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sagostinoAnno: 2009

Attori: Monica Guerritore, Alessandro Preziosi, Franco Nero.

Regia: Christian Duguay

 

La gioventù e la formazione retorica

La storia si apre nel 430 d. C. al momento dell’assedio di Ippona da parte dei Vandali. Giunge nella città una lettera da Roma in cui si chiede a Sant’Agostino, vescovo della città, di abbandonare quella terra e portare in salvo tutti i libri. Tutta la vicenda è raccontata con lunghi flashback del settantaseienne Agostino che ricorda:“Se in me c’è qualcosa di prezioso io lo devo soltanto a mia madre che mi partorì con la carne a questa vita temporale e col cuore alla vita eterna”. Inizia così il suo tuffo nel passato, di quando ancora adolescente fu colpito dalla perizia retorica dell’abilissimo Macrobio che riusciva a persuadere tutti di quello che voleva. A seguire è raccontato il famosissimo episodio delle pere rubate (presente nelle Confessioni), un atto cattivo compiuto deliberatamente (“Volevo fare una cattiveria gratuita, non avevo rubato per goderne”). Agostino parte per Cartagine per cercare di entrare nella cerchia dei alunni di Macrobio. Accompagnato dalle parole della mamma (“Che Dio sia con te!”), le risponde: “Dio, no grazie, mi basto io”. “Di chi erano se non di Dio quelle parole di mia madre, ma non mi scendevano nel cuore” dirà più tardi il sant’Agostino convertito.

 

Una volta a Cartagine, Agostino conosce la schiava Calidà che diventa sua concubina. Mentre Agostino si perde nella grande città, la madre Monica continua a pregare per la conversione e la felicità del figlio. Simmaco gli insegna che “la giustizia è uno spettacolo”, che l’arte sofistica è la suprema arte: non esiste verità, sono le parole che rendono vera o falsa la realtà, veri o falsi i fatti. Agostino fa assolvere un uomo che è davvero colpevole e che poi diventerà uxoricida. Rimproverando questo fatto al maestro Simmaco, Agostino sottolinea che Cicerone ha scritto che solo la verità può rendere felici (Ortensio) e tutti gli uomini vogliono essere felici. Macrobio gli ribatterà che solo il coraggio di fare a meno della verità può rendere un oratore un grande oratore. Per la prima volta Agostino avverte l’inanità della sua arte retorica. “Quanti gradini ho sceso verso l’Inferno, affannato e riarso dalla carestia della verità  al tempo in cui cercavo Dio con gli occhi della carne e non dell’intelligenza, per cui Lui ci ha voluti superiori alle bestie” commenterà Agostino più tardi.

 

Alla ricerca della verità

Ormai avvocato importante, Agostino è richiamato a Tagaste da una lettera della madre che lo avverte della salute cagionevole del padre Fabrizio. Questi chiede il battesimo prima di morire, accudito dalla fedele moglie Monica, che gli sta a fianco nonostante il carattere scorbutico e l’atteggiamento riprovevole. La madre Monica richiama il figlio all’amore della verità in tutti gli ambiti, anche  nel lavoro che svolge, dicendogli: “Un uomo è innocente o colpevole”. “Madre” risponde lui “un uomo è innocente o colpevole in base alle parole dette in tribunale”. Alla ricerca della verità inizia a seguire i Manichei, che andavano predicando la necessità di staccarsi dal corpo e di seguire solo lo spirito. Il Vescovo dà un consiglio a Monica: “Prega, il figlio di così tante lacrime non può andare perduto”.

Agostino dice alla madre che è quello che è grazie a se stesso. “Nessuno si può creare da solo, così  come non potrà mai bastare a se stesso. È il nostro cuore a dirlo” dice Monica. “No, sono i vostri preti a dirlo… Il vostro vescovo ha paura…”. “Tu hai talento, ma lo stai solo sprecando” replica lei. Agostino viene invitato ad entrare tra gli eletti dei Manichei, dovrà però porre fine alla relazione con la sua compagna. Quando Calidà gli rivela di aspettare un bambino, Agostino decide di non entrare tra gli eletti. In un’altra scena il figlio piange. Agostino si lamenta, vuole diventare famoso, fare carriera, pensa alla figura di Cicerone già famoso alla sua età.

 

Non è l’uomo a trovare la verità, deve lasciare che sia la verità a trovare lui

A breve gli si presenta l’occasione perché a Milano cercano un nuovo oratore di corte per Milano, un oratore che contrasti il vescovo Ambrogio, abilissimo retore. Agostino parte con l’amico Valerio e ottiene l’incarico. “Dio agì su di me fino a farmi maturare l’idea di partire per Roma, servendosi di uomini attaccati a questo vivere già morto,  mentre io odiavo la felicità reale, agognando una felicità fasulla” così commenterà Agostino più tardi, riflettendo sulla sua partenza. A Milano avverrà l’incontro con Ambrogio che gli dirà: “No Agostino, non è l’uomo a trovare la verità, deve lasciare che sia la verità a trovare lui” dice Ambrogio ad Agostino. “Arrivai così dal vescovo Ambrogio … perché da lui fossi consapevolmente guidato a Dio” commenterà dopo.

