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La risposta di Ungaretti PDF Stampa E-mail

altIn tutta la produzione poetica Ungaretti (1888-1970) rivela un cuore che prova arsura e vuole essere colmato. Già in «Perché?» (1916) Ungaretti scrive: «Ha bisogno di qualche ristoro/ il mio buio cuore disperso». In Ragioni d’una poesia Ungaretti scrive: «Il mistero c’è, è in noi. Basta non dimenticarcene. Il mistero c’è, e col mistero, di pari passo, la misura; ma non la misura del mistero, cosa umanamente insensata; ma di qualche cosa che in un certo senso al mistero si opponga pur essendone la manifestazione più alta: questo mondo terreno considerato come continua invenzione dell’uomo». Lontano dal razionalismo e da una ragione ridotta a misura, Ungaretti è da sempre animato da un vivo senso religioso, da un desiderio sincero di capire le ragioni, di andare nella profondità delle cose. La sua poesia vuole raccontare la scoperta della realtà e della verità.

            Partito volontario per la grande guerra, Ungaretti la affronta come soldato semplice, non in audaci operazioni o imprese militari come D’Annunzio, ma nell’esperienza traumatica della trincea, al fronte, prima quello italiano, poi quello francese. A Mariano, nel 1916, vede la sua stessa fragilità e il suo stesso ardore di vita e di amore nel nemico, suo fratello («Fratelli»). Nel bosco di Courton, nel 1918, le mitragliatrici tedesche abbattono i soldati nemici che cadono come le foglie in autunno dagli alberi («Si sta come/ d’autunno/ sugli alberi/ le foglie»). La guerra porta ad uccidere l’altro uomo.

 

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ClanDestino- Manzoni, il Natale e la morte della moglie PDF Stampa E-mail

altDopo la conversione, A. Manzoni (1785-1873) dedica gli «Inni sacri» ai momenti principali della vita di Gesù. In «Natale» il poeta, dopo essersi soffermato sulla redenzione del peccato originale, esclama: «Ecco ci è nato un Pargolo,/ ci fu largito un Figlio:/ […] all'uom la mano Ei porge,/ che sì ravviva, e sorge/ oltre l'antico onor». Manzoni si commuove per un evento così grande, quello di un Dio che si è degnato di farsi povera carne: «E Tu degnasti assumere/ questa creata argilla?/ qual merto suo, qual grazia/ a tanto onor sortilla/ se in suo consiglio ascoso/ vince il perdon, pietoso/ immensamente Egli è». Il Figlio di Dio si è rivelato ai semplici, ai pastori che «senza indugiar, cercarono/ l'albergo poveretto/ que' fortunati, e videro,/ siccome a lor fu detto/ videro in panni avvolto,/ in un presepe accolto,/ vagire il Re del Ciel». Molti non sanno che Lui è nato, allora duemila anni fa, come oggi. Non attendono la  sua venuta, non lo credono a noi contemporaneo, lo pensano una bella favola o ancor di più lo hanno cancellato dalla memoria: «Dormi, o Celeste: i popoli/ chi nato sia non sanno;/ ma il dì verrà che nobile/ retaggio tuo saranno;/ che in quell'umil riposo,/ che nella polve ascoso,/conosceranno il Re». Un giorno tutti sapranno e Lo riconosceranno.

Quest’inno risale al 1813. Vent’anni dopo, nel 1833, proprio nel giorno di Natale morirà l’amata moglie Enrichetta Blondel. Per la circostanza comporrà, incompiuto, l’inno sacro «Il Natale del 1833». La verifica della fede consiste nel riconoscere presente Cristo nelle circostanze che ci capitano, liete o drammatiche che siano. La fede illumina con un’intelligenza nuova quanto ci accade. Manzoni si trova ora ad affrontare, proprio nel giorno della nascita del Signore, la morte della persona a lui più cara, la tanto amata moglie Enrichetta Blondel, a cui deve molto anche nel suo cammino di conversione. I suoi pensieri proveranno a tradursi in parola, ma inutilmente. Entrambe le redazioni che scaturirono, quella pressoché immediata e quella redatta nel 1835, saranno incomplete.

