Con la semplicità che gli è propria, irriso ogni orgoglio, il pastore, di fronte a un ente che è segno di immortalità e di eternità, pone quelle domande che ha nel suo cuore e che sono ridestate dalla contemplazione del bello: «A che vale/ Al pastor la sua vita,/ La vostra vita a voi? dimmi: ove tende/ Questo vagar mio breve,/ Il tuo corso immortale?». Nella seconda stanza Leopardi descrive così l’uomo: «Vecchierel bianco, infermo,/ Mezzo vestito e scalzo,/ Con gravissimo fascio in su le spalle […]/ Corre via, corre, anela,/ Varca torrenti e stagni,/ Cade, risorge». Il richiamo, qui, a Rerum vulgarium fragmenta XVI è più che una semplice eco: «Movesi il vecchierel canuto e  bianco/ del dolce loco ov’à sua età fornita/ e da la famigliola sbigottita/ che vede il caro padre venir manco». Nel sonetto anche il Petrarca vede la condizione esistenziale dell’uomo come quella di un uomo, vecchio e stanco, disposto a lasciare tutto, anche la sua famiglia, negli ultimi giorni della sua vita, per recarsi a Roma  alla ricerca della Veronica, l’immagine del volto di Cristo effigiata in un’icona bizantina. Questo «vecchierel» che lascia tutto non può non richiamarci la figura  dell’Ulisse dantesco che «né dolcezza di figlio, né la pieta/ del vecchio padre, né ‘l debito amore/ lo qual dovea Penelopè far lieta» (Inferno XXVI, vv. 94-96)riuscirono a trattenere dall’«ardore»del viaggio.

 

  Il pastore (che rappresenta Leopardi e l’uomo semplice) di fronte al reale intuisce che un senso c’è e qualcuno lo conosce: «E tu certo comprendi/ Il perché delle cose, e vedi il frutto/ Del mattin, della sera,/ Del tacito, infinito andar del tempo./ Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore/ Rida la primavera,/ A chi giovi l’ardore, e che procacci/ Il verno co’ suoi ghiacci». Sono le domande più semplici e, nel contempo, più profonde e misteriose. Di fronte alle steppe, a montagne maestose, a promontori altissimi e al mare in tempesta, di fronte ai ghiacci dove l’uomo non può vivere e da millenni abitano strani e sconosciuti animali sorgono le domande: per chi esiste tutto ciò? Qual è il senso? Qual è il destino di tutto? Di fronte alla provocante e incommensurabile bellezza del cielo stellato, noi, come il pastore errante, ci chiediamo: «A che tante facelle?/ Che fa l’aria infinita, e quel profondo/ Infinito seren? che vuol dire questa/ Solitudine immensa? e io che sono?». La domanda di senso sulla realtà rimanda alla domanda su di sé, non c’è, infatti, coscienza della realtà se manca la consapevolezza di sé, se manca la consistenza dell’io. E che cosa dà consistenza all’io? Un rapporto reale con un Tu che sa ed è consistente; è il rapporto che il pastore cerca con la luna immortale, giovinetta, che certo tutto sa.  La realtà è provocatoria (chiama avanti, fuori, ci stimola  ad agire e a porci in relazione, a reagire), è suggestiva (da sub- gero, portare sotto un significato, quindi, suggerire, rimandare a qualcosa d’altro, essere segno di). La grandezza e la statura dell’uomo, che non rinnega il proprio cuore, risiedono in questa consapevolezza, in questo percepire il senso di vertigine di fronte all’incommensurabile Mistero, un senso di vertigine che provoca uno strappo dalla nostra misura, uno schiaffo al nostro orgoglio e alla nostra presunzione; un senso di vertigine che spesso gli uomini non vogliono provare: potremmo anche chiamare questa percezione che si traduce in domanda con l’espressione «senso religioso». I più  preferiscono, ignari o dimentichi della propria miseria, non provare la noia leopardiana, star quieti e contenti, giacere «a bell’agio», oziosi. Il pastore esclama: «O greggia mia che posi, oh te beata,/ Che la miseria tua, credo, non sai!/ […] Ed io pur seggo sovra l’erbe, all’ombra,/ E un fastidio m’ingombra/ La mente, ed uno spron quasi mi punge/ Sì che, sedendo, più che mai son lunge/ Da trovar pace o loco./ […] Se tu parlar sapessi, io chiederei:/ Dimmi: perché giacendo/ A bell’agio, ozioso,/ S’appaga ogni animale;/ Me, s’io giaccio in riposo, il tedio assale?».

 

Di fronte alla vertigine, di fronte al senso di sproporzione che si fatica a reggere, la tentazione è quella di pensare che il progresso, le nuove acquisizioni tecnico – scientifiche possano risolvere il problema umano: è il mito dello scientismo che tanto imperversava al tempo di Leopardi come imperversa ora; «le magnifiche sorti e progressive» dello scrittore Terenzio Mariani corrispondono, infatti, al neopositivismo contemporaneo ben incarnato nella pubblicità che recita «l’ottimismo è il profumo della vita» (nel cui messaggio è ben chiaro che la ragione per cui si deve essere ottimisti è la possibilità di usufruire di strumenti tecnici sempre più sofisticati, sempre più moderni, impensabili un tempo). Ecco allora la conclusione: «Forse s’avess’io l’ale/ Da volar su le nubi,/ E noverar le stelle ad una ad una,/ O come il tuono errar di giogo in giogo,/ Più felice sarei, dolce mia greggia,/ Più felice sarei, candida luna». Ma il genio di Leopardi, che ha ben compreso la natura del cuore dell’uomo, non si