Finito questo lungo flashback ecco che si ritorna ad Agostino vecchio, Tagaste assediata, i romani che cercano la controffensiva. Agostino non vuole abbandonare la città di cui è vescovo, nel contempo vorrebbe che la città trovi un accordo con i vandali. Riprendono i ricordi degli anni trascorsi a Milano.  Agostino viene a conoscenza della storia di Ambrogio, battezzato da adulto, governatore a soli trent’anni, che lascia i suoi incarichi per ricoprire il ruolo di vescovo quando muore il suo predecessore. Ecco uno dei tanti dialoghi tra Ambrogio e Agostino. “Chi è contro la verità è contro se stesso” dice Ambrogio. Agostino rimprovera ad Ambrogio di aver parlato di uno spirito invisibile, che vivifica. Come è possibile? Il vescovo replica:“L’amore che nutrite per la vostra compagna è visibile? No. Eppure quest’amore ha generato qualcosa di molto concreto”.

Il primo discorso di Agostino di fronte all’Imperatore  è un successo. Le chiese vengono requisite. I cristiani si oppongono sacrificando la loro vita. “Deve essere la verità a trovare lui. La verità è una persona, Gesù Cristo, il Figlio di Dio”.

Bellissima la scena del mosaico in cui Monica commenta:   “Guarda come si compone un mosaico, tassello dopo tassello, ma dopo che ognuno avrà trovato il suo posto si potrà vedere l’intero disegno”. I soldati dell’Imperatore uccidono i cristiani indifesi per entrare nella chiesa. Agostino subisce un duro colpo. Nel discorso di giustificazione dell’azione efferata dei soldati afferma che i cristiani morti sono innocenti. La crisi si acuisce, Agostino è infelice. Si reca da Ambrogio ricordandosi delle sue prediche (“Pensate ai fiumi di montagna, quando incontrano un ostacolo diventano più forti”, “La verità non è un concetto…. Dovete lasciare  che sia la verità a trovare lui…. La verità è una persona, Gesù Cristo il figlio di Dio”). Agostino prende il Vangelo, apre e legge un passo che gli parla della sua vita passata e di quella presente: “Non in mezzo a gozzoviglie, … non tra contese e gelosie ….”. Nell’incontro con Ambrogio Agostino si converte e si fa battezzare.  “Ho sempre parlato troppo. Oggi per la prima volta invece ho ascoltato la sua voce (di Gesù)” dice Agostino ad Ambrogio rivolgendosi a lui come ad un padre. Commenterà poi: “Tardi t’amai o bellezza tanto antica e tanto nova. Mi chiamasti e il tuo grido perforò la mia sordità … Ora se mi manchi mi manca il respiro. Mi sfiorasti e arsi del desiderio della tua pace”. Dio è la risposta al desiderio del cuore dell’uomo che desidera l’assoluto. Agostino e Valerio perdono la posizione di privilegio che avevano.

Monica dirà al figlio convertito: “C’è sola una cosa per cui ho vissuto. Vederti battezzato prima di morire. Non c’è nulla di cui avere paura, figlio mio. La nostra vita è solo un guscio fragile, ma dentro di noi vive qualcosa che non è fragile e provvisorio. Stiamo già vivendo la vita eterna”.

 

La città di Dio

Si ritorna all’assedio del 430. Nasce una storia d’amore tra due giovani, un soldato romano di nome Fabio e una nipote di Agostino, Lucilla. Angostino dirà a Fabio: “Un uomo è ciò che ama. Se ami la terra allora sarai terra…. Se ami Dio allora sarai Dio”.  Altro flashback al 405, quando Agostino è già vescovo e sta scrivendo la Città di Dio. Siamo nell’epoca della controversia tra cristiani e   donatisti che riconoscevano come vescovo Sidonio. Viene scelto Flavio Domizio come arbitro. Agostino ha totale fiducia nella verità, non in se stesso. La difesa di Agostino si aprirà con le parole: “Nessuno di noi è solo mai, neanche nei momenti più disperati, Dio ci è sempre vicino, è più fraterno di ogni fratello”. Domizio decreta la vittoria dei cristiani, ma viene ucciso e morendo vuole la benedizione di Agostino e vuole sentirlo parlare della città di Dio. Domizio è morto per difendere la verità. Si ritorna all’assedio del 430. Il figlio di Domizio Fabio non crede e odia Agostino. I Romani perdono contro i Vandali, molti sono fatti prigionieri. Il vescovo allora si reca dal capo vandalo per chiedere la restituzione degli ostaggi e chiedere la pace, che i capi romani non vorranno. Fabio vede una diversità di comportamento e di umanità in Agostino e si converte (“Oggi voi mi avete reso libero…. Libertà dalla vecchia Roma, ci può essere una nuova Roma, fondata sulla speranza, sulla fede, una città di Dio”). Agostino sposa Flavio e Lucilla che salperanno per salvarsi. A loro la scia questo testamento spirituale: “Amate e fate ciò che volete… solo da questa radice può scaturire il bene. Se parlate, parlate per amore, se correggete, correggete per amore, se perdonate, perdonate per amore”. “È per trasformazione non per totale annientamento che questo cielo passerà”. Agostino rimarrà ad Ippona.

