altGiampiero Neri. Un maestro in ombra, di Alessandro Rivali, edito da Jaca Book, non è solo un saggio sulla letteratura del poeta Pontiggia (in arte Neri), ma è il racconto di una vita, la storia di un’amicizia sincera, la ricerca di una verità drammatica.

A chi è destinato il saggio di Alessandro Rivali, Giampiero Neri. Un maestro in ombra, uscito dopo la sua fortunata raccolta poetica La caduta di Bisanzio (2010)? Ad un appassionato di letteratura e di poesia, ad un estimatore di Giampiero Neri? Senz’altro questi ne ricaverebbero un grande beneficio oltre che un vivo piacere. Il libro pubblicato nella collana “Saggi di letteratura” della Jaca Book non è, però, solo opera letteraria pregiata, ma anche profondamente umana ed esistenziale, un testo che permette innanzitutto una riflessione sulla vita e sui rapporti, sul valore della vita e sull’importanza di incontrare un maestro.

Considerarlo esclusivamente un saggio di letteratura significherebbe privarlo del grande valore che possiede un libro che sa di saggezza di vita. Come sempre quando il particolare si unisce all’universale, quando il microcosmo personale è segno del macrocosmo universale, quando i fatti della vita sono l’occasione di ragionare sul Mistero delle cose, allora l’opera diventa interessante per tutti e dalla commistione di biografia e poetica, poesia e storia scaturiscono pagine che sanno dell’uomo e della vita. Hominem pagina nostra sapit scriveva Marziale.

   La ricerca della verità, anche se fastidiosa e dolorosa, muove l’io e, di conseguenza, la scrittura di Giampiero Pontiggia, in arte Neri con allusione alla violenza, al dolore, alla morte. Un nome che vuole connotare la sua diversità rispetto al fratello, la sua identità, il suo carattere scontroso, un po’ burbero, talvolta violento, così differente dalla bontà del più celebre fratello scrittore Giuseppe Pontiggia, l’autore del fortunatissimo Nati due volte.

Alessandro Rivali ha conosciuto Neri tanti anni fa dopo un incontro in cui il poeta lesse alcuni suoi inediti. Così ricorda Rivali: «Fermai Neri chiedendogli in regalo quel manoscritto. Lui si schermò dicendo che al momento ne possedeva una sola copia, ma mi invitò, se davvero ero interessato alla sua poesia, ad andare a trovarlo a casa sua, la domenica successiva. Nella sostanza quella domenica sarebbe stata indelebile. Entrai per la prima volta in uno scenario poi diventato famigliare: il tavolo rotondo sempre ingombro di carte (i quadernoni colorati per le diverse stesure delle poesie, le lettere e le cartoline dai tanti corrispondenti), la boccia di vetro con le amate liquirizie, il contenitore di biro tutte uguali». Da allora è nata un’amicizia. Ricorda Giampiero Neri: «Il comune interesse per la letteratura ci aveva fatto diventare amici, i nostri incontri sono diventati più frequenti e soprattutto costanti. Ai nostri abituali temi di conversazione se ne sono aggiunti altri, per esempio il calcio, di cui siamo entrambi appassionati, sia pure su piani di diversa predilezione sportiva».

  Il saggio si dispiega in sei capitoli che, attraverso le domande che Rivali pone a Neri, ricostruiscono l’infanzia, la morte dei genitori e della sorella suicida, l’età adulta e il lavoro in banca, la scoperta dell’amore per la scrittura, il rapporto problematico con il fratello, scrittore già affermato. L’attentato al padre, la morte della madre (di cui Giuseppe Pontiggia rimproverò in qualche modo Neri), il suicidio della sorella (taciuto alla madre), il rapporto col fratello aprono squarci sull’interiorità del poeta e domande sui suoi possibili sensi di colpa.

La sua scrittura indaga il male, ritenuto necessario, che permette il riconoscimento e l’adesione al bene. La lettura del saggio apre, nel contempo, una finestra sul lavoro del poeta, sul suo cantiere, sui suoi inizi, sui rapporti con gli altri poeti. Permette di costruire la biblioteca di Neri, di vedere il suo tavolo di lavoro, di inoltrarsi con lui nel fascino della poesia che cerca il vero e nient’altro, anche a costo di dolorose perdite e di faticose conquiste. Una biblioteca che pone in primo piano autori come Dino Campana, Rimbaud, Pasternak, Grossman, Solochov, Fenoglio (soprattutto Il partigiano Johnny). Neri ama le biografie e i carteggi (più veritieri e utili dei diari per capire un autore), mentre si sente poco vicino a Foscolo e Leopardi (meglio il primo, per il suo ardore).

Scrive Daniela Marcheschi che «per Neri la memoria è una specie di agostiniano ventre della mente, perciò è fondamentale che il poeta non trascuri nessuna cosa piccola, nessuna esistenza neanche la più apparentemente insignificante, e sia vigile, maniacalmente attento ad ogni “segnale”».  Nella poesia Dallo stesso luogo Neri scrive al riguardo: «Come l’acqua del fiume si muove/ contro corrente vicino alla riva/ si disperde dentro filid’erba/ lontana dal suo centro/ la memoria fa un cammino a ritroso/ dove una materia incerta torna con mille frammenti». Neri riconosce come sua la poetica espressa nel Dottor Zivago nella dichiarazione: «Per tutta la vita aveva mirato all’elaborazione di quel linguaggio semplice e discreto, in virtù del quale lettore spettatore si impadroniscono del contenuto senza accorgersi del modo in cui lo assimilano, […] uno stile inavvertito, che non attirasse l’attenzione». Secondo queste coordinate, Neri è convinto di aver scritto nella sua vita «un solo libro e le sue variazioni che tutto lo contengono» tanto che si potrebbe attribuire a tutta la sua produzione il titolo «Tema e variazioni».

Morirà la poesia? Qual è il compito del poeta? A queste e a tante altre domande Neri risponde nella convinzione che la parola poetica è connaturata all’uomo e, per questo, non potrà mai morire.

Alla fine della lettura del libro ho riconosciuto vero per me quanto Rivali auspicava nella sua presentazione al testo: «Un percorso a ritroso tra luci e ombre del passato che può illuminare anche il presente; per me indubbiamente lo è stato. Credo che possa esserlo anche per qualche lettore». (pubblicato su La nuova bussola quotidiana del 4-10-2013)

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