Nativo di Belluno, Dino Buzzati (1906-1972) è giornalista, romanziere (Bàrnabo delle montagne, Il deserto dei Tartari, Un amore), novelliere (celebri le raccolte I sette messaggeri, La boutique del mistero, Sessanta racconti). La sua vasta produzione è una chiara testimonianza di quell’attesa insaziabile che è inestirpabile caratteristica dell’umano. Un grande artista sa interpretare la propria epoca e sa capirla, perché comprende meglio di altri le chiavi di accesso alla cultura  coeva. Così, la fortezza Bastiani de Il deserto dei Tartari è divenuta una delle immagini che descrivono meglio la condizione esistenziale dell’uomo del Novecento. L’immagine è, forse, meno nota, ma non certo meno significativa, delle rappresentazioni di altri artisti contemporanei, come la ragnatela o il carcere della forma (luigi Pirandello), l’involucro ingombrante e ripugnante dello scarafaggio (Franz Kafka), l’urlo che si propaga senza essere udito da nessuno (Edvard Munch).

Non è «imponente la Fortezza Bastiani, con le sue basse mura, né in alcun modo bella, né pittoresca di torri e di bastioni, assolutamente nulla» che consoli «quella nudità», che ricordi «le dolci cose della vita». All’ufficiale Giovanni Drogo che vi giunge pare «uno di quei mondi sconosciuti a cui mai aveva pensato di poter appartenere, […] un mondo ben più impegnativo, senza alcuno splendore» se non «quello delle sue geometriche leggi». La fortezza si affaccia su un deserto da cui, si vocifera, arriveranno un giorno i Tartari. L’attesa dell’evento diventa il motivo costitutivo dell’esistenza, così come il fulcro assiale del romanzo, possibilità di riscatto dal grigiore e dalla monotonia dell’esistenza, occasione per l’affermazione del proprio valore.

 

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