 


maquandoarrivanoleragazzeRegia: Pupi Avati

Anno: 2005

Attori: Claudio Santamaria, Vittoria Puccini., Paolo Briguglia, Johnny Dorelli

SPUNTI DI RIFLESSIONE

 

Si racconta di due ragazzi che decidono di partecipare al concorso Umbria Jazz. Uno sa suonare la tromba, conosce lo strumento fin da piccolo, quando il padre lo ha instradato sulla via della musica. L’altro ha trovato casualmente lo strumento musicale su un’automobile, ma non conosce neppure le note. I due, diventati ben presto amici, creano un nuovo gruppo musicale finché un giorno non emergerà in maniera clamorosa il talento del ragazzo che aveva conosciuto la musica solo più tardi. Non racconto oltre la storia per non guastare la visione del film a quanti fossero interessati. Mi soffermo solo un istante sul rapporto padre/figlio nella famiglia in cui si coltivava da sempre la passione per la musica. Il padre parla in alcune scene al posto del figlio e sostiene che il figlio ha suonato anche con importanti Jazzisti americani anche se non è vero. Una sera chiede alla moglie : «Che cos’è la cosa più importante per un ragazzo della sua età? Che trovi la vocazione e che la porti avanti. Deve fare il frustrato e il consulente finanziario? Lasciatelo trovare da solo la sua strada». Allora la figlia lo provoca dicendo: «Tu vuoi che tuo figlio suoni, perché tu non ce l’hai fatta». Il padre nutre un sentimento di rivalsa, di rivincita, che spera si possa concretizzare nel figlio («Glielo fate un culo grande come una casa?... A quegli stronzi?»).

Per comprendere meglio il film bisogna sapere che esso nasconde alcune vicende autobiografiche del regista. Ho incontrato Pupi Avati durante una serata in cui presentava il suo film raccontando di sé, della sua storia e della questione del talento nella vita. Scoprii questo. Pupi Avati aveva suonato in un gruppo jazz di Bologna fino a trent’anni quando entrò nella sua band un certo Lucio Dalla, che aveva studiato poco musica. Allora durante una tournee in giro per l’Europa, mentre il gruppo si trovava a Barcellona, emerse il talento di quel Lucio che sarebbe diventato ben presto musicista affermato a livello internazionale. Pupi Avati comprese di aver la passione  per la musica, ma di non aver davvero talento. Ci raccontò il regista che salì con Lucio Dalla sulla Sagrada Famiglia ed ebbe uno strano desiderio di spingere giù dal monumento l’amico rivale. Lucio forse lesse nei suoi occhi questo pensiero e di corsa scese le scale. Da quel momento, Pupi Avati decise che avrebbe abbandonato il mondo della musica e si sarebbe dedicato ad altro in attesa di scoprire il suo vero talento. Divenne direttore di una catena di supermercati finché una sera non capitò qualcosa. Era stato invitato ad una festa insieme al fratello. Conobbe un uomo, che chiamiamo mister X, a cui raccontò il suo desiderio di fare il regista cinematografico. Mister X allora  si offrì di finanziare il film. Pupi Avati non accettò subito l’offerta, ma solo più tardi. Il primo film fu un fiasco, così come il secondo. A questo punto Mister X invitò fuori a cena il regista, gli offrì la cena, ma non si propose più di finanziare altri film. Pupi Avati dovette, quindi, pensare a girare un film dai bassi costi. Scelse una scena poco costosa, quella di una villa in cui si sarebbe svolta tutta la sceneggiatura, e alcuni attori di basso ingaggio. Pensò a Carlo delle Piane, attore di teatro, e a Diego Abbatantuono, conosciuto al pubblico per alcune commedie che in un certo senso gli avevano precluso la strada di film più seri e impegnati. Pupi Avati telefonò ad Abbatantuono utilizzando l’unico numero che possedeva dell’attore. Rispose al telefono l’attore dicendo all’incirca queste parole: «Ciao. Come mai mi hai cercato su questo numero, quella della mia fidanzata di due anni fa? Sono passato di qui casualmente a riprendere dei vestiti che avevo lasciato qui allora. È una fortuna che mi hai trovato. Che cosa vuoi?». Pupi Avati allora espose il suo progetto sul film offrendo ad Abbatantuono un ruolo drammatico, serio. Dopo i primi dinieghi («Non recito più, ho aperto un pub, mi sono sputtanato con i film precedenti»), l’attore comico accettò la sfida. Nacque un grande film, il primo che diede la notorietà a Pupi Avati, «Regalo di Natale». Pupi Avati aveva scoperto il suo talento. Quante coincidenze, quante casualità sembravano esserci! Niente per lui era stato davvero casuale! Pupi Avati aveva accettato la sfida, aveva lasciato aperta la domanda sul talento e sulla vocazione. Dalla realtà ad un certo punto era sorta la chiamata.

