BOCCA DI MAGRA, MONASTERO DI SANTA CROCE DEI PADRI CARMELITANI, VIA SANTA CROCE 30. 12 GENNAIO ORE 15:30.

GIOVANNI FIGHERA RACCONTA LA FEDE NELLA CHIESA ALL’INTERNO DELLE OPERE LETTERARIE, DA DANTE A MANZONI A PASCOLI.

La fatica non è a nessuno in alcun modo risparmiata. Così, se nell’Inferno Dante ha rischiato di morire dinanzi alle mura della città di Dite, ora in Paradiso corre il pericolo di non vedere Dio. È stato investito della missione di raccontare tutto quanto ha visto dal trisavolo Cacciaguida e gli è stato profetizzato l’esilio (canto XVII), ha visto i santi che gli sono venuti incontro nei diversi cieli. Tutto questo, però, non è ancora sufficiente. Per poter vedere Dio Dante dovrà sostenere una prova, un vero e proprio esame di baccelliere, che nel Medioevo si affrontava proprio a trentacinque anni (l’età che ha Dante nella finzione letteraria della Commedia, ambientata nel 1300) per conseguire la facoltà di insegnare ovunque. Il superamento dell’esame sarà per il poeta un’ulteriore comprova del valore del cammino compiuto e dell’insegnamento appreso. 

L’esame è complesso. Consta di tre parti ognuna delle quali è costituita da una quaestio. Di prassi, solo alla fine dell’argomentazione del discepolo, il maestro interveniva per integrarne eventualmente il discorso. Tanto più brevi erano gli interventi finali quanto più valida era da considerarsi la prova sostenuta dal baccelliere. Il primo maestro che interroga Dante è san Pietro. Il tema è la fede. Non a caso è proprio l’apostolo a proporre quest’argomento, colui che ha camminato sulle acque sprofondando poi per il dubbio, che ha promesso a Gesù che non l’avrebbe mai rinnegato, ma che l’ha, in seguito, tradito per tre volte e per altrettante ha attestato di amarlo. Il Maestro gli affiderà, così, la sua Chiesa. San Pietro che non è, certo, un esempio di perfezione, testimonia, però, un indefesso amore e un’instancabile ripresa, dopo il peccato e le difficoltà, che lo porteranno al martirio in croce. Le sue lacrime sono il segno di quell’amore che lo ha condotto a seguire Gesù per capire chi fosse. Ricordiamoci che quando Gesù chiese ai suoi discepoli chi pensassero che Lui fosse, solo Pietro arrivò a dire: «Tu sei il Cristo, il figlio del Dio vivente». San Pietro nella sua sequela iniziata per lo stupore di fronte a quell’uomo è giunto fino a riconoscere la straordinarietà di Gesù, la sua divinità. 

Ecco, proprio lui chiede: «Di’, buon Cristiano, fatti manifesto:/ fede che è?». Prima di rispondere, Dante guarda Beatrice per trarre conforto dai suoi occhi. Rifacendosi allora a san Paolo, Dante attesta: «Fede è sustanza di cose sperate/ e argomento de le non parventi;/ e questa pare a me sua quiditate». Ovvero, se da un lato «è il fondamento sostanziale delle nostre speranze», dall’altro la fede è «la premessa concettuale dalla quale dobbiamo dedurre ciò che non vediamo». Poi, Dante chiarisce meglio: «Le profonde cose/ che mi largiscon qui la lor parvenza,/ a li occhi di là giù son sì ascose,/ che l’esser loro v’è in sola credenza,/ sopra la qual si fonda l’alta spene;/ e però di sustanza prende intenza./ E da questa credenza ci convene/ silogizzar, sanz’ avere altra vista:/ però intenza d’argomento tene». In parafrasi: «I profondi misteri dell’eternità che mi vengono manifestati qui così chiaramente sono così nascosti a chi vive sulla Terra che laggiù non esistono se non nella fede, sulla quale si fonda la speranza della salvezza e per questo la fede prende la denominazione di sostanza. Inoltre, la fede può essere catalogata come argomento, dal momento che, non avendo noi vivi alcuna percezione di questi misteri, li deduciamo dalla fede». 

San Pietro allora domanda al sommo poeta se possieda la fede. Dante non ha dubbi al riguardo e rassicura l’apostolo. Allora questi incalza chiedendo da dove gli provenga questo tesoro. Dante replica che il fondamento è costituito dalle Sacre Scritture, l’Antico e il Nuovo Testamento. «Chi ci assicura», chiede di nuovo san Pietro, «che esse siano parola di Dio?». Allora Dante risponde che «la prova inoppugnabile della verità sovrannaturale delle Scritture sta in una serie di eventi, che sovrastano risorse e tecniche della natura: se la natura fosse un fabbro, diremmo che, per quel genere di eventi, non è in grado né di fondere il metallo né di batter l’incudine». La prova che le Sacre Scritture sono Parola di Dio sta negli eventi incredibili ivi raccontati. Allora il santo chiede quale sia la garanzia che quelle opere raccontate siano vere e autentiche. Il più grande miracolo che ne attesta la verità è che san Pietro entrò «povero e digiuno/ in campo, a seminar la buona pianta che fu già vite e ora è fatta pruno». 

Bellissima risposta. La prova più grande, il motivo più convincente, la ragione più profonda per cui Dante crede è l’esistenza della Chiesa, la sua testimonianza vivente: ragioni  solo umane non possono spiegare come essa sia cresciuta fino a diventare pianta con fusto, da seme che era, se si considera anche la pochezza degli uomini che seminarono (san Pietro, il primo Papa, è definito qui «povero e digiuno»). La fede è un criterio di conoscenza, uno dei più utilizzati, se non il più frequente nella vita quotidiana. Del resto la stessa cultura si basa su questo principio di fede, fiducia, credito attribuito a testimoni credibili. Il primo criterio di conoscenza che utilizziamo nella quotidianità, nel rapporto con le persone, nella conoscenza più in generale non è quello scientifico, ma quello basato sulla fiducia che noi attribuiamo a un testimone credibile.  Quando uno studente prende appunti e li studia, applica il principio di conoscenza per fede, cioè dà credito all’insegnante che parla. Allo stesso modo, quando parliamo con una persona, attribuiamo un attestato di credibilità o meno al nostro interlocutore. 

La fede nel campo religioso nasce dall’incontro con testimoni credibili, come gli apostoli che hanno incontrato Gesù e a loro volta molti hanno incontrato gli apostoli, che hanno testimoniato quanto visto e vissuto, pronti addirittura alla morte. San Pietro pone infine l’ultima domanda a Dante: in che cosa credi, ovvero qual è il contenuto della tua fede? Conclude Dante: «Io credo in uno Dio/ solo ed etterno (sic), che tutto ’l ciel move,/ non moto, con amore e con disio; […]/ e credo in tre persone etterne, e queste/ credo una essenza sì una e sì trina,/ che soffera congiunto ‘sono’ ed ‘este’». Ecco la professione di fede di Dante, prontamente approvata dall’apostolo.       (La Nuova Bussola quotidiana del 6-9-2015)

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