alt Sottolineiamo subito una particolarità della figura di Clemente Rèbora (1885-1957) che è, oltre che poeta, sacerdote. Se nel Medioevo la maggior parte degli scrittori e degli uomini colti sono uomini di chiesa tanto che «chierico» è sinonimo di «letterato», ad un certo punto si assiste ad un graduale affrancamento dell’uomo di lettere dalla chiesa. Nel panorama letterario degli ultimi secoli, per intenderci, famoso poeta ordinato sacerdote è Giuseppe Parini. Degli altri raramente viene ricordato il nome.

 

Rèbora, invece, è stato, a detta di Gianfranco Contini, una «tra le personalità più importanti dell’espressionismo europeo» per il «vocabolario […] pungente, il […] registro d’immagini e metafore arditissimo». La maturazione religiosa di Rèbora è graduale. Clemente proviene, infatti, da una famiglia borghese milanese improntata ad «una spiritualità di tipo mazziniano» (Giovanni Mussini). La fiducia illuministica di cui è imbevuto secondo la quale «basti la storia, con le sue scoperte e il suo progresso, a salvare l’uomo» si incrina nel 1909. Possiamo considerare questa una prima conversione. Si dedica dopo il 1910 all’insegnamento e alla scrittura di cui è frutto la sua prima raccolta poetica Frammenti lirici. Vi emergono «l’ambizione alla totalità propria della poesia di Rèbora» (Giovanni Boine), l’insoddisfazione per l’omologazione, un desiderio di grandi ideali, una sorta di pessimismo storico leopardiano, l’incapacità dell’uomo di decifrare la realtà. Vi si avverte «la crisi di Dio dinanzi a una storia che lo emargina in uno spazio remoto e indifferente» (G. Mussini) cosicché all’uomo non resta che prodigare la sua bontà.
 

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