Nel 1908, oltre al saggio L’umorismo, Pirandello scrisse anche Arte e scienza. Ivi, lo scrittore contestava sia la riduzione dell’arte a disciplina dipendente e subordinata a fattori esterni sia la sua restrizione

“per opera di Benedetto Croce a un’unica questione, a un’unica veduta, la quale, non riuscendo ad abbracciare tutto il complesso fenomeno artistico, […] incespica in continue contraddizioni”.

L’unica questione cui alludeva Pirandello è l’intuizione.

Il filosofo italiano Benedetto Croce (1866-1952) identificava, infatti, la vera arte solo con l’intuizione pura. Riteneva che l’arte fosse su un primo gradino, quello dell’intuizione, la scienza su un secondo gradino, quello del concetto. Scriveva Pirandello:

“Il Croce […] pone due forme o attività dello spirito, una teoretica, distinta in intuitiva e in intellettiva, e una pratica. Con la forma teoretica, egli dice, l’uomo comprende le cose: con la forma pratica le va mutando: con la prima si appropria l’universo, con l’altra lo crea”.

L’arte per Croce è conoscenza «nel primo momento della intuizione», è attività teoretica, prescinde dall’attività pratica, è scevra di «sentimento» e di

“volontà. Nel mondo estetico di Croce regna l’equazione: intuizione-espressione […]. L’attività estetica è considerata dal Croce come affatto indipendente”.

Quindi, a detta di Croce, solo alcuni episodi della Divina commedia possono essere considerati «poesia» (cioè arte), mentre gran parte del capolavoro (in particolare il Paradiso), soprattutto quando troppo incline a contenuti morali e religiosi, è catalogabile come «letteratura».

Stiamo senz’altro con Pirandello quando afferma che la ragione non è certo secondaria nella realizzazione artistica. L’arte nasce, dunque, da una finestra spalancata sulla realtà con quella potenza efficace che gli fornisce la ragione.

Ci domandiamo, quindi, come possa l’arte davvero prescindere da essa e, ancora, come possa nascere solo da una delle facoltà umane, sia essa l’immaginazione o il sentimento o l’intuizione.

Dobbiamo, però, precisare che non è la ragione a produrre la bellezza, ma, al contrario, è la bellezza che muove la ragione. La bellezza esiste nella realtà e sprona l’uomo a riprodurla nell’opera d’arte, non esiste prima nella mente dell’artista se non per il fatto che questi l’abbia prima stampata nella propria mente osservandola nel mondo.

Manzoni affermava nel dialogo Dell’invenzione che l’artista non inventa mai nulla. «Inventare» deriva, infatti, dal verbo latino «invenire» che vuol dire «trovare», «incontrare». L’artista è come se trovasse nel creato le impronte del Creatore. Esiste, quindi, sempre un rapporto molto stretto tra l’arte e la realtà.

Pirandello sembrava concordare con lui così come con altri grandi geni del passato come Dante e Shakespeare secondo i quali l’arte sgorga sempre da uno sguardo attento sulla realtà. Nel romanzo Il fu Mattia Pascal si legge:

 

“Nulla s’inventa […] che non abbia una qualche radice, più o meno profonda, nella realtà; e anche le cose più strane possono essere vere, anzi nessuna fantasia arriva a concepire certe follie, certe inverosimili avventure che si scatenano e scoppiano dal seno tumultuoso della vita”.

Certo, ciò non significa che l’arte debba per forza essere verosimile. Ne parleremo a proposito de Il fu Mattia Pascal, tacciato d’inverosimiglianza. Pirandello mostrò in una postfazione al romanzo datata 1921 che, spesso, i casi della vita non sono verosimili. Assurdo è, quindi, pretendere dall’arte quella verosimiglianza che non si pretende dalla vita.

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