Una cultura unitaria e simbolica caratterizza l’uomo medioevale, propria sia del popolo che della classe intellettuale. Chi si dedica alle arti meccaniche è capace di interpretare gli affreschi delle cattedrali o conosce la Commedia di Dante. Pensiamo che lo scrittore Franco Sacchetti racconta nel Trecentonovelle (novella CXIV) che Dante un giorno piegò gli attrezzi del mestiere di un fabbro che aveva osato declamare storpiandoli alcuni suoi versi. La novella rivela molto della popolarità che il poema sommo gode presso i suoi contemporanei.

L’enciclopedismo tipico dell’epoca medioevale non mira tanto a raccogliere più pezzi del puzzle da ricomporre, ma  a collegare i pezzi che già si possiedono con l’immagine complessiva. Questa affermazione non significa certo che nel Medioevo non siano incentivati la conoscenza e il progresso, bensì che la meta, il significato complessivo del vivere, la positività della vita e della realtà sono più chiari che nell’epoca contemporanea in cui le conoscenze in sé sono aumentate a dismisura senza per questo portare ad un aumento di consapevolezza sul senso dell’universo. Dal criterio di riferimento per un giudizio (l’ideale di Cristo) scaturisce una percezione di unità della persona, di non frammentarietà dell’io. È una mentalità molto distante da quella dell’uomo contemporaneo, piena, però, di fascino e di attrattiva, perché la persona è fatta per l’unità e per recuperare l’unità perduta.

Al carattere unitario della cultura corrisponde, sul piano sociale, la dimensione comunitaria della vita. L’uomo non solo si sente appartenente ad un credo comune, ad un ideale, ma vive concretamente all’interno di una comunità, che è rappresentata dalla corporazione, dal paese, dalla chiesa, ma soprattutto dalla famiglia.

 

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