Non c’è, nella realtà, legge più forte dell’amore, come afferma Dante in uno dei versi più belli che siano mai stati scritti: «Amor che move il sole e l’altre stelle». In un suggestivo incrocio tra il macrocosmo del sapere e il microcosmo del vissuto quotidiano, l’opera da un lato esplora il cambiamento della cultura, della visione dell’uomo, del mistero, degli dèi, dell’aldilà, dell’amore stesso all’avvento di Cristo in mezzo a noi; dall’altro si confronta con alcune delle manifestazioni dell’amore nell’avventura umana, dal senso della nascita all’incontro con il maestro, alla scoperta del talento e della vocazione all’amicizia, all’affettività e al matrimonio, alla paternità e maternità. “È la scoperta dell’iniziativa di Dio per me che rende possibile l’iniziativa per il mondo”, scrive Nembrini in prefazione.

Costante, in questo intreccio, è il dialogo dell’autore con la tradizione classica (Omero, Platone, Cicerone, Orazio…) e cristiana (san Paolo, Dante, Shakespeare, Lagervist, Faustina Kowalska…), con i giganti della modernità (Dostoevskij e Péguy, Mounier, Ungaretti, Saint-Exupéry, Montale, Testori…) e con il magistero della Chiesa. Fighera ci fa capire che lo scibile non è distinto dalla vita, dandoci il peso […] di un giudizio consapevole sulla realtà e incarnato nel quotidiano» (Caniato).

Dopo la felicità e la bellezza, dunque, Fighera indaga l’esperienza dell’amore, non solo nell’accezione sentimentale, ma nelle diverse sfaccettature in cui si manifesta nella vita dell’uomo, dal senso della nascita all’incontro con il maestro, alla scoperta del talento e della vocazione all’amicizia, all’affettività e al matrimonio, alla paternità e maternità. In un suggestivo incrocio tra il macrocosmo del sapere e il microcosmo del vissuto quotidiano, l’opera esplora anche il cambiamento della cultura, della visione del mondo, del mistero, degli dei, dell’aldilà, dell’amore stesso all’avvento di Cristo in mezzo a noi.

In dialogo costante con la tradizione classica (Omero, Platone, Cicerone, Orazio, …) e cristiana (san Paolo, Dante, Shakespeare, Lagervist, …), con i giganti della modernità (Dostoevskij, Mounier, Ungaretti, Saint-Exupery, Montale, Testori, …) e con il magistero della chiesa Fighera ci fa capire che lo scibile non è distinto dalla vita, che la vera cultura è impastata nella vita e che con il nostro stesso vivere ci spinge, ricordando Montale, “più in là”. Ci dà il peso di una maturità raggiunta, di un giudizio consapevole sulla realtà e incarnato nel quotidiano.

Gli abbiamo voluto porre alcune domande.

Caniato. Perché questo titolo dantesco Amor che move il sole e le altre stelle?

Fighera. Non la casualità o il male reggono il mondo, ma l’amore, che è la legge più forte nella realtà, più forte di tutte le leggi fisiche. Sono parole forti, ancor più in questi anni in cui tutti sembrano dubitare che esista l’amore vero. Gli stessi giovani, probabilmente sconfortati dagli esempi negativi da cui sono bombardati, si chiedono come si possa costruire una relazione duratura. Questo stesso amore è anche la legge del cuore. Per questo Manzoni nella conclusione dei Promessi sposi, quando presenta la situazione esistenziale dell’uomo e la paragona a quella di un infermo, mai contento del proprio letto, che si lamenta e vorrebbe cambiare luogo, conclude consigliandoci di «fare bene, e poi forse si incomincerà anche a stare meglio». Per questo sant’Agostino scrive: «Ama e fa’ quello che vuoi. Sia che tu taccia taci per amore, sia che tu parli parla per amore […]. Sta in esso il seme di ogni opera buona». E Testori scrive: «Non sbaglierà nonostante tutti gli errori chi avrà voluto bene alla realtà». Qual è la conseguenza straordinaria del fatto che l’amore è la legge della realtà e la legge del cuore? La conseguenza è che si può sempre scommettere sulla possibilità di bene dell’altro, come scrive Bernanos nel Diario di un curato di campagna: «Ogni persona conserva sempre la possibilità di amare. L’Inferno è non amare più». Qualche mese fa una volontaria impegnata nelle carceri raccontava che nel novembre scorso è stato proposto il gesto della colletta alimentare anche nelle prigioni di Milano. Molti detenuti hanno aderito. Una donna è scoppiata in lacrime dicendo che nessuno aveva mai proposto loro un gesto così dignitoso.

