Se indaghiamo l’immagine di donna ideale trasmessa dalla letteratura del Quattrocento e del Cinquecento, vedremmo quanto si fosse ormai lontani in quest’epoca dalla visione angelicata della Beatrice dantesca quale accompagnatrice dell’uomo verso Dio, vera figura pontefice tra Terra e Cielo.

Senza dubbio, il rapporto con la donna in letteratura e nell’arte e l’immagine di donna ideale sono due segni fondamentali per comprendere un periodo storico-culturale. Tanto quanto la Beatrice dantesca rappresenta l’ipotesi cristiana di lettura della realtà in cui tutto c’entra con il senso del reale, ovvero con Cristo che è “tutto in tutti”, così l’Angelica ariostesca è l’emblema della frammentazione della realtà, ma, sarebbe più corretto dire, della frammentazione dell’io che percepisce il particolare slegato, assoluto, cioè (nel significato etimologico del termine) indipendente da tutto il resto. Quando la realtà è parcellizzata e assolutizzata, ovvero slegata dal senso e dal Mistero, allora un solo aspetto può rischiare di essere  idolatrato. Questo è quanto accade con l’Angelica dell’Orlando furioso.

 

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