 

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UNA STORIA CHE NON SI RACCONTA PIÙ PDF Stampa E-mail

Il Natale, i grandi scrittori e la scuola

Non ricordo di aver studiato al liceo o all’università neppure una poesia dedicata alla nascita di Gesù. Devo ritornare con la memoria agli anni delle elementari, quando ai maestri piace tanto raccontare le storie. Iniziava così la poesia: «- Consolati, Maria, del tuo pellegrinare!/ Siam giunti. Ecco Betlemme ornata di trofei./ Presso quell'osteria potremo riposare,/ ché troppo stanco sono e troppo stanca sei.// Il campanile scocca/ lentamente le sei.// - Avete un po' di posto, o voi del Caval Grigio?/ Un po' di posto per me e per Giuseppe?/ - Signori, ce ne duole: è notte di prodigio;/ son troppi i forestieri; le stanze ho piene zeppe». La poesia si intitola «La notte santa». L’autore è Guido Gozzano.

Orbene, una storia come questa, che sia considerata vera o falsa o addirittura poco pertinente alla nostra vita, meriterebbe di essere conosciuta, di essere studiata. Nelle scuole, però, non si racconta più la storia della nascita di Gesù. In molte scuole è addirittura proibito rappresentarla con un presepe, sarebbe un’intollerabile violenza nei confronti di chi non crede o di chi appartiene ad altre religioni. Non ho mai sentito dire che a scuola non si studi Napoleone perché ha saccheggiato molte terre dell’Europa, ha distrutto e ridotto a stalle molte chiese, ucciso tanti uomini appartenenti a una moltitudine di popoli diversi. Eppure, non si è mai raccontato che Gesù abbia compiuto azioni tanto atroci, anzi! Inoltre, le prove che Gesù Cristo sia esistito sono altrettanto certe di quelle relative all’esistenza di Napoleone. È un fatto storico la nascita di Gesù così come lo è la morte di Napoleone celebrata ne «Il 5 maggio», in cui Manzoni tra l’altro testimonia che «più superba altezza / al disonor del Gòlgota / giammai non si chinò». Le antologie scolastiche escludono qualsiasi testo che racconti la storia di Gesù scritto dai grandi letterati (come del resto gli intellettuali cattolici sono spesso esclusi dai canoni letterari o relegati a ruoli del tutto marginali). Perché accade questo? Forse perché gli scrittori e i poeti non hanno raccontato la storia di Gesù? Certo che no. Infatti, quasi tutti i grandi scrittori, malgrado la smemoratezza della critica letteraria, si sono cimentati con la nascita di Gesù.

Vorrei per l’occasione ricordare solo alcuni nomi tra i tanti letterati contemporanei, cioè di quell’epoca che è considerata atea o irreligiosa e che, invece, risente ancora fortemente, talvolta magari in maniera incosciente, della tradizione e del fatto cristiani.