Ecco alcune riflessioni che io ho condiviso in seguito con i miei studenti durante il percorso di orientamento. Ciascuno di noi ha almeno un  talento. Possedere anche un solo talento, ma scoprirlo e farlo fruttare «produce molto di più» che possedere tanti talenti, ma tenerli nascosti e non farli fruttare. L’uso di un talento ha a che fare con la consapevolezza di possederlo. Per questo : «A chi più ha più sarà dato e a chi non ha sarà tolto anche quello che ha». Fondamentale è scoprire quali talenti abbiamo, essere educati a cogliere i nostri talenti. Il talento è la nostra passione più profonda in quanto è connaturata a noi stessi. Gianca quando sente suonare l’amico, che studia musica da poco tempo, pensa: «C’era comunque nel modo di rapportarsi con quello strumento qualcosa di personale, come se  lui e quella tromba fossero accomunati da una sorta di complicità».

Non a caso nel film l’immagine degli astri fa da filo conduttore: l’astro e le stelle sono emblema del desiderio, del destino, … Interessante è, quindi, provare a capire il valore simbolico dei questa presenza in un film incentrato sul talento, sulla vocazione e sull’amore. Nel film c’è il cacciatore di comete.

 

 

 

vatel

 

Regia: Roland Joffé        Anno: 2000

Costumi: Yvonne Sassinot De Nesle,  Fotografia: Robert Fraisse,  Montaggio: NoÃlle Boisson 

Attori: Julian Sands, Uma Thurman, Tim Roth, Gerard Depardieu.

 

Trama: Il principe di Condè, caduto in disgrazia agli occhi di Sua Maestà, escogita di recuperarne il favore organizzando tre giorni di festeggiamenti mai visti per celebrare il passaggio della corte dalle sue terre. Cosi ricorre a Francois Vatel, il piu grande maestro di cerimonie dell'epoca, che sembra risolvere tutto organizzando tre giorni memorabili, con il risultato di un grande successo personale per il Principe di Condè e di inaspettate conseguenze per se stesso.  

Primo giorno. Vatel fa iniziare i festeggiamenti con grande sfarzo.

Nel dialogo con Madame di Montesieu afferma di avere il potere di “creare, stupire. La visita del re è l’esame supremo”. La donna gli risponderà: “Il destino della Francia è nelle vostre mani. Sarà una grande sorpresa per il ministro del Re Colbert”. Vatel è convinto di essere libero, di contare molto, ha dato tutto per il suo signore.

 

Il fratello del re vuole prima un paggio, poi si invaghisce della genialità di Vatel e lo manda a chiamare. Il maestro di cerimonia gli fa rispondere: “Non c’è anima tanto debole che non sia in grado di avere un potere sulle passioni (se vogliamo ciatre Cartesio). Ditegli che entrambi viviamo qualcosa di veramente terribile, il desiderio dell’assoluto, del sublime, del perfetto. Per questo lui svolazza da persona a persona ed è ancora per questo che io non mi concedo a nessuno”. Il fratello del Re gli risponderà: “Voi mi capite come nessuno dei miei amici riesce a capirmi”. Vi auguro di trovare la perfezione. Lo so che io cerco nei posti sbagliati. Ma quando sarò disperato, ricorderò che esiste un uomo che sa leggermi nell’animo”. La situazione ricorda molto da vicino la figura del Miguel Manara che passa di donna in donna senza essere soddisfatto, mentre i suoi amici lo credono fortunato, non comprendendo la sua tristezza.

In una partita a carte il Principe di Condè vende il suo maestro di cerimonia.

 

Secondo giorno.