Caniato. La cultura dominante di oggi sembra aver dimenticato questa verità. Per questo tu insisti così tanto nel libro sulla necessità dell’educazione e sull’importanza di trovare un maestro in un’epoca come quella di oggi dove tanti sono i personaggi che si propongono come idoli?

Fighera. La crisi culturale oggi assume proporzioni molto ampie. Si assiste, così, ad una parcellizzazione del sapere e ad un affrancamento delle discipline dal Mistero e dal significato totale. Nel sistema culturale moderno, nel relativismo dominante nella cultura, nell’estetica e nell’etica, ogni pezzo del puzzle è percepito come slegato dal disegno complessivo da costruire. Nel mondo della scuola, ad esempio, spesso, gli insegnanti si pongono come informatori che forniscono delle nozioni, ma si disinteressano totalmente del compito educativo, che richiede il legame tra il particolare presentato e il tutto, ovvero il suo significato. Nel panorama mass mediatico, invece, i giovani hanno davanti a sé molti idoli, che mostrano se stessi, non la verità e la bellezza, come risposta al cuore dell’uomo. Gli idoli non sono compagnia nel cammino dell’esistenza. Se lo fossero, mostrerebbero tutta la loro inconsistenza. Gli idoli sembrano affascinare per la loro presunta autonomia, per l’autosufficienza, come se fossero in grado di darsi la felicità da soli. L’uomo autentico, il giovane come l’adulto, percepisce che non ha bisogno di idoli, ma di maestri. Per questo oggi sempre più è necessaria la presenza di maestri.

Caniato. Chi è il maestro?

Fighera. Nella mia esperienza ho visto all’inizio i maestri nei miei genitori. Poi, nella vita ho incontrato altri maestri, cioè qualcuno che mi indicava la strada buona. Il maestro non è l’idolo. Noi viviamo in una società in cui ci sono tanti idoli, personaggi che presentano sé come la meta, la verità, la bellezza, ma non accompagnano l’uomo, non sono una presenza, non ci fanno compagnia. Il maestro non indica se stesso come meta. Nel primo canto del Paradiso bellissima è la scena in cui Dante guarda Beatrice e lei si rivolge verso l’alto. Dante è portato come per osmosi a guardare verso l’alto. Beatrice incarna qui il maestro, colei che indica il buono, il bello, il vero. Il maestro, ad un certo punto, può anche farsi da parte, come Virgilio che ha accompagnato Dante fino alla sommità del Paradiso terrestre. Virgilio ha adempiuto al suo compito, prendendo Dante per mano con lieto volto e mettendolo «dentro a le secrete cose». Un esempio molto semplice. L’altro giorno Beatrice, la mia figlia maggiore di sei anni, ha detto alla sorellina Cristina di due anni: «Tu guarda come faccio io, perché io faccio come fa papà». Il maestro spalanca il nostro desiderio come scrive A. De Saint Exupery nella Cittadella: : «Se vuoi costruire una barca, non radunare uomini per tagliare legna, dividere i compiti e impartire ordini. Ma insegna loro la nostalgia per il mare vasto e infinito». Se si togliesse la brama del navigare, per quale motivo si dovrebbe faticare a tagliare la legna? E ancora, come si può educare qualcuno intimorendolo, facendo pensare che nella vita bisogna avere soltanto paura? Che cosa possiamo dare a noi stessi, ai nostri figli, ai nostri studenti, alle persone cui vogliamo bene se non il bello e il vero che incontriamo? Un educatore deve ricordare sempre a sé e al ragazzo, figlio o studente che sia, quello per cui è fatto, il mare aperto e sconfinato. Nella Cittadella compare ancora la figura del capo che istruisce i generali spronandoli ad essere pienamente uomini mantenendo vivo il desiderio. Confessa loro che ogni grande impresa, la costruzione di torri o di imperi, non nasce dal calcolo, ma dal desiderio che alberga nel cuore, come l’albero è racchiuso nel seme. Il comandante avverte: «Voi perderete la guerra perché non desiderate nulla». Sono parole profetiche quelle di A. de Saint Exupery, che nel contempo indicano un punto da cui ripartire, per i giovani come per gli adulti: il desiderio infinito del cuore. Da qui riparte la sfida educativa, non da riforme pedagogiche o dei programmi della scuola o delle prove per valutare la preparazione degli studenti.

