Qualche settimana fa (sabato 1 dicembre) con Repubblica nella serie «Le grandi storie della letteratura raccontate dai grandi scrittori di oggi» è uscita una revisione dei Promessi sposi operata dal semiologo, saggista, romanziere italiano di fama internazionale Umberto Eco. Uno scrittore, che già dalla gioventù ha professato di aver abbandonato la fede e la chiesa cattolica, ha riscritto I promessi sposi, opera che non è soltanto il romanzo più importante che sia stato scritto nella nostra letteratura, ma che rappresenta in forma concreta e incarnata il genio del cristianesimo.

A riguardo del romanzo e del suo autore Eco ha commentato: «Il signor Alessandro sembra amare molto i poveretti, ma certo non sa proprio come aiutarli a far valere i loro diritti. E siccome, per l’appunto, era un cristiano assai fervente, tutti hanno detto che la sua morale era che bisogna rassegnarsi e sperare solo nella Provvidenza». Sui Promessi sposi si è scritto davvero tanto. A scuola è più facile che gli studenti di quinta sappiano ripetere i commenti di critici illustri sul romanzo o il loro giudizio sulla provvidenza manzoniana piuttosto che sappiano dire semplicemente come Manzoni concluda il romanzo. Fate una verifica immediata. Se avete figli che studiano alle superiori, al biennio (ove andrebbero letti I promessi sposi in forma integrale o quasi) o al triennio (almeno un mese è solitamente dedicato allo studio del grande scrittore lombardo), oppure anche alle medie inferiori, chiedete loro che cosa sia la fede per Manzoni. Oppure, in forma più semplice, come si concluda il romanzo? O quale sia il «sugo della storia», per utilizzare l’espressione che l’autore pone al termine dell’opera? Oppure chiedetevi voi lettori, che avete studiato, vi siete diplomati o laureati, se abbiate mai affrontato la conclusione dei Promessi sposi, se vi abbiano mai letto a scuola le ultime quattro pagine del romanzo, quelle che seguono il matrimonio di Renzo  e Lucia. Sarebbe interessante condurre una statistica al riguardo tra tutti quanti affermano di aver studiato il romanzo più importante della letteratura italiana. Nel mio piccolo io ho condotto una statistica in questi quindici anni di insegnamento al triennio delle superiori (tre in istituti professionali e ben dodici in Licei classici e scientifici). Non mi risulta difficile calcolare la percentuale, perché posso con certezza affermare che ancora nessuno studente, quando mi accingo ad affrontare Manzoni al triennio e chiedo la conclusione del romanzo (che dovrebbe aver già letto al biennio), sia riuscito nell’impresa! Quindi, tra gli studenti che arrivano all’ultimo anno della scuola superiore, nessuno (0 per cento) conosce la conclusione.

 

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