Qualche mese fa, salutando la scomparsa del grande intellettuale italiano Umberto Eco, avevo auspicato che seguissero nei mesi successivi alla morte non solo cieche palinodie della sua opera e dei suoi pensieri, ma che, al contrario, si aprissero finestre ricche di spunti di riflessione per la crescita della cultura e del sapere. Non pensavo senz’altro che il ministero avesse in mente di celebrare lo scrittore  sottoponendo un suo testo per la prima prova dell’esame di Stato del 2016.

Auspicavo in questi giorni che si potesse affermare il ritorno ai grandi autori, ai classici, ai poeti che sono entrati nel canone letterario della tradizione, di quelli che sono alla base del Novecento, come Pascoli o D’Annunzio, mai presentati agli esami di Stato dal 1999 o a quelli che meriterebbero uno spazio maggiore all’interno del canone letterario, come Guido Gozzano, Ada Negri, Dino Buzzati, Federico Tozzi, Angelo Gatti, Giuseppe Tomasi de Lampedusa, Giovannino Guareschi, Pier Paolo Pasolini, Clemente Rebora, Carlo Emilio Gadda, Carlo Betocchi, Giovanni Testori, Mario Luzi, Alda Merini, Andrea Zanzotto e Grazia Deledda (premio Nobel per la letteratura prima di Pirandello).

Invece, come spesso è accaduto in questi anni, per la tipologia A della prima prova è stato suggerito al popolo dei maturandi un testo di uno scrittore che non appartiene al canone letterario del Novecento, che non è divenuto un classico del Novecento, ma che ha senz’altro aperto la stagione dei best sellers italiani di fine Novecento con Il nome della rosa. Inoltre, non è stato proposto un testo poetico o narrativo, ma un brano appartenente al saggio Sulla letteratura. Tra le richieste vi era anche quella di condurre un’analisi stilistica, lessicale e sintattica del brano. Nella tipologia A si dovrebbe proporre in maniera indiscutibile un testo di pregio artistico appartenente all’ambito della poesia, della narrativa (romanzi e novelle) o del teatro. Solo in questo modo si può valorizzare davvero la sensibilità estetica dello studente. La valutazione dell’analisi di testo non è un mero giudizio sulle competenze linguistiche maturate dal ragazzo. Se vogliamo davvero salvaguardare la grandezza del nostro patrimonio culturale e letterario dobbiamo allontanarci da quella bieca impostazione che separa cultura/arte dalle competenze stesse.

Attraverso un’educazione al bello, attraverso il fascino dei grandi autori e delle grandi opere è possibile davvero attrarre lo sguardo degli studenti. Di fronte al bello si rimane stupiti e ci si muove. Non è quanto ho visto oggi dinanzi alle tracce dei temi. Il passaggio di Eco invitava a riflettere sui poteri immateriali da cui siamo circondati, costituiti non solo dalle dottrine religiose, ma anche dalla tradizione letteraria. Eco si chiede a cosa serva la letteratura. E si risponde: «la letteratura tiene anzitutto in esercizio la lingua come patrimonio collettivo […]. La lingua va dove vuole ma è suscettibile ai suggerimenti della letteratura. La letteratura, contribuendo a formare la lingua, crea identità e comunità. […] La lettura delle opere letterarie ci obbliga a un esercizio della fedeltà e del rispetto nella libertà dell’interpretazione». Mi sembra che in queste riflessioni proposte Eco dimentichi che la vera e grande letteratura parte innanzi tutto dall’uomo e dalle sue domande.

La letteratura ha a che fare con il «desiderio del mare aperto», non con la noia del particolare slegato dal desiderio di navigare (l’immagine è tratta dalla Cittadella di Antoine de Saint Exupery). La letteratura è intimamente legata al cuore dell’uomo e alla sua aspirazione alla bellezza, all’amore, alla felicità. Tutte le altre affermazioni dimenticano che leggere un testo è, in primo luogo, incontrare un uomo. L’uomo è l’unica creatura che sappia cogliere la bellezza del creato. Così si esprime Dante: «Qui veggion l’alte creature l’orma / de l’etterno valore». Letteratura, bellezza, arte riguardano l’àmbito di tutto l’umano, l’avventura affascinante di inoltrarsi nella realtà, di conoscerla meglio, di conoscere meglio l’uomo e il suo cuore, immutabile nel corso della storia.

