Leggiamo nel canto XXXI del Paradiso: «Credea veder Beatrice e vidi un sene/ vestito con le genti gloriose./ Diffuso era per li occhi e per le gene/ di benigna letizia, in atto pio/ quale a tenero padre si convene».

Grande mistico (1090-1153), san Bernardo, abate di Clairvaux (italianizzato Chiaravalle), è autore di una delle più belle preghiere mariane, quel Memorare che rappresenta il vertice della fiducia nella Madonna come corredentrice e soccorritrice dell’umanità sofferente. Tradotto dal latino, il testo suona così: «Ricordati, o piissima Vergine Maria, che non si è mai inteso al mondo che qualcuno sia ricorso alla tua protezione, abbia implorato il tuo aiuto, chiesto il tuo patrocinio e sia stato da te abbandonato. Animato da tale confidenza, a te ricorro, o Madre, Vergine delle vergini, a te vengo, e, peccatore come sono, mi prostro ai tuoi piedi a domandare pietà. Non volere, o Madre del divin Verbo, disprezzare le mie preghiere, ma benigna ascoltale ed esaudiscile. Amen». Il Memorare ci insegna la virtù della mendicanza e della preghiera. 

Così come in vita Bernardo ha declamato la bellezza della Madonna, ora, santo in Paradiso, prega l’avvocata nostra, Colei che è «bellezza, che letizia/ era ne li occhi a tutti li altri santi», perché Dante possa finalmente vedere Dio, dopo la fatica di quel lungo viaggio che dalla selva oscura di Gerusalemme lo ha portato fino all’Empireo. Nell’ultimo canto del Paradiso san Bernardo rivolge un’invocazione alla Vergine Maria che è una delle preghiere più belle che Le siano state mai dedicate: «Vergine madre, figlia del tuo figlio,/ umile e alta più che creatura,/ termine fisso d’etterno consiglio,/ tu se’ colei che l’umana natura/ nobilitasti sì, che ’l suo fattore/ non disdegnò di farsi sua fattura./ Nel ventre tuo si raccese l’amore,/ per lo cui caldo ne l’etterna pace/ così è germinato questo fiore./ Qui se’ a noi meridiana face/ di caritate, e giuso, intra ’ mortali,/ se’ di speranza fontana vivace./ Donna, se’ tanto grande e tanto vali,/ che qual vuol grazia e a te non ricorre/sua disianza vuol volar sanz’ali./ La tua benignità non pur soccorre/ a chi domanda, ma molte fiate/ liberamente al dimandar precorre./ In te misericordia, in te pietate,/ in te magnificenza, in te s’aduna/ quantunque in creatura è di bontate».

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IL PARADISO RITROVATO 19/ Einstein e il Big bang nella Divina Commedia PDF Stampa E-mail

altDante ha superato gli esami sulle tre virtù teologali dinanzi alle figure autorevoli degli apostoli san Pietro, san Giacomo e san Giovanni. Potrà ben presto accedere alla visione di Dio, anche se solo dopo la mediazione di san Bernardo che chiederà l’intercessione della Madonna nell’inno «Vergine madre, figlia del tuo figlio». Le sorprese non sono, però, finite, prima dell’ultimo spettacolare canto. Superati tutti i cieli, Dante è, infatti, arrivato al Primo mobile, poi lo ha varcato in un punto qualunque ed è passato nell’Empireo da cui può vedere gli angeli e la candida rosa. Il sommo poeta ci riserva una descrizione dell’universo sorprendente e sbalorditiva. 

Vede un punto così luminoso che gli occhi non sono in grado di sopportarne la luce. Attorno ad esso girano i nove cieli con una velocità inversamente proporzionale alla distanza dal punto. Beatrice spiega: «Da quel punto/ depende il cielo e tutta la natura./ Mira quel cerchio che più li è congiunto;/ e sappi che ‘l suo muovere è sì tosto/ per l’affocato amore ond’elli è punto». Siamo nel canto XXVIII. Forse potrebbe essere proprio questa descrizione, unita ad altri versi degli ultimi canti del Paradiso, la prova inconfutabile che Dante ha davvero visto qualcosa di straordinario, è davvero stato abbacinato da una visione. Autorevoli scienziati sostengono che questo e altri passaggi del testo dantesco possono, infatti, essere compresi solamente se si prendono in considerazione le acquisizioni scientifiche del ventesimo secolo relative all’espansione dell’universo, alla relatività e al big bang. Hanno sottolineato le somiglianze tra le attuali teorie sull’universo e la rappresentazione del cosmo dantesco che emergerebbe da una rilettura attenta del poema secondo le acquisizioni cosmologiche del ventesimo secolo.