Il banchetto dell’ultimo giorno deve essere perfetto perché il principe di Condè abbia il comando delle operazioni militari e il favore del re. Intanto Vatel è stato venduto al Re in una partita a carte. Vatel sa tutto dei suoi dipendenti, è molto dispiaciuto della morte di un suo aiutante. Intanto cresce la simpatia del fratello del re per Vatel (“Siete un maestro testardo, voi maestro dei piaceri, ammirevole”. Vatel maestro dei piaceri sa controllarsi, vive per la responsabilità, per il suo compito. Vedremo presto che ciò non basta). Nasce anche l’amore tra Vatel e madame di Montesieu. Vatel le scrive facendole un dono: “Madame, siete stata gentile con chi aveva dimenticato la gentilezza. Dedico il mio talento per ottenere il vostro perdono”. Vatel sacrificherà i suoi pappagalli per salvare i canarini della donna che ama.

Madame di Montesieu è colpita dalla sua dedizione totale al lavoro. Quando sta per sopraggiungere una tempesta, vorrebbe farla cessare con il pensiero. Sentiamo il dialogo:

 

Vatel- Vi sentite male?

M. de Montesieu- Volevo che il vento smettesse. L’ho fatto smettere.

Vatel- Penso sia stato Dio.

M- Allora Dio ha mandato me; è così importante tutto questo?

V- Non è da tutti compiacere il Re.

M. Compiacere il re non è difficile e di nessuna importanza.

V. Come maestro di cerimonia ho il potere di salvare il casato del principe di Condè.

 

La donna confessa dopo una notte di amore che il principe di Condè l’ha scommesso ad un tavolo da gioco.

 

Terzo e ultimo giorno. Il pesce non è arrivato perché c’è stata una tempesta. Il Re nomina Vatel come suo maestro di corte a Versailles. Vatel farebbe carriera. Perché allora deciderà di farla finita? Vatel lascerà il biglietto alla Madame di Montesieu in cui scrive: “Quando avrà letto questo biglietto io avrò lasciato questo mondo con l’unico rimpianto di non poter più essere con voi. Vi diranno che è stato il fallimento del banchetto. Ma tra il breve aprirsi e richiudersi del vostro cuore ho capito di non essere il signore dei festeggiamenti ma il loro schiavo. Possiate fuggire anche voi ma per una via migliore. La vostra casa è al Sud, mi pare. Ricordate che c’è un luogo dove piantano le ciliegie, il sapore delle ciliegie si sente nel vino. Il vostro servo. Francois Vatel.” La invita a non farsi schiava del potere e del titolo, della ricchezza, ma a cercare un luogo bello .

Il maestro di cerimonia Vatel vive per un ideale che di dimostra inconsistente. “Il mio padrone è un uomo di onore. Ci scommetterei la vita.”

 

Come finirà il triduo di cerimonie? Il pesce arriverà. Gourville, l’aiutante di Vatel, riuscirà ad ovviare alla morte di Vatel. Il banchetto sarà eccellente e tutto riuscirà al meglio anche senza il grande maestro di cerimonia.

 

PERCORSO SULL’ESPERIENZA:

1- Nel primo film abbiamo visto l’importanza che la persona ci sia in tutta la sua totalità nell’esperienza. Non ci deve essere una distanza, ma un affetto, un coinvolgimento. Occorre però tutta la persona, LA RAGIONE (TENER CONTO DI TUTTI I FATTORI IN GIOCO), UN’EDUCAZIONE (UN MAESTRO CON UN’IPOTESI DI LAVORO).

2- Ora l’attenzione è sul CUORE. Il cuore in senso biblico è il desiderio di assoluto e di Infinito che abbiamo in noi e che ci fa essere a immagine e somiglianza di Dio. Questo desiderio di assoluto si traduce in un desiderio di felicità infinita, di amore infinito, di bontà e di giustizia infinte. L’uomo deve prendere coscienza di quest’animo, come nel film accade per Vatel e per il fratello del Re.

3- … e sul GIUDIZIO. Giudicare significa confrontare quanto ti accade con il tuo cuore, ovvero con questa esigenza di felicità, di bontà, di amore.

Nessuno fa esperienza soltanto quando prova o sperimenta qualcosa.  Una persona può aver avuto tante donne, ma può non aver mai fatto esperienza dell’amore. Miguel Manara, la figura storica nascosta sotto il leggendario Don Giovanni, ha conquistato tante donne, ma non conosce davvero la natura dell’amore fin quando non incontra Girolama, che lo abbraccia nonostante il suo limite, che lo ama per quello che è, che gli mostra una letizia che le altre donne non possedevano. Miguel Manara incontra una umanità diversa, più corrispondente alla sua attesa, al suo umano desiderio di essere amato. L’abbraccio amoroso che la ragazza gli mostra corrisponde pienamente a quanto il cuore di Miguel Manara attende. Questi deve, però, riconoscere la sorprendente corrispondenza tra l’esperienza dell’incontro fatto e il suo desiderio di amore. Deve chiedersi le ragioni di questa corrispondenza, deve capire la natura delle domande del proprio cuore e, nel contempo, deve  investire di una domanda ciò che ha incontrato. Non c’è umana esperienza senza questa verifica di corrispondenza al cuore. Nell’esperienza dell’amore la persona coglie la propria dimensione strutturale di essere dipendenza da un altro e, in particolar modo, da quell’Altro che ci ha fatti. Nel contempo, la persona comprende che nell’esperienza dell’amore ci sono un compimento, una soddisfazione, una letizia differenti rispetto ad una posizione narcisistica di auto soddisfazione. L’apertura all’altro è una dimensione naturale per l’essere umano. La persona crescendo finisce, spesso, per dimenticarselo fino a quando non fa esperienza di essere amato. Quando accade questo? Solo quando qualcuno ti fa percepire che tiene proprio a te, che ti vuole bene così come sei, incondizionatamente, senza preclusioni.

