Partiamo dall’analisi delle vicende storiche e culturali nella storia umana. Riduciamo il campo di osservazione al mondo occidentale e soffermiamoci sulle sue massime espressioni nella storia dell’arte e della cultura. Pensiamo all’apogeo della cultura greca nell’età di Pericle o all’età augustea o ancora alla grande cultura medioevale e rinascimentale. La vera cultura è sempre stata espressione di un popolo. La consapevolezza dell’appartenenza ad un popolo e ad una tradizione ha generato sempre frutti fecondi. Ne è ben cosciente Cesare Pavese che scrive ne Il mestiere di vivere:

 

Quando un popolo non ha più senso vitale del suo passato si spegne. La vitalità creatrice è fatta di una riserva di passato. Si diventa creatori anche noi, quando si ha un passato. La giovinezza dei popoli è una ricca vecchiaia.

La creatività trova la sua scaturigine più autentica nella tradizione e nel radicamento nelle proprie origini. Questa considerazione è valida sia per il singolo individuo che per un popolo. Quando un popolo si allontana dal proprio passato, dai valori che hanno sempre rappresentato la coscienza della comunità, anche la cultura e l’arte perdono lo splendore e la capacità di essere sempre nuovi, eppure sempre validi e universali. Una pianta, radicata nel terreno, riceve sempre nuova linfa, perde le foglie vecchie e ne fa germogliare delle nuove. Ogni esperienza di vera appartenenza reca in sé la vitalità che proviene dalla verità sulla vita che viene tramandata di generazione in generazione, di padre in figlio. Da questa verità e bellezza nascono l’arte e la cultura.

 

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