Virgilio di lei scrive a questo punto:

 

 

invalidasque tibi tendens, heu non tua, palmas[3]

 

che tradotto suona così:

 

mentre le svigorite mani, ahi non più tua, io tendo.

 

Foscolo si ricorderà di queste parole quando dovrà parlare di sé, della sua lontananza dalla tomba del fratello, del suo protendersi inutilmente verso Giovanni. Nascerà, così, il verso:

 

Ma io deluse a voi le palme tendo.

 

La chiara allusione al testo virgiliano e il richiamo alla perdita di Euridice hanno come obiettivo quello di arricchire di significazioni il nuovo testo, di riecheggiare il vecchio mito al lettore attento, sovrapponendo l’antica storia alla nuova. Il dolore per il fratello è, così, coscientemente o incoscientemente paragonato a quello della morte della propria amata, addirittura una seconda volta, dopo che lei è richiamata in vita: è, quindi, la sofferenza più atroce e ingiusta che si possa provare. Questo all’incirca potrebbe essere il senso dei richiami foscoliani, definiti con termine tecnico “allusioni”.

Ma non è finita qui. Foscolo, infatti, decide di porre una figura che sia intermediaria tra lui e il fratello: la madre, ormai anziana, stanca, che si trascina a fatica, forte solo della fede che ancora conserva nel Signore. Allora, gli viene in mente un’immagine cara, quella del vecchierello di Petrarca, che è partito per Roma per vedere la Veronica e che, forse, non farà più ritorno alla sua famiglia. Petrarca lo ha, così, descritto nel suo lento camminare:

 

Movesi il vecchierel canuto et biancho

del dolce loco ov’à sua età fornita

et da la famigliuola sbigottita

che vede il caro padre venir manco;

 

indi trahendo poi l’antiquo fianco

per l’extreme giornate di sua vita,

quanto più pò, col buon voler s’aita,

rotto dagli anni, e dal camino stanco…[4]

 

Quel verso lentissimo (“indi trahendo poi l’antiquo fianco”), giocato sul gerundio e su una accentazione che ben si adatta all’immagine del cammino faticoso, viene ripreso da Foscolo per descrivere l’incedere della madre:

 

La madre or sol, suo dì tardo traendo,

parla di me col tuo cenere muto[5].

 

Foscolo usa anch’egli lo stesso verbo latino, che significa “trascinare”, adopera il gerundio e accenta il verso in modo da riprodurre il passo con la cadenza uno – due, uno – due, … propria della camminata.

Perché Foscolo vuole richiamare alla memoria il vecchierello di Petrarca? Quale effetto pensa di produrre sul lettore? Probabilmente, l’allusione a questa figura religiosa e devota mira ad accostare la madre di Foscolo, animata dalla fede e punto costante di riferimento per il poeta, al personaggio petrarchesco che lascia tutto per l’Ideale, per Cristo.

Molti storceranno il naso di fronte alla metodologia di lavoro di Foscolo. L’idea contemporanea di arte, infatti, risente fortemente della convinzione che l’originalità sia la cifra caratteristica dell’opera artistica e che coincida nell’inventare ex novo tutta la scrittura: una convinzione, per dire la verità, in parte figlia di una comprensione parziale del Romanticismo.

Quanto lontano è questo pensiero dal metodo di lavoro proprio della maggior parte degli artisti, almeno fino alla fine del Settecento! Fino ad allora, infatti, l’arte ha sempre vissuto nel rapporto dialettico della contemporaneità con le opere del passato, in un rapporto, cioè, di innovazione costante all’interno, però, della tradizione.

Alla fine di questo processo dialettico, ecco il risultato eccelso conseguito da Foscolo:

 

Un dì, s’io non andrò sempre fuggendo

di gente in gente, me vedrai seduto

su la tua pietra, o fratel mio, gemendo

il fior de’ tuoi gentili anni caduto.

 

La madre or sol, suo dì tardo traendo,

parla di me col tuo cenere muto:

ma io deluse a voi le palme tendo;

e sol da lunge i miei tetti saluto,

 

Sento gli avversi  Numi, e le secrete

cure che al viver tuo furon tempesta,

e prego anch’io nel tuo porto quiete.

 

Questo di tanta speme oggi mi resta!

Straniere genti, almen l’ossa rendete

allora al petto della madre mesta[6].

 

 

 

(pubblicato sul numero 4/2011 di ClanDestino)


[1]Cfr Catullo, Il libro, UTET, Torino, 1974, in I classici latini, p. 360.

[2]Cfr Catullo, Il libro, cit., p. 361.

[3]Cfr Virgilio, Opere, cit., p. 282.

[4] Cfr F. Petrarca,  Canzoniere, Einaudi, Torino 1974, p. 18 (R. V. F. XVI).

[5] Cfr U. Foscolo, Poesie e prose d’arte, UTET, Torino 1968, vol. I, p. 68 in “I classici italiani”.

[6] Cfr U. Foscolo, Poesie e prose d’arte, cit., pp. 67-68.

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