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IL PARADISO RITROVATO 18/ L’ultimo esame per Dante: che cos’è la carità? PDF Stampa E-mail

altL’ultima prova cui sarà sottoposto Dante (è ormai scontato) riguarderà la terza virtù teologale, la carità che scaturisce dalla fede e dalla speranza. Incaricato di interrogare Dante al riguardo è san Giovanni evangelista, «colui che giacque sopra ‘l petto/ del nostro pellicano» e che «fue/ di su la croce al grande officio eletto». Nel Vangelo di san Giovanni si racconta che nell’ultima cena sul petto di Gesù era reclinato il discepolo che il Signore prediligeva. Ancora san Giovanni ricorda: «E avendo Gesù visto la madre e, con lei, il discepolo che prediligeva, dice a sua madre: Madre, ecco tuo figlio. Poi dice al discepolo: Ecco tua madre». Nei bestiari medioevali Gesù eucarestia è associato al pellicano che, secondo una leggenda, si cava il sangue dal petto per nutrire i figli. 

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IL PARADISO RITROVATO 17-Di fronte a san Giacomo Dante sostiene il secondo esame sulla speranza PDF Stampa E-mail

altSuperata la prima prova, nel canto XXV Dante si appresta a rispondere alle domande che gli porrà san Giacomo. Siamo sempre nel Cielo delle stelle fisse ove Dante si trova allietato dalla compagnia della guida e maestra Beatrice che lo esorta a mirare «il barone» (san Giacomo) a causa del quale sulla Terra si va in pellegrinaggio in Galizia.

Figlio di Iacopo di Zebedeo, soprannominato il Maggiore, mentre il figlio di Alfeo era chiamato il Minore, morì martire nel 62 per disposizione di Erode Agrippa. Si racconta che il suo corpo fosse trasferito in Galizia ove fu costruito il santuario di san Giacomo o san Iacopo o Santiago di Compostella. Nel Medioevo divenne una delle mete preferite di pellegrinaggio. Nella Vita nova Dante racconta che erano detti palmieri quanti ritornavano dal pellegrinaggio a Gerusalemme, romei chi andava a Roma e pellegrini in senso stretto chi si recava a Santiago. I toscani contemporanei a Dante avevano una particolare predilezione per questo nome tanto che era il più diffuso nella regione: Dante stesso chiamò così il terzogenito.

L’apostolo, che più volte fu scelto da Gesù insieme al fratello Giovanni e a Simone detto Pietro (nella trasfigurazione sul Tabor, nella resurrezione della figlia di Giairo, nella preghiera dell’orto degli Ulivi), è il campione della speranza, mentre Pietro della fede e Giovanni della carità. Così almeno nell’esegesi medioevale.

Proprio per questo ora san Giacomo ha il compito di interrogare Dante sulla speranza. La prova è strutturata in tre parti. Il poeta dovrà rispondere quale sia la natura della speranza, se ne abbia e da dove gli provenga.

 

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IL PARADISO RITROVATO 16-San Pietro fa l'esame della fede a Dante PDF Stampa E-mail

altLa fatica non è a nessuno in alcun modo risparmiata. Così, se nell’Inferno Dante ha rischiato di morire dinanzi alle mura della città di Dite, ora in Paradiso corre il pericolo di non vedere Dio. È stato investito della missione di raccontare tutto quanto ha visto dal trisavolo Cacciaguida e gli è stato profetizzato l’esilio (canto XVII), ha visto i santi che gli sono venuti incontro nei diversi cieli. Tutto questo, però, non è ancora sufficiente. Per poter vedere Dio Dante dovrà sostenere una prova, un vero e proprio esame di baccelliere, che nel Medioevo si affrontava proprio a trentacinque anni (l’età che ha Dante nella finzione letteraria della Commedia, ambientata nel 1300) per conseguire la facoltà di insegnare ovunque. Il superamento dell’esame sarà per il poeta un’ulteriore comprova del valore del cammino compiuto e dell’insegnamento appreso. 

