altIfigenia doveva morire per placare le ire degli dei, per ottenere il loro favore. Dagli antichi le forze oscure della natura erano percepite come reazioni degli dei all’azione umana. Un senso di terrore e di sgomento riempiva l’animo dell’uomo e i sacrifici miravano a lenire la collera degli dei, a renderli più favorevoli. Anche la religiosità romana intendeva creare questo legame con il mondo degli dei (religio deriva da religare, ovvero creare un legame). Auguri e aruspici dalle viscere degli animali o dal volo degli uccelli valutavano se i giorni fossero fasti o nefasti, ovvero se ci fosse il consenso degli dei oppure no nelle azioni intraprese. Abbiamo detto prima che Edipo non era responsabile delle azioni scellerate compiute. Se non era responsabile l’uomo, chi era il colpevole, allora?

 

I Greci avevano un sentimento così opprimente della malvagità degli dei, della fatalità che spinge non solo alla sventura, ma anche al delitto, che dinnanzi a questo oceano d’orrore, dinnanzi a questo inesplicabile mondo divino, vollero salvare almeno qualcosa, il solo valore che restava all’uomo, […] il suo senso dell’onore, la sua dignità di uomo.

 

Nell’ultima sua opera, Le leggi, Platone arriva a comparare l’uomo ad un burattino con cui non si sa se gli dei giochino. Per questo motivo, proprio perché gli dei erano cattivi o comunque non erano buoni, occorreva che almeno l’uomo fosse tale. Quale differenza tra gli dei pagani e il Dio ebraico! Il Dio aristotelico muove il mondo in quanto realtà amata e oggetto di desiderio, ma non ama personalmente, viene solo amato. Essendo perfetto, non può amare, perché ciò significherebbe che necessita di qualcosa.

 

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