DAL MEETING DI RIMINI IN ONDA LA TRASMISSIONE

“IN VIAGGIO CON DANTE VERSO LE STELLE”

Giovedì 22 agosto alle ore 10:30

IL SECONDO CIELO (MERCURIO), GIUSTIANO E IL SENSO DELLA STORIA

Il secondo Cielo di Mercurio ospita quanti hanno operato bene per conseguire la gloria. Quando vi sale, Dante vede tante luci. Dentro una di queste intravede una figura umana. Beatrice comprende la domanda sorta nel poeta e lo invita ad esplicitarla:

[…] non so chi tu se’, né perché aggi,

anima degna, il grado de la spera

che si vela a’ mortai con altrui raggi.

(Paradiso V, vv. 127-129)

La risposta è contenuta nell’intero canto successivo, il sesto. Nella terza cantica non sarà l’unico caso in cui un santo prende la parola e la tiene per tutto il canto. Anche san Tommaso presenterà san Francesco d’Assisi nell’intero canto XI, così come san Bonaventura da Bagnoregio racconterà di san Domenico di Guzman nel canto successivo.

Nell’Inferno le anime dannate non avevano una parte così rilevante, non hanno mai parlato per un intero canto, anche quando hanno rivestito un ruolo determinante. Pensiamo a Francesca, a Farinata, a Pier della Vigna, al conte Ugolino.

In tutti questi casi i dannati hanno sempre risposto a domande di Dante e hanno assolto un compito, anche se inconsapevolmente, quello di rendere partecipe il poeta della realtà ultraterrena.

Anche nel Purgatorio nessuna anima assume un ruolo così totalizzante nel canto: né Stazio, né Marco Lombardo, neppure Beatrice. È solo nel Paradiso che alcune anime prendono la parola e tengono un monologo per il canto intero. Perché? Perché ormai la loro volontà è così conforme a quella di Dio che possono correttamente presentare la verità illuminata dalla Sua luce.

L’anima si presenta attraverso un’agnizione di ben ventisette versi, espediente tipico della commedia antica e spesso utilizzato nella Commedia quando i personaggi introducono la loro identità. Nella prima parte il santo spiega l’epoca e il luogo in cui è vissuto e le mansioni che ricoprì:

 

Poscia che Costantin l’aquila volse
contr’al corso del ciel, ch’ella seguio
dietro a l’antico che Lavina tolse,
cento e cent’ anni e più l’uccel di Dio
ne lo stremo d’Europa si ritenne,
vicino a’ monti de’ quai prima uscìo;
e sotto l’ombra de le sacre penne
governò ’l mondo lì di mano in mano,
e, sì cangiando, in su la mia pervenne.

(Paradiso VI, vv. 1-9)

 

L’anima afferma che il potere imperiale arrivò nelle sue mani, due secoli dopo che Costantino spostò la capitale da Roma a Bisanzio, che da lui prese il nome di Costantinopoli. L’aquila, che qui è simbolo dell’impero romano, si è mossa da occidente ad oriente, in senso contrario al Sole che nasce ad est e tramonta ad ovest.

Il lettore ha compreso a questo punto che il santo è un imperatore romano del VI secolo. L’anima solo ora pronuncia il suo nome, al decimo verso del suo discorso, proprio come nell’agnizione di Stazio che manifesta la sua identità al decimo verso:

Cesare fui e son Iustinïano,
che, per voler del primo amor ch’i’ sento,
d’entro le leggi trassi il troppo e ‘l vano.
E prima ch’io a l’ovra fossi attento,
una natura in Cristo esser, non piùe,
credea, e di tal fede era contento;
ma ’l benedetto Agapito, che fue
sommo pastore, a la fede sincera
mi dirizzò con le parole sue.
Io li credetti; e ciò che ’n sua fede era,
vegg’ io or chiaro sì, come tu vedi
ogni contradizione e falsa e vera.
Tosto che con la Chiesa mossi i piedi,
a Dio per grazia piacque di spirarmi
l’alto lavoro, e tutto ’n lui mi diedi;
e al mio Belisar commendai l’armi,
cui la destra del ciel fu sì congiunta,
che segno fu ch’i’ dovessi posarmi.

(Paradiso VI, vv. 10-27)

Chi era Giustiniano? In realtà, all’anagrafe il suo nome era Flavio Anicio Giuliano.  Nacque nel 482 in Macedonia. Ricevette una buona educazione. Lo zio Giustino fece carriera a corte e divenne imperatore; associò il nipote al trono lasciandolo da solo al comando quando morì nel 527.

Nel frattempo, Giustino aveva già assunto il nome di Giustiniano. Se confrontiamo le date, non sono passati ancora due secoli da quando la sede imperiale era stata trasferita da Roma a Costantinopoli (nel 330 d. C.): Dante fa riferimento, invece, a più di duecento anni. Probabilmente Dante attinge le informazioni sbagliate dal Tresor di Brunetto Latini.

Compagna nella gestione del potere fu la moglie Teodora. Nel 536 Agàpito I, papa tra il 535 e il 536, si recò a Costantinopoli. Non è vero, come racconta Dante, che il papa convertì l’imperatore dal monofisismo all’ortodossia, perché per quel che sappiamo l’imperatore non era monofisita. Il monofisismo sosteneva che in Cristo ci fosse solo la natura divina, non anche quella umana.

Altrettanto erronea è l’informazione che Giustiniano si sarebbe accinto alla stesura del Corpus soltanto dopo la conversione. Nel 536 d. C. l’opera di giurisprudenza era pressoché terminata, realizzata non certo dall’imperatore, ma da un collegio di giuristi presieduto da Triboniano. In pochi anni, dal 527 al 533, si raggiunse l’obiettivo di semplificare leggi, sentenze e commenti del millenario diritto romano tanto che tre milioni di proposizioni furono ridotte a centocinquantamila.

Il Corpus venne strutturato in quattro libri: le Istituzioni, il Codice giustinianeo, le Novelle e il Digesto.

L’attenzione prestata da Giustiniano all’opera legislativa sottolinea l’importanza che l’unità dell’Impero, non sia solo di carattere politico, ma anche giuridico.

Giustiniano promosse anche una campagna militare di riconquista dell’Africa settentrionale e dell’Italia nel 535. L’esercito venne guidato dal generale Belisario prima e da Narsete più tardi. Nei versi danteschi si ricorda solo la figura del primo.

Presentandosi con un efficace chiasmo («Cesare fui e son Iustinïano») l’Imperatore sottolinea che nell’eternità non contano le cariche che abbiamo ricoperto in vita. Onori, fama, ricchezze non possono in alcun modo influenzare il destino ultraterreno. Ricorderemo tutti che l’imperatore Federico II si trova nel VI cerchio degli eretici all’Inferno. Nell’aldilà arriveremo tutti solo con la nostra anima e con l’amore con il quale abbiamo risposto all’amore di Dio.

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