L’esame è complesso. Consta di tre parti ognuna delle quali è costituita da una quaestio. Di prassi, solo alla fine dell’argomentazione del discepolo, il maestro interveniva per integrarne eventualmente il discorso. Tanto più brevi erano gli interventi finali quanto più valida era da considerarsi la prova sostenuta dal baccelliere. Il primo maestro che interroga Dante è san Pietro. Il tema è la fede. Non a caso è proprio l'apostolo a proporre quest’argomento, colui che ha camminato sulle acque sprofondando poi per il dubbio, che ha promesso a Gesù che non l’avrebbe mai rinnegato, ma che l’ha, in seguito, tradito per tre volte e per altrettante ha attestato di amarlo. Il Maestro gli affiderà, così, la sua Chiesa. San Pietro che non è, certo, un esempio di perfezione, testimonia, però, un indefesso amore e un’instancabile ripresa, dopo il peccato e le difficoltà, che lo porteranno al martirio in croce. Le sue lacrime sono il segno di quell’amore che lo ha condotto a seguire Gesù per capire chi fosse. Ricordiamoci che quando Gesù chiese ai suoi discepoli chi pensassero che Lui fosse, solo Pietro arrivò a dire: «Tu sei il Cristo, il figlio del Dio vivente». San Pietro nella sua sequela iniziata per lo stupore di fronte a quell’uomo è giunto fino a riconoscere la straordinarietà di Gesù, la sua divinità. 

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IL PARADISO RITROVATO 15/Ritorno alle origini del monachesimo occidentale PDF Stampa E-mail

altNel suo percorso in Paradiso Dante ha già incontrato grandi santi, come san Francesco e san Domenico. Nel cerchio settimo di Saturno, ove si trovano le anime contemplative, il poeta può parlare con un altro gigante dell’Occidente, nominato patrono dell’Europa nel 1964 da papa Paolo VI, uno dei santi che hanno maggiormente contribuito alla realizzazione di un’unità culturale in un momento in cui l’Impero romano d’Occidente era crollato e le orde barbariche invadevano le province latinizzate: san Benedetto da Norcia, vissuto all’incirca tra il 490 e il 560.

Disgustato dai costumi corrotti dei romani incontrati negli anni di studio, Benedetto si ritira in una spelonca presso Subiaco per condurre una vita eremitica. Nel tempo molti rimangono affascinati dalla sua figura e dal suo modo di vivere. Il numero dei discepoli cresce. Benedetto fonda un’abbazia nei pressi di Montecassino e redige una regola che più tardi, sotto l’Impero carolingio, sarebbe stata estesa a quasi tutti i monasteri dell’Europa. Leggiamo nella Regola: «L’abate non deve insegnare o stabilire o comandare nulla che sia fuori della legge del Signore, ma il suo comando e il suo insegnamento siano infusi nella mente dei discepoli come lievito di giustizia. […] Odi i vizi, ami i fratelli, ma anche nel correggere proceda con prudenza e senza eccessi, per evitare che, volendo raschiare troppo la ruggine, finisca spezzato il vaso. […] Il primo gradino dell’umiltà è l’obbedienza senza indugio». La vita dei monaci è improntata alla preghiera, al lavoro, alla lettura.

Come abbiamo notato in precedenza, la collocazione di questo santo è particolare: ci troviamo nel canto ventiduesimo, che conclude il secondo terzo della cantica. Ci stiamo avvicinando in un cammino temporale retrogrado (dai santi contemporanei a Dante a quelli coevi a Cristo) all’incontro dapprima con gli apostoli e poi con Cristo e la Madonna fino alla visione finale del Dio uno e trino.

 

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IL PARADISO RITROVATO 14 - Giustizia degli uomini e misericordia di Dio PDF Stampa E-mail

altNel sesto cielo di Giove alcune anime si dispongono di fronte a Dante creando la scritta Diligite iustitiam, qui iudicatis terram ovvero «amate la giustizia voi che giudicate la terra». Altre scendono e si fermano in prossimità della lettera M formando la figura di un’aquila, chiaro simbolo dell’Impero. Se nel quinto Cielo prevaleva l’immagine della croce, simbolo della redenzione, ora si staglia l’immagine dell’aquila, segno dell’Impero: alla redenzione e all’Impero la provvidenza di Dio ha affidato l’ordine universale.