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MANZONI, il Natale e la morte della moglie PDF Stampa E-mail
Dopo la conversione, A. Manzoni (1785-1873) dedica gli «Inni sacri» ai momenti principali della vita di Gesù. In «Natale» il poeta, dopo essersi soffermato sulla redenzione del peccato originale, esclama: «Ecco ci è nato un Pargolo,/ ci fu largito un Figlio:/ […] all'uom la mano Ei porge,/ che sì ravviva, e sorge/ oltre l'antico onor». Manzoni si commuove per un evento così grande, quello di un Dio che si è degnato di farsi povera carne: «E Tu degnasti assumere/ questa creata argilla?/ qual merto suo, qual grazia/ a tanto onor sortilla/ se in suo consiglio ascoso/ vince il perdon, pietoso/ immensamente Egli è». Il Figlio di Dio si è rivelato ai semplici, ai pastori che «senza indugiar, cercarono/ l'albergo poveretto/ que' fortunati, e videro,/ siccome a lor fu detto/ videro in panni avvolto,/ in un presepe accolto,/ vagire il Re del Ciel». Molti non sanno che Lui è nato, allora duemila anni fa, come oggi. Non attendono la  sua venuta, non lo credono a noi contemporaneo, lo pensano una bella favola o ancor di più lo hanno cancellato dalla memoria: «Dormi, o Celeste: i popoli/ chi nato sia non sanno;/ ma il dì verrà che nobile/ retaggio tuo saranno;/ che in quell'umil riposo,/ che nella polve ascoso,/conosceranno il Re». Un giorno tutti sapranno e Lo riconosceranno.

 

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Come spiegare il pessimismo cosmico a scuola? PDF Stampa E-mail

Il segno della grandezza  e della genialità di un pensatore/scrittore si scorge non tanto nella sua capacità di coerenza, bensì nella sua ricerca della verità che lo può condurre anche a ritrattare quanto fin lì affermato, senza paura di essere tacciato di incoerenza e di perdere, magari, la propria immagine. In questo consiste l’amore del vero più che di se stessi.

Così già alla fine del 1823, grazie anche alla vastità delle sue letture, alla conoscenza più approfondita delle opere di Epitteto e di Teofrasto, Leopardi comprende che la questione della felicità così come l’aveva descritta nelle sue opere poetiche e nello Zibaldone è tipica del cuore dell’uomo di ogni epoca e di ogni luogo, è connaturata all’animo umano, non è attribuibile all’allontanamento dallo stato di natura. Anzi, proprio la Natura viene ora considerata matrigna perché ha fornito all’uomo un desiderio innato di felicità infinita, ma non gli ha fornito i mezzi per colmarlo. Da qui derivano l’insoddisfazione e l’infelicità umane. La ragione non è colpevole, ché, anzi, da valido strumento gnoseologico ed euristico permette all’uomo di scoprire il vero, di comprendere la natura del nostro animo e di cercare di trovare delle possibili soluzioni. È la ragione che non vuole accontentarsi dei rimedi palliativi ed illusori, che sono solo dei surrogati della felicità e, in maniera indomita, ricerca e domanda una felicità piena. Questa è la fase definita del pessimismo cosmico. Anche qui l’espressione  nasconde la vera natura del pensiero leopardiano: il Recanatese è arrivato all’acquisizione che il problema della felicità è immutato nel tempo e nello spazio, perché è una domanda del cuore dell’uomo.

 

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Che cos’è, in realtà, il pessimismo storico di Leopardi? Un’ideologia di cui molti sono vittime PDF Stampa E-mail

La maggior parte dei libri di scuola presentano come questione centrale nel percorso sul pensiero e sulla produzione di Leopardi il passaggio dalla fase del pessimismo storico a quello cosmico. Uno studente di diciotto anni già fin da subito inquadra il grande genio recanatese all’interno di schemi e di categorie negative e l’opera di Leopardi appare già sintetizzata in un climax ascendente di pessimismo.

Ritengo che il cuore della produzione di Leopardi sia altrove, non in questa differenziazione tra pessimismo storico e cosmico. Dal momento, però, che a scuola gli schematismi, le semplificazioni e i pregiudizi sono duri a morire, vale la pena riflettere con attenzione su come si possa presentare la questione in maniera opportuna, con rispetto per il pensiero autentico del poeta, senza creare nel ragazzo un’antipatia per lo scrittore e utilizzando le parole stesse di Leopardi.