Vatel ha compreso che aveva scommesso tutto per qualcosa di effimero, di precario, di inconsistente che non poteva soddisfare pienamente il suo desiderio di Assoluto. Lo comprende quando incontra l’amore e si rende conto che quest’amore è impossibile (“State con me, non andate dal Re” dirà alla donna dopo una notte d’amore. Lei gli risponderà: “Non avete capito che ciò non è possibile. Siamo delle pedine del Re. Il principe di Condè vi ha venduto per una partita a carte”).

L’IDEALE di Vatel si rivela effimera, un SOGNO, inconsistente che svanisce.

 

 

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SPUNTI DI RIFLESSIONE.

1. LIBERTÁ. IDEOLOGIA. UTOPIA. Il regista dello show si chiama significativamente Christof, un uomo che vuole farsi Dio, come in tutte le ideologie, in tutti i sistemi in cui l’uomo pensa di costruire il mondo perfetto. Ha voluto costruire un mondo perfetto, senza libertà. Tutti sono attori, sono tutte marionette  a cui vengono suggerite le battute.  

 

Viene intervistato Christof che dice: “Perché Truman non è riuscito a scoprire la vera realtà del mondo in cui vive? Noi accettiamo la realtà del mondo così come si presenta.” (non troviamo risposte perché non ci poniamo domande, non troviamo la verità perché non la cerchiamo davvero e col cuore).

 

Silvia chiede a Christof che diritto abbia di prendere un bambino e di trasformare la sua vita. Lui risponde:” Io gli ho dato la possibilità di vivere una vita normale. Il mondo è malato. Se fosse determinato a scoprire la verità, noi non potremmo fermarlo. Truman preferisce la sua cella”.

In una scena Truman cerca di prendere il battello, ma non ci riesce. La sua libertà non è stata educata a giocarsi, la sua vita è omologata, da pubblicità.

All’amico confessa: “Tu non hai mai l’impressione che la vita vada verso una direzione?”. L’amico gli risponde: “Un posto come questo non esiste, hai visto che tramonto”. Truman risponde: “Ho deciso di andare via”.

Alla fine del film, durante la tempesta, il regista penserà addirittura ad uccidere Truman pur di non perderlo. Alla fine gli dirà: “Là fuori non troverai più verità, gli stessi inganni… Io ho seguito quando sei nato, il tuo primo giorno di scuola, il tuo posto è qui con me, come fai ad andartene?”. Christof rappresenta qui colui che vuole togliere la libertà all’altro ponendosi lui come risposta alla domanda di felicità del cuore dell’uomo.

 

2. LA RICERCA DELL’IO. Truman inizia a domandare, a ricercare quando incontra dopo 22 anni suo padre, che pensava morto. Allora cerca di ricostruire l’unico volto umano VERO che aveva incontrato, quello di Lauren/Silvia.

All’amico così dice: “Non ti viene mai il prurito ai piedi, l’ansia di partire… Voglio andare via, alle Fiji” (dove pensava fosse partita la donna che amava). La ricerca dell’io riparte dietro ad un TU, a quel TU VERO ED AUTENTICO, che ti ama ed abbraccia così come sei. Silvia è l’unica che cerca di svelare la finzione e la menzogna dello show televisivo. Tutti gli altri cercano di tacere e censurare . Lei gli dice: “Io non mi chiamo Lauren, ma Silvia”. Ci tiene a rivelargli il suo vero nome, il suo vero volto.

 

3. LA LETTURA SIMBOLICA DEI NOMI: Truman (l’uomo vero), Christof (metafora dell’uomo di oggi che vuole ergersi a Dio), S. Maria (nome della barca che salva Truman), il numero della barca è 139 (qualche allusione alla simbologia medioevale?).

 

4. Il film può essere letto come metafora del mondo in cui l’uomo vive spesso una finzione, interpreta una parte, non ricerca la verità e il proprio vero volto umano. Il film è anche una anticipazione di quanto è accaduto in questi anni a livello televisivo (Grande fratello, …). Si presta quindi ad una riflessione al riguardo.

 

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WILL HUNTING – GENIO RIBELLE è un film che piace molto ai ragazzi.