Dal cielo di Giove deriva la giustizia umana che l’Impero ha il compito di mantenere nel mondo. Dopo aver pregato perché la cupidigia, causa di tanti mali, si allontani dal mondo, Dante inveisce contro coloro che danno il cattivo esempio, in particolar modo papa Giovanni XXII, che comminava con facilità scomuniche per ragioni politiche. Non è la prima volta, come sappiamo, che Dante apostrofa con cattive parole i pontefici che hanno dato scandalo e che si sono comportati non come Servi Servorum Dei, bensì come cattivi amministratori della vigna del Padre. Tutti ricorderanno la bolgia dei simoniaci (Inferno XIX) in cui il Fiorentino era riuscito a condannare ben tre papi, Niccolò III, Bonifacio VIII e Clemente V (gli ultimi due addirittura prima della morte). L’ira di Dante nei confronti dei pontefici che hanno scandalizzato, invece di accompagnare il gregge del buon Pastore nel cammino della fede, lungi dallo smorzarsi nella terza cantica, diventa ancor più aspra e accanita.

Il poeta si sente exul immeritus, vittima dell’ingiustizia, condannato a morte in contumacia per baratteria, pur se innocente. Dante è cosciente che la giustizia umana non basta all’uomo, perché spesso lo condanna senza preoccuparsi di capirne il cuore, si lascia andare ad un’accusa dell’individuo senza limitarsi ad evidenziarne il peccato. La misericordia di Dio è, invece, oltre ogni umana misura e giustizia, non premiando chiunque, bensì chi con contrizione e verità di cuore riconosca il mistero buono e si affidi a Lui con tutta la propria fragilità. Nonostante questo, il poeta è anche conscio che occorra in Terra un garante della giustizia per tutti, non solo per i potenti e i ricchi. Questo garante è nella sua visione il sovrano.

 

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IL PARADISO RITROVATO 13/ Il talento personale è un dono al servizio di tutti PDF Stampa E-mail

altCacciaguida ha profetato l’esilio a Dante, che viene così colto da un forte dubbio. Se dovrà abbandonare la casa, i parenti e gli amici più cari, presso quale corte troverà mai ospitalità se racconterà tutto quanto ha visto nei tre regni, dal momento che all’Inferno, in Purgatorio e in Paradiso gli sono stati rivelati fatti che avranno per molti il «sapor di forte agrume». D’altra parte, Dante teme che, se non sarà testimone sincero della verità che ha visto, perderà la fama presso «coloro/ che questo tempo chiameranno antico», ovvero presso i posteri.

Insomma il Fiorentino è preso una volta ancora dalla paura che l’aveva attanagliato all’inizio del viaggio, quando per pusillanimità e viltà, non ritenendosi all’altezza di Enea e san Paolo che avevano avuto la grazia di vedere l’aldilà, più volte aveva mostrato titubanza nel seguire Virgilio. Ora, il viaggio è quasi terminato, Dante ritornerà sulla Terra, dove inizierà la sua vera missione nella vita ordinaria: dovrà avere il coraggio di essere poeta, di scrivere, di raccontare la verità. Questa sarà la sua vocazione, una chiamata iscritta nella realtà, a partire proprio dai talenti che gli sono stati donati: in primis la capacità di comporre versi. È il grande dilemma della vita che in qualche modo, prima o poi, blocca tutti noi: dovremo scegliere in base alla convenienza economica (per Dante era trovare ospitalità presso i signori) oppure a partire dai talenti al servizio di tutta la comunità, per la felicità nostra e degli altri?

            Cacciaguida non ha dubbi al riguardo e in tono perentorio risponde: «Coscienza fusca/ o de la propria o de l’altrui vergogna/ pur sentirà la tua parola brusca./ Ma nondimen, rimossa ogne menzogna,/ tutta tua vision fa manifesta;/ e lascia pur grattar dov’è la rogna./ Ché se la voce tua sarà molesta/ nel primo gusto, vital nodrimento/ lascerà poi, quando sarà digesta./ Questo tuo grido farà come vento,/ che le più alte cime più percuote;/ e ciò non fa d’onor poco argomento./ Però ti son mostrate in queste rote,/ nel monte e ne la valle dolorosa/ pur l’anime che son di fama note,/ che l’animo di quel ch’ode, non posa/ né ferma fede per essempro ch’aia/ la sua radice incognita e ascosa,/ né per altro argomento che non paia».

