DESENZANO

LA FIGURA FEMMINILE NELLA COMMEDIA DI DANTE

Lunedì 23 ottobre 2017 ore 20:30

Oratorio Paolo VI

Nel bosco Dante assiste ad una processione allegorica su cui ci soffermeremo la prossima volta. Basti per ora ricordare che sette candelabri aprono la processione, seguiti da ventiquattro anziani che precedono un carro. Ad un certo punto si alza la voce di uno degli anziani che per tre volte grida Veni, sponsa, de Libano, espressione tratta dal Cantico dei cantici nel quale si racconta in chiave metaforica dell’amore tra l’anima e Dio o anche dell’amore di Cristo per la sua sposa, la chiesa. Gli angeli che si alzano in volo sul carro rispondono in coro Benedictus qui venis, «Benedetto colui che viene». È la frase con cui il Signore Gesù è accolto in Gerusalemme la domenica delle palme, la settimana prima della Pasqua. Le espressioni preludono all’apparizione di una donna coperta da una nuvola di fiori. Un velo bianco, un mantello verde e una veste rossa ricoprono la donna, che Dante non vede in volto, ma riconosce come la donna amata: Beatrice. Bianco, verde e rosso sono simboli delle tre virtù teologali: fede, speranza e carità. Le frasi che introducono la comparsa della donna rivelano la sua natura cristofora: Beatrice è portatrice di Cristo, è accompagnatrice dell’uomo verso Dio. Il poeta ha portato a compimento l’intuizione della donna angelo propria del Dolce Stilnovo. Se in Guinizzelli e nella prima produzione dantesca ancora esisteva il rischio dell’idolatria dell’amore, ora appare chiaro come la visione dell’amore sia stata del tutto purificata e la donna appaia come compagnia verso Cristo, segno dell’amore di Dio per noi. La stessa bellezza si manifesta ora pienamente nella sua natura rivelatrice della verità e della carità. La bellezza di Beatrice è via per accedere a Dio.

            Quando Dante comprende di trovarsi di fronte alla donna amata, si volta per guardare in volto il maestro Virgilio e dirgli: «Men che dramma/ di sangue m’è rimaso che non tremi:/ conosco i segni de l’antica fiamma». Questo è l’estremo omaggio che il poeta porge al maestro avvalendosi dei versi che Virgilio aveva utilizzato nell’Eneide per descrivere il nuovo innamoramento di Didone, che, perso Sicheo, dopo tanti anni si innamora di nuovo di Enea. A questo punto, Dante viator fa l’amara scoperta: «Virgilio n’avea lasciati scemi/ di sé, Virgilio dolcissimo patre,/ Virgilio a cui per mia salute die’mi». Tre volte compare il nome «Virgilio», un numero particolare, dal valore sacrale. Il maestro se n’è andato senza un abbraccio, disdegnando i lunghi addii, senza profusione di lacrime. Lo ha lasciato in compagnia della nuova maestra che lo accompagnerà nel cammino verso l’alto e verso Dio. Le lacrime sgorgano sulle guance di Dante, nonostante il poeta sia giunto nel luogo della felicità terrena, l’Eden. A questo punto interviene Beatrice e le sue parole sono molto distanti da quelle che noi ci aspetteremmo. Sono dieci anni che lei è salita in Cielo. Se abbiamo pensato che le sue prime parole rivolte a Dante saranno pronunciate con tenerezza e dolcezza, ci siamo sbagliati. Il tono con cui lei parla ha il sapore dell’aspro rimprovero: «Dante, perché Virgilio se ne vada,/ non pianger anco, non pianger ancora;/ ché pianger ti conven per altra spada». Al lettore non sfuggirà che compare per ben tre volte il verbo «piangere», ma soprattutto è la prima e unica volta che ci imbattiamo nel nome di Dante in tutta la Commedia, un’apostrofe non certo casuale.

               Solo nell’incontro con qualcuno che ci abbraccia così come siamo, possiamo anche noi abbracciarci e così conoscerci, solo nell’incontro con Dio, padre amoroso, incominciamo a capirci. È esperienza per noi di tutti i giorni: solo in un affetto si conosce veramente! Solo nell’incontro con Cristo l’uomo prende reale consapevolezza della natura del proprio cuore che riprende a vivere di nuova vita, quella che è la sua, naturale, risvegliata in tutta la portata delle esigenze di felicità, di giustizia, di amore, di bene. Nell’incontro con Cristo è ridestato e, per così dire, potenziato il senso religioso dell’uomo.

È solo grazie ad un padre che l’uomo può conoscersi e pronunciare, così, il proprio nome. Anche nel Perceval di Chretien de Troyes il nome del protagonista ci viene svelato solo al verso 3575 dopo che ha compreso la sua vocazione grazie all’incontro nel bosco con un cavaliere dall’armatura baluginante; in seguito, apprenderà il suo mestiere attraverso l’educazione di un maestro alla corte di Re Artù.

            Il tono di Beatrice rimane duro anche nelle battute successive rivolte a Dante: «Guardaci ben! Ben son, ben son Beatrice./ Come degnasti d’accedere al monte?/ non sapei tu che qui è l’uom felice?». Come mai, chiede la donna, tu, o Dante, sei triste anche se ti trovi nel Paradiso terrestre, dove l’uomo è di solito felice? L’aspro rimprovero di Beatrice fa sì che gli angeli le chiedano perché lo avvilisca in tal modo.

Abbiamo visto che il tono di Beatrice, che da dieci anni non ha visto Dante, appare duro nelle parole e nelle battute rivolte al poeta. Gli angeli sono così colpiti dall’atteggiamento di lei che le chiedono perché lo avvilisca in tal modo: «Donna, perché sì lo stempre?». Allora Beatrice sintetizza tutta la storia della Vita nova. Per breve tempo lei lo ha sostenuto con la sua compagnia, fintantoché fu in vita fino al 1290. Quando salì in Cielo e la sua bellezza aumentò di fronte alla gloria di Dio, invece di essere conquistato maggiormente, Dante si allontanò e si dimenticò di lei. Non servì a nulla il fatto che Beatrice cercasse più volte di andargli in soccorso e di impetrare grazie per lui. 

Dante cadde così in basso che per salvarlo la Vergine Maria ricorse alla strategia di cui siamo venuti a conoscenza nel secondo canto dell’Inferno, cioè la Madonna ricorse a santa Lucia (a cui il poeta era particolarmente devoto) che, a sua volta, chiese l’intervento di Beatrice stessa. Ora è necessario che quest’ultima che accompagnerà Dante nei Cieli, prima che lui dimentichi il male compiuto bevendo dell’acqua del Lete, sia profondamente contrito per il peccato. Soltanto a quel punto, Dante viene immerso nelle acque del fiume. Ora, finalmente ricondotto dinanzi a Beatrice, ammirando tutta la sua bellezza, il poeta rimane in estasi.

Siamo ormai giunti agli atti finali del Purgatorio. Nella foresta si sta dispiegando una processione mistica dal valore profondamente simbolico. Sette candelabri sono seguiti da altrettanto liste luminose, poi da ventiquattro seniori e da quattro animali. Sopraggiunge poi un carro, trainato da un grifone: tre donne sono alla destra, quattro alla sinistra. Chiudono la processione sette personaggi, divisi in un primo gruppo di due persone, un secondo di quattro e, infine, un vegliardo. È inutile perdersi nella complessa analisi dei simboli attraverso le diverse interpretazioni. Ci limiteremo qui a riportare la vulgata più diffusa. 

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