Il segno della grandezza  e della genialità di un pensatore/scrittore si scorge non tanto nella sua capacità di coerenza, bensì nella sua ricerca della verità che lo può condurre anche a ritrattare quanto fin lì affermato, senza paura di essere tacciato di incoerenza e di perdere, magari, la propria immagine. In questo consiste l’amore del vero più che di se stessi.

Così già alla fine del 1823, grazie anche alla vastità delle sue letture, alla conoscenza più approfondita delle opere di Epitteto e di Teofrasto, Leopardi comprende che la questione della felicità così come l’aveva descritta nelle sue opere poetiche e nello Zibaldone è tipica del cuore dell’uomo di ogni epoca e di ogni luogo, è connaturata all’animo umano, non è attribuibile all’allontanamento dallo stato di natura. Anzi, proprio la Natura viene ora considerata matrigna perché ha fornito all’uomo un desiderio innato di felicità infinita, ma non gli ha fornito i mezzi per colmarlo. Da qui derivano l’insoddisfazione e l’infelicità umane. La ragione non è colpevole, ché, anzi, da valido strumento gnoseologico ed euristico permette all’uomo di scoprire il vero, di comprendere la natura del nostro animo e di cercare di trovare delle possibili soluzioni. È la ragione che non vuole accontentarsi dei rimedi palliativi ed illusori, che sono solo dei surrogati della felicità e, in maniera indomita, ricerca e domanda una felicità piena. Questa è la fase definita del pessimismo cosmico. Anche qui l’espressione  nasconde la vera natura del pensiero leopardiano: il Recanatese è arrivato all’acquisizione che il problema della felicità è immutato nel tempo e nello spazio, perché è una domanda del cuore dell’uomo.

 

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