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IL PARADISO RITROVATO 12/ La responsabilità di annunciare la verità PDF Stampa E-mail

altNel quinto cielo di Marte Dante incontra le anime combattenti per la fede. Tra queste l’attenzione principale è dedicata al trisavolo del poeta, Cacciaguida, che meritò il titolo di cavaliere dall’Imperatore Corrado III per aver partecipato alla seconda Crociata (1147-1149). La data oggi è più accreditata per la sua nascita è il 1091, mentre probabilmente la morte avvenne nel 1148. L’omaggio al trisavolo è anche un tributo alla propria casata oltre che la celebrazione di chi non ha esitato a combattere in nome della verità.

L’incontro con Cacciaguida si dispiega per quattro canti (dal XV al XVIII). Il momento saliente del colloquio del poeta con l’antenato avviene nel canto diciassettesimo, esattamente al centro del Paradiso. Proprio qui Dante affronta il tema della vocazione, della missione e della testimonianza della verità, questioni che, evidentemente, il fiorentino reputa come decisive nella vita. Ed è ancora in questi versi che al poeta viene profetato l’esilio. Già all’Inferno più volte gli era stato anticipato che i suoi concittadini avrebbero preso provvedimenti nocivi nei suoi confronti. Ricordiamo tutti quanto Farinata degli Uberti gli aveva profetato durante l’animosa tenzone che l’aveva visto contrapposto al nobile concittadino.

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IL PARADISO RITROVATO 11- L'importanza del "dire": l'esempio di san Domenico di Guzmàn PDF Stampa E-mail

altIl canto XII del Paradiso presenta uno dei santi più significativi del Duecento: san Domenico di Guzmàn. Nato a Calaruega in Castiglia nel 1170, fonda l’Ordine dei Frati predicatori, approvato nel 1216 da papa Onorio III, basato sulla predicazione itinerante, sulla povertà mendicante, sullo studio e sulla vita comune. Morto nel 1221 a Bologna, viene canonizzato nel 1234. I due canti XI e XII sono stati da sempre sentiti come gemelli e, per così dire, simmetrici nella costruzione e nei contenuti. A parlare è ora un rappresentante dei francescani, san Bonaventura da Bagnoregio, autore dell’Itinerarium mentis in deum, trattato mistico che è anche fonte ispiratrice importante della Commedia. 

Si è parlato di canti simmetrici, anche se grande è la differenza nella presentazione dei discepolidei due santi. San Tommaso fa, infatti, procedere alla vita di san Francesco un’ampia presentazione delle anime che costituiscono con lui la ghirlanda, mentre san Bonaventura delineerà i discepoli di san Domenico in maniera più sbrigativa e a conclusione del lungo racconto. Inoltre, se controversa si presentava a Dante la bibliografia che ha tramandato la vita dell’assisiate, univoca è, invece, la tradizione su san Domenico confluita nell’agiografia ufficiale degli Acta sanctorum di Teodorico d’Appoldia. Del resto, anche la contrapposizione interna all’ordine che si traduce nei francescani nella lacerazione tra conventuali e spirituali, che ha dilaniato i frati minori nel Duecento, non compare nei domenicani.

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IL PARADISO RITROVATO 10/ Così san Francesco diventa la "figura" di Cristo PDF Stampa E-mail

altIl concetto di "figura" ben rappresenta l’evento e la cultura cristiani. «L’interpretazione figurale stabilisce fra due fatti o persone un nesso in cui uno di essi non significa soltanto se stesso, ma significa anche altro, mentre l’altro comprende o adempie il primo. I due poli della figura sono separati nel tempo, ma si trovano entrambi nel tempo, come fatti o figure reali; essi sono contenuti entrambi […] nella corrente che è la vita storica». Con queste parole il grande filologo tedesco Erich Auerbach (1892–1957) descrive il concetto di interpretazione figurale. Gli eventi dell’Antico Testamento sono, così, anticipazione, profezia, prefigurazione del Nuovo Testamento: l’antica Pasqua ebraica, che ricorda la liberazione del popolo ebraico dalla schiavitù di Egitto, prefigura la Pasqua cristiana che celebra la Resurrezione di Gesù Cristo e la conseguente liberazione dell’uomo dalla schiavitù della morte e del peccato. 