Oggi si sono perduti il fascino e la magia dell’incontro e del racconto. Leggere è incontrare qualcuno con le sue domande. Il mondo adulto che vuole innovare la scuola spesso non crede più che la grandezza dell’arte ha oggettivamente in sé un fascino e una potenzialità educativa straordinarie. La letteratura ha in sé stessa le potenzialità per catturare la passione dei ragazzi. Il racconto è sempre capace di conquistare. La letteratura è viva e parla, a una condizione: prima di tutto dobbiamo essere vivi noi, per porre le domande giuste, che fanno del patrimonio letterario un universo sempre contemporaneo e in dialogo nei secoli sul destino contingente e ultimo dell’uomo. Perché un ragazzo possa riscoprire il piacere della lettura e della letteratura occorre che riscopra prima il piacere di coltivare lo spazio della propria interiorità.

Per questa ragione trovo doppiamente riduttiva la scelta di questo testo di Eco: ha allontanato lo studente dall’apprezzamento di un’opera bella da incontrare e su cui riflettere e ha distanziato la letteratura dall’uomo singolo (il poeta, il romanziere, …) e dalle sue passioni, ponendola in collegamento con strutture, sistemi, lingua, … Proprio questo approccio critico ha allontanato gli studenti in questi decenni dall’apprezzamento dei grandi capolavori per indirizzarli alla riflessione sulla critica letteraria.

Passiamo ora al giudizio sulle altre tipologie. La B (articolo di giornale o saggio breve) nell’ambito artisticoletterario ha proposto il rapporto padre-figlio nelle arti e nella letteratura del Novecento fornendo il sonetto di Saba «Mio padre è stato per me “l’assassino”», un passaggio della Lettera al padre di Kafka e un ultimo tratto dal romanzo Con gli occhi chiusi di Tozzi. Tutti e tre i testi forniti presentavano un padre autoritario e padrone oppure figura assente. Questa è l’unica immagine di padre che si poteva suggerire nel Novecento? Perché non pensare al valore di presenza del padre nei versi di Ungaretti o alla necessità di un padre nelle opere teatrali di Pirandello? Ma gli esempi potrebbero essere tanti altri. Le scelte condizionano lo sguardo e la riflessione degli studenti. Nell’ambito socio-economico l’argomento proposto riguarda «la crescita, lo sviluppo e il progresso sociale. Il pil è misura di tutto?». Gli ambiti storico-politico e tecnico-scientifico hanno proposto rispettivamente il valore del paesaggio e l’avventura dell’uomo nello spazio.

Ora un’ultima riflessione sulle tipologie C e D. Il tema di Storia ha rispettato le previsioni: una riflessione sulla Repubblica e sul diritto di voto alle donne a settant’anni dalla commemorazione. Anche il tema D, tutto sommato, era stato previsto: la formulazione invita a riflettere sui confini, sulle frontiere, sui muri, … In altri termini l’invito è quello di riflettere sull’immigrazione, sull’integrazione, sulle differenze, a partire da definizioni e categorie differenti. Come spesso accade, le tracce sono state concepite non per diciottenni e diciannovenni che frequentino licei o Istituti tecnici o professionali, ma per esperti di un determinato settore oppure sono state scritte per educare, indottrinare, incanalare, non certo per favorire la capacità di andare in profondità di sé o per favorire la capacità critica.

Evidentemente, la nostra società, che è diventata una società di esperti, vuole proporre questo ideale anche ai ragazzi. Chi ha scelto le tracce vuole vedere come se la possa cavare un maturando con questioni specialistiche, precise, di cui magari ha soltanto sentito parlare. Chi ha scritto le tracce insegna e si confronta sul serio con gli studenti? Lungi dal voler qui offendere qualcuno, è doveroso far riflettere il ministero sulla realtà dei giovani, sulla distanza tra la vita reale (intendo qui anche e soprattutto la dimensione esistenziale, il vissuto, l’esperienza) e le proposte della tracce. Perché i ragazzi non possono una volta tanto riflettere davvero sulla vita, sull’esperienza, sull’uomo?

E ancora. Se gli studenti non sanno scrivere o non sanno che cosa scrivere, non è possibile risolvere la questione offrendo loro dei documenti e fingendo di trasformarli in giornalisti. Avete mai visto un giornalista a cui venga offerta la documentazione e gli si dica di rielaborarla? Se vogliamo che gli studenti imparino a scrivere, facciamo scrivere loro due volte a settimana un diario o Zibaldone personale. In un anno inizieremo a vedere i risultati. Ritorniamo al tema che è espressione di una cultura, di una capacità di giudizio e di rielaborazione. Certo questo comporterà un lavoro più oneroso per noi docenti, ma ne varrà la pena. (La nuova Bussola quotidiana del 23-6-2016)

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