Partiamo da questa riflessione, allora. La tentazione di attribuire la causa dell’infelicità umana alle condizioni contingenti e storiche in cui si è costretti a vivere, al progresso, all’incivilimento è una delle tentazioni maggiori per l’uomo. Attraversa, infatti, tutta la storia del pensiero  e della cultura da tempi immemori. Un tempo l’uomo, vivendo a contatto con la natura, non corrotto e non inquinato dagli elementi artificiosi del progresso e della civiltà, sapeva vivere; oggi non più. Una simile analisi, che individua chiaramente le cause del problema, fornisce indubbiamente una soluzione categorica e indefettibile, quella di rimuovere le ragioni che ci hanno allontanato dallo stato incorrotto e primigenio originario ritornando ad un rapporto diretto e spontaneo con la natura, sorgente della nostra realizzazione, “madre benevola”,  quasi idolatrata e, quindi, Natura. Secondo tale linea di pensiero l’uomo allo stato di natura è buono. Si noti bene “buono”: non si pone tanto la questione della felicità, ma della bontà. Si rimanda ad una autosufficienza dell’uomo, ad una autonomia di un essere che basta a se stesso: se siamo buoni per natura, che bisogno c’è di qualcuno che ci redima, che ci salvi, che redima il nostro male. L’uomo egocentrico, autonomo, sostituisce il proprio cuore con il proprio progetto, con la propria ideologia, con il proprio pensiero di essere buono ed evade così la domanda di felicità. Alla situazione reale viene sostituito uno schema del pensiero, un’ideologia. Non occorre più essere felice. All’epoca di Leopardi questa linea di pensiero trova la sua espressione migliore nel mito del buon selvaggio di J. J. Rousseau, che viene corroborato dalle relazioni confezionate ad arte dagli esploratori sulle popolazioni incontrate a Tahiti nella seconda metà del Settecento. I ricercatori sulle nuove popolazioni non raccontarono quello che effettivamente videro (tendenza a guerreggiare, …), ma, istruiti alla perfezione dalla madrepatria, costruirono l’immagine di popoli che non conoscevano ancora il male, l’egoismo, lo sfruttamento, la corruzione dell’Europa.  Del resto, più di due secoli prima lo stesso Bartolomé De las Casas aveva contribuito a creare il mito del buon primitivo e, nel contempo,  la leyenda nera sulla conquista spagnola, che una più imparziale ricerca storica già da tempo ha aiutato a sfatare. Non è, certo, questo lo spazio per approfondire la genesi e le ragioni di determinate posizioni che trascurano che una ferita è presente nell’animo dell’uomo fin dalla nascita, anche nei popoli che non hanno conosciuto la nostra civiltà: in termini cristiani questa ferita viene denominata peccato originale.

 

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Una bellissima lettera sul desiderio di felicità PDF Stampa E-mail
Centinaia di lettere indirizzate agli amici, ai familiari, alle donne da lui amate, agli intellettuali costituiscono il romanzo autobiografico di Leopardi e rivelano un cuore che palpita, che prova grandi affetti, che desidera in maniera instancabile la felicità. La lettura delle epistole scagionerebbe l’autore una volta per tutte dalle malevole accuse di misantropia da cui dovette difendersi in vita e che gli furono mosse anche dopo morte. Il cuore del corpus epistolare è il desiderio di vivo affetto, l’entusiasmo per le persone che si accompagna alla ricerca di rapporti che siano di totale condivisione dell’anima, la perenne ricerca di una felicità che non sia banale, ma completa.

Particolarmente significativa è una lettera che Leopardi indirizza all’amico belga A. Jacopssen il 23 giugno 1823, pochi mesi prima della composizione della poesia «Alla sua donna». La riportiamo, qui, per intero, perché testimonia bene il cuore di Leopardi e il nucleo delle domande vive che lo animano:

Mio caro amico. Comincerò col ringraziarvi delle tante espressioni di benevolenza di cui mi onorate nella vostra incantevole lettera, e soprattutto dei segni di confidenza che voi mi date parlandomi del vostro tenore di vita, dei vostri pensieri, dei vostri sentimenti e dello stato della vostra anima.

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