Questo tipo di lettura si applica non solo al rapporto tra l’Antico e il Nuovo Testamento, ma si estende anche a personaggi vissuti nell’età cristiana.  Così san Francesco viene da Dante delineato come figura Christi, figura di Cristo, rappresentazione luminosa di Cristo in Terra. Dante così lo presenta nel canto XI del Paradiso: «Non era ancor molto lontan da l’orto,/ ch’el cominciò a far sentir la terra/ de la sua gran virtù alcun conforto:/ ché per tal donna, giovinetto, in guerra/ del padre corse, a cui, come a la morte,/ la porta del piacer nessun diserra;/ e dinanzi a la sua spirital corte/ et coram patre le si fece unito;/ poscia di dì in dì l’amo più forte./ Questa, privata del primo marito,/ millecent’anni e più dispetta e scura/ fino a costui si stette sanza invito». San Francesco è, qui, descritto con un linguaggio ibrido, a metà strada tra il codice cavalleresco-cortese e il registro erotico-carnale. Il primo aspetto che, senz’altro, accomuna il Santo a Cristo è il fatto che entrambi si sono sposati con la stessa donna, Madonna povertà, disprezzata e reietta da tutti. In maniera forte e provocatoria Dante scrive che il Santo ha avuto un rapporto fisico con madonna povertà («le si fece unito») davanti al vescovo e al padre. Colpisce questa audacia espressiva proprio nella terza cantica. 

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IL PARADISO RITROVATO 9 - Nel Cielo del Sole brilla una luce per tutti gli uomini PDF Stampa E-mail

altDante struttura le cantiche con perfezione, equilibrio, armonia, infittendo i canti di significazioni numeriche e simboliche. Niente appare casuale. Abbiamo già riscontrato nel percorso sull’Inferno e sul Purgatorio alcuni richiami particolari. Uno su tutti: il canto L della Commedia, che è quello centrale e coincide  con il XVI del Purgatorio, mette a tema i fattori principali della natura umana e l’importanza fondamentale della libertà. Potremmo chiederci se anche i santi siano stati collocati nel Paradiso secondo un ordine prestabilito, ricercando la loro ubicazione. 

Se dividessimo la terza cantica in tre parti, riscontreremmo la presenza di figure basilari nel canto iniziale e conclusivo di ciascuna. Vi è come un percorso cronologico che dall’epoca contemporanea a Dante ritorna indietro nel tempo fino al momento dell’incarnazione. Potremmo parlare di una prospettiva temporale retrograda. Nel primo canto troneggia la figura di Beatrice, colei che ha permesso al poeta di incontrare Cristo, mentre nell’XI canto (che conclude il primo terzo della cantica) incontriamo san Francesco, uno dei santi principali del Duecento e dell’intera storia della Chiesa. La seconda parte si apre con san Domenico (canto XII), santo ancora del XIII secolo e si conclude con san Benedetto, fondatore del monachesimo occidentale nel VI secolo (canto XXII). L’ultima parte introduce il trionfo di Cristo (canto XXIII) e attraverso l’incontro con grandi apostoli (tra cui san Pietro, san Giacomo, san Giovanni) conduce fino alla Madonna che con il suo «sì» ha permesso l’incarnazione rendendosi così corredentrice dell’umanità e, infine, alla visione della Trinità. Dai santi contemporanei si passa così gradualmente a quel momento nel tempo in cui il Mistero facendosi carne umana ha mostrato all’uomo il modello da seguire (Gesù Cristo) per il proprio compimento: da allora ogni uomo è chiamato alla santità. 

