altQuando nel 1801 Giovanni muore suicida, forse per debiti di gioco, Foscolo decide di dedicargli un componimento. Si chiede per prima cosa quali autori nel passato abbiano già cantato il dolore per la perdita di un  fratello scomparso o della donna amata.

Come può non ricordarsi del carme CI composto da Catullo per la morte del fratello più di milleottocento anni prima? L’arte è sempre contemporanea all’uomo, parla sempre al suo cuore quando è vera e autentica, perché sa toccare le corde più profonde e ridesta le domande che sono proprie di ciascuno di noi.

Catullo scrive:

 

Multas per gentis et multa per aequora vectus

advenio has miseras, frater, ad inferias,

 

ut te postremo donarem munere mortis

et mutam nequiquam alloquerer cinerem:[1]

 

ovvero, in traduzione,

Di gente in gente, navigando per molti mari sono arrivato, fratello, a queste pietose inferie, per renderti il postremo ufficio della morte e parlare al muto cenere, invano[2].

Foscolo pensa, poi, ad altri episodi letterari in cui si racconta della morte di un caro. Rammemora il mito di Orfeo ed Euridice così come viene raccontato da Virgilio nelle Georgiche. Una volta perduta Euridice, morta in seguito al morso di un serpente, Orfeo scende agli inferi e riesce a commuovere Proserpina e Plutone, la regina e il re dell’Ade, così da ottenere di poter riportare con sé l’amata a patto di non volgersi a guardarla finché non avrà varcato la soglia dell’Oltretomba. Proprio quando gli sembra di aver superato la prova, dimentico degli accordi, Orfeo si volta perdendo, così, Euridice per sempre.

 

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