 

VOLER BENE E VOLERSI BENE DAVVERO. Prima di riuscire a dire alla sua ragazza “Ti amo”, prima di voler davvero bene a qualcuno, Will deve sentirsi amato, sentirsi abbracciato così come è, con la sua storia, i suoi limiti, le sue grandi doti. Solo nell’esperienza dell’essere amato (esperienza che lui, orfano, non ha ancora sperimentato, non ha ancora conosciuto, non sa che cosa voglia dire), Will inizia a desiderare di essere migliore come persona, che non significa altro che “essere pienamente se stesso”, quello per cui è nato. Lo psicologo gli dice: “Ci sei nato, non nasconderti dietro a – Non l’hai chiesto -”. E’ un’avventura, una sfida quella di desiderare di capire la propria strada, il proprio bene, quello per cui si  è nati e si è fatti. Solo allora, nel rapporto adulto con lo psicologo, Will inizia a prendere sul serio sé e, di conseguenza, ciò che vive, in primis la sua donna. Will partirà alla fine, perché ha un conto in sospeso con una ragazza.

Molto interessante è questo dialogo tra Will e lo psicologo:

Sean Mc Guire         Hai qualcuno?

Will                            Cosa intende dire?

Sean Qualcuno che ti fa scoprire nuove cose .. Che ti tocca dentro… Che cosa ti appassiona, che cosa desideri? Cosa vuoi veramente? Rifili stronzate a chiunque. Ti faccio una semplice domanda e non sai rispondere. Qual è la tua strada?

 

Noi spesso non ci poniamo le domande che dovrebbero essere più consuete nelle nostre giornate (che cosa vogliamo dalla vita? Che cosa desideriamo davvero? Per che cosa siamo nati?), perché non ci prendiamo sul serio. Anche il gruppo di amici di Will, quasi sino alla fine del film, non si prende sul serio, fino a quando non accade che qualcuno prende Will sul serio, drammaticamente sul serio. Allora Will inizia a cambiare.

 


Per conoscere davvero, per capire a fondo un aspetto della realtà, ci si deve affezionare (nel senso etimologico di “essere colpiti”), ci si deve interessare (cioè io devo c’entrare con quell’aspetto e quell’aspetto deve entrare a far parte della mia vita), ci si deve appassionare. Non può non venire in mente il dialogo tra la volpe e il piccolo principe nel testo Il piccolo principe di A. de S. Exupery in cui si discute sul significato di “addomesticare” (che include l’idea di creare familiarità, intimità). La conoscenza comporta una sorta di conquista più profonda della realtà. Bellissimo, a tal proposito, è il dialogo tra lo psicologo e Will in cui lo psicologo afferma di non rimpiangere nulla dei giorni trascorsi con sua moglie e confessa che i difetti della moglie, che lui solo conosceva, sono quanto di più bello conserva di lei, ciò che lega lui in particolare ad una donna in particolare.

 

La vera conoscenza comporta un confronto con il proprio cuore, cioè con la propria esigenza di felicità, di bellezza e di amore: in questo confronto la persona fa una verifica per valutare se quanto capita corrisponda al proprio cuore. Non si può parlare con verità se non di quanto abbiamo giudicato e verificato con il nostro cuore. Sean dice al presuntuoso Will:”Tu non hai la minima idea delle cose di cui parli… Se ti chiedessi dell’arte, mi diresti tutte le opere scritte … ma scommetto che non sai dirmi che odore c’è nella Cappella Sistina, non sei stato lì con la testa rivolta al soffitto. Se ti chiedessi delle donne,… non sai dirmi cosa vuol dire risvegliarsi a fianco di una donna e sentirsi felici. Sulla guerra… citeresti Shakespeare, ma non sai cosa vuol dire vegliare tenendo la testa del tuo amico sulle spalle… Sull’amore… citeresti un sonetto, ma non lo conosci, non sai cosa vuol dire essere stato del tutto vulnerabile, non ne conosci una che ti risollevi con gli occhi sentendo che Dio ti ha mandato lei per salvarti dagli abissi dell’inferno, non sai cosa si prova a strare a fianco di un letto di un ospedale, non sai cosa significhi una vera perdita, perché questa si verifica quando hai amato qualcuno più di te…”.

Bisogna partire dall’esperienza di sé, dal nostro io in azione, non dall’idea che si ha di sé.Qui emerge, poi, la presunzione di chi pensa già di sapere, Will. Questi, fintanto che non si depriverà di tale presunzione, non inizierà l’avventura della conoscenza.