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IL PARADISO RITROVATO 8 - La nostra vocazione è iscritta nel cuore e nella realtà PDF Stampa E-mail

altDante sale al terzo Cielo, quello di Venere, ove si trovano gli spiriti amanti. Non si accorge di salirvi, ma si rende conto di esservi entrato dal fatto che Beatrice gli appare ancora più bella. Il poeta vede luci che, ruotando in maniera più o meno rapida, si dirigono verso di lui, cantando “Osanna”.  Un’anima in particolare si fa incontro a Dante manifestando il desiderio di soddisfare le sue domande: «Tutti sem presti/ al tuo piacer, perché di noi ti gioi./ Noi ci volgiam coi principi celesti/ d’un giro e d’un girare e d’una sete,/ ai quali tu del mondo già dicesti:/ “Voi che ‘ntendendo il terzo ciel movete”;/ e sem sì pien d’amor, che, per piacerti,/ non fia men dolce un poco di quiete». In pratica tutte le anime si muovono concordi nel terzo cielo insieme ai principati, intelligenze angeliche alle quali Dante aveva dedicato nel Convivio la celebre canzone. 

L’ardore dell’amore che brucia nel cuore di queste anime è tale che esse saranno contente di fermarsi un po’ per rimanere con lui. Rassicurato da Beatrice, Dante ha il coraggio di chiedere l’identità dell’anima che ha così parlato. Resa ancor più lieta, questa allora si rivela con un’agnizione che gradualmente permette di riconoscerla. Visse per poco tempo sulla terra, fu molto amato e apprezzato dal Fiorentino, atteso come signore dalla Provenza dopo esser già stato cinto della corona della terra d’Ungheria. L’anima che parla è, senza dubbio, Carlo III d’Angiò, soprannominato Martello a memoria del celebre nonno di Carlo Magno, che nel 732 sconfisse i musulmani a Poitiers. Nato nel 1271 e creato reggente a soli quattordici anni, fu incoronato a ventun anni sovrano d’Ungheria e morì nel 1295. Rappresenta l’esempio del sovrano che governa con ardore di carità e non perché mosso da cupidigia. La Sicilia sarebbe ancora retta dai suoi discendenti se la rivolta dei Vespri (1282) non avesse cacciato Carlo I d’Angiò col suo malgoverno. Per questo il fratello di Carlo Martello, Roberto d’Angiò, dovrebbe riflettere sulle possibili conseguenze del suo malgoverno.

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IL PARADISO RITROVATO 7- Giustiniano racconta a Dante il senso della storia PDF Stampa E-mail

altGià in altri canti della Commedia Dante ci aveva mostrato la sua visione provvidenziale della storia. Non significa certo che il poeta fiorentino creda, in termini hegeliani, che tutto ciò che è razionale sia reale e tutto ciò che è reale sia razionale, ovvero, per dirla in altri modi, che tutto ciò che accada in Terra sia buono e giusto. Dante non vuole giustificare le ingiustizie, le sopraffazioni, le violenze, lo si è visto più volte nel percorso tra Inferno e Purgatorio. Il Fiorentino è, però, fermamente convinto che esista un disegno più alto, provvidenziale e che il Creatore del mondo non è distante dalla vita degli uomini, certo si avvale anche di loro per intervenire nella storia. «Dio ha bisogno degli uomini» recita un film di Jean Delannoy tratto dal romanzo di Henri Queffélec.

            Così nel canto II dell’Inferno avevamo letto a riguardo di Enea: «fu de l’alma Roma e di suo impero/ ne l’empireo ciel per padre eletto:/ la quale e ’l quale, a voler dir lo vero,/ fu stabilita per lo loco santo/ u’ siede il successor del maggior Piero./ Per quest’andata onde li dai tu vanto,/ intese cose che furon cagione/ di sua vittoria e del papale ammanto». Ovvero Enea viene scelto nel Paradiso come padre di Roma e del suo Impero: Roma sarà anche sede del papato e, quindi, cuore del mondo.             

            Potremmo anche dire che la visione della storia dantesca è lineare, prevede un inizio, uno svolgimento e un epilogo. La creazione ha dato avvio allo spazio e al tempo così come li conosciamo. All’interno della linea della storia (quella che è documentata attraverso le fonti scritte) è radicata la storia della salvezza che inizia attraverso la rivelazione raccontata nella Bibbia nelle vicende di Abramo, di Mosè e i Profeti fino ad giungere a quella che san Paolo chiama pienezza dei tempi, il momento in cui Dio si incarna nel Figlio Gesù Cristo, sotto l’impero di Ottaviano Augusto (27 a. C.- 14 d. C.) quando si verifica una pace universale, la cosiddetta pax augusta, viene chiuso il tempio di Giano, Roma sospende l’attività belligerante e imperialistica (o almeno così sostiene nella propaganda dell’imperatore).

 

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