Caniato. In che rapporto è il desiderio con la questione affettiva e l’amore?

Fighera. Recuperare la statura del nostro cuore infinito è la strada per impostare correttamente anche l’educazione affettiva. Troppe volte, infatti, il ragazzo o la ragazza, il marito o la moglie sono considerati come la risposta al proprio desiderio di felicità. Troppe volte, proprio per questo motivo, i rapporti finiscono. L’altro o l’altra è il compagno sulla strada verso il destino, come ben esprime Montale nei famosi versi: «Ho sceso dandoti il braccio almeno un milione di scale, e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino». Ma un rapporto vero apre e spalanca agli altri, non chiude la relazione sulla coppia. Voler bene è desiderare il bene dell’altro, la sua felicità. In una lettera inviata all’allora fidanzato Pietro santa Gianna Beretta Molla scrive: «Mi sento così un nulla che, pur desiderando grandemente di farti felice, temo di non riuscirvi. E allora prego il Signore: “Signore, tu che vedi i miei sentimenti e la mia volontà, rimediaci tu”».

Caniato. In che cosa consiste l’esperienza del voler bene?

Fighera. La persona fa prima esperienza di essere amato. «In questo è amore, non nel fatto che abbiamo amato, ma che Lui stesso ci ha amato» scrive sant’Agostino. La scoperta dell’iniziativa di Dio per me rende possibile l’iniziativa mia per il mondo. Solo nella gratitudine per essere stati amati, voluti e abbracciati si può comunicare agli altri l’amore sperimentato. Scrive Carol Wojtyla ne La bottega dell’orefice «L’eternità passa attraverso l’amore. Se il destino non spezzerà l’amore, sarà una vittoria dell’umano».

Caniato. La lettura del libro ci spinge lontano da quel pseudo amore, spesso presentato dai mass media o nei reality show, mescolato di sentimentalismo, compiacimento e narcisismo. Ci invita a riscoprire la bellezza del dono di sé all’altro, del prendersi cura. Per questo nell’ultima parte affronti il tema della vocazione, nel campo lavorativo e nel campo affettivo. Puoi spiegare meglio.

Se noi siamo stati amati, voluti e chiamati, allora il tempo è lavoro e responsabilità, la vita è vocazione e risposta a Qualcuno che ci ha voluto, sia nel campo affettivo che lavorativo. Per questo mi sono soffermato molto sull’affettività, l’incontro con la donna o l’uomo della nostra vita, e l’altra vocazione, che è la consacrazione ovvero la chiamata alla verginità. Ciascuno di noi ha poi un talento. La scoperta del talento dovrebbe essere centrale nell’educazione e, quindi, anche nell’ambito scolastico, mentre spesso i ragazzi terminano il percorso delle superiori senza aver scoperto molto di sé. Come può accadere? Il frutto del proprio talento non è benefico solo per sé, ma per tutti, come se un pezzo di realtà fosse più compiuto e più bello quando i talenti sono messi al servizio del tutto. La conoscenza del talento, cioè del fatto che Qualcuno ci ha amato e ci ha voluti in un certo modo, comporta la considerazione della vita come assunzione di responsabilità, come compito, come «prendersi cura di». Nella diversità delle vocazioni c’è, però, un’unica vocazione, per tutti noi c’è la chiamata alla santità o potremmo dire alla felicità. Tutti noi siamo chiamati a verificare che l’amore è carità nella verità, che coincidono nella persona di Cristo. Senza carità rimane una verità che può stroncare e uccidere. Senza verità la carità si traduce in solidarismo. La «carità nella verità», come recita l’enciclica di Papa Benedetto XVI, ci avvince tramite la sua bellezza e il suo fascino. La sfida è verificare che l’uomo è fatto per questo amore che si è rivelato a noi nella storia e che ci si rivela nel quotidiano, istante per istante.

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