Lo psicologo ha preso i fatti, ciò che gli capitava, sempre sul serio, così sul serio che si ricorda la data, il momento in cui ha capito che sua moglie sarebbe stata “sua moglie”, cioè il momento in cui quella donna è entrata nella sua vita incidendo profondamente su di lui. Richiamandoci alla memoria Dante, lo psicologo afferma che la donna che si incontra nella vita “ci salva dagli inferi”, cioè ha il potere, la capacità, diciamo pure la “responsabilità”, di compierci, di realizzarci, di completarci, di farci sentire meno soli, di renderci felici (Donna come Beatrice). A proposito della donna, lo psicologo parla di “Angelo, spirito mandato dal Cielo”.

Prima di partire per il suo viaggio (l’avventura, la sfida della vita) Will deve riconoscere il proprio limite, la propria miseria. Anche Dante prima di tutto visita l’inferno, ovvero il male di cui tutta l’umanità è capace e che lui stesso potrebbe compiere. Prendere coscienza della propria miseria, del proprio limite è la condizione indispensabile per la mendicanza, per domandare, per chiedere aiuto. Nella vita non c’è risposta ad una domanda che non si pone. Nella vita è fondamentale imparare a chiedere e a cercare.

Lo psicologo gli ripeterà più volte : “Non l’hai voluta tu, non l’hai voluta tu”. Non abbiamo desiderato noi il nostro male, la nostra miseria. Non possiamo censurare il nostro male, dobbiamo, anzi, partire da quello per capirci, per capire che da soli non siamo nulla. Solo nel rapporto con qualcuno che ci conosce meglio di noi, perché ci prende più sul serio di noi, iniziamo “ad essere”, cioè ad emergere come persona.

L’idea di educazione che emerge dal film è simile a quella espressa da Dante nella Commedia. L’educazione introduce alla comprensione della realtà: occorrono un maestro (una figura autorevole) e un’ipotesi esplicativa (e positiva) del reale. Il maestro accompagna il ragazzo con letizia (fiducia nella positività della realtà), proprio come Virgilio quando nel canto III dell’Inferno prende per mano Dante con lieto volto e lo mise dentro a le secrete cose. Il talento è quanto abbiamo già ereditato fin dalla nascita, è la nostra passione più profonda. Fino a che non incontra Sean, Will non prende sul serio il proprio talento e, quindi, non prende s

E’ importante che la persona ci sia in tutta la sua totalità nell’esperienza. Non ci deve essere una distanza, ma un affetto, un coinvolgimento. Occorre però tutta la persona, LA RAGIONE (TENER CONTO DI TUTTI I FATTORI IN GIOCO), UN’EDUCAZIONE (UN MAESTRO CON UN’IPOTESI DI LAVORO). Fondamentale è anche il CUORE. Il cuore in senso biblico è il desiderio di assoluto e di Infinito che abbiamo in noi e che ci fa essere a immagine e somiglianza di Dio. Questo desiderio di assoluto si traduce in un desiderio di felicità infinita, di amore infinito, di bontà e di giustizia infinte. L’uomo deve prendere coscienza di quest’animo. Poi c’è il GIUDIZIO. Giudicare significa confrontare quanto ti accade con il tuo cuore, ovvero con questa esigenza di felicità, di bontà, di amore.

Nessuno fa esperienza soltanto quando prova o sperimenta qualcosa.  Una persona può aver avuto tante donne, ma può non aver mai fatto esperienza dell’amore. Miguel Manara, la figura storica nascosta sotto il leggendario Don Giovanni, ha conquistato tante donne, ma non conosce davvero la natura dell’amore fin quando non incontra Girolama, che lo abbraccia nonostante il suo limite, che lo ama per quello che è, che gli mostra una letizia che le altre donne non possedevano. Miguel Manara incontra una umanità diversa, più corrispondente alla sua attesa, al suo umano desiderio di essere amato. L’abbraccio amoroso che la ragazza gli mostra corrisponde pienamente a quanto il cuore di Miguel Manara attende. Questi deve, però, riconoscere la sorprendente corrispondenza tra l’esperienza dell’incontro fatto e il suo desiderio di amore. Deve chiedersi le ragioni di questa corrispondenza, deve capire la natura delle domande del proprio cuore e, nel contempo, deve  investire di una domanda ciò che ha incontrato. Non c’è umana esperienza senza questa verifica di corrispondenza al cuore. Nell’esperienza dell’amore la persona coglie la propria dimensione strutturale di essere dipendenza da un altro e, in particolar modo, da quell’Altro che ci ha fatti. Nel contempo, la persona comprende che nell’esperienza dell’amore ci sono un compimento, una soddisfazione, una letizia differenti rispetto ad una posizione narcisistica di auto soddisfazione. L’apertura all’altro è una dimensione naturale per l’essere umano. La persona crescendo finisce, spesso, per dimenticarselo fino a quando non fa esperienza di essere amato. Quando accade questo? Solo quando qualcuno ti fa percepire che tiene proprio a te, che ti vuole bene così come sei, incondizionatamente, senza preclusioni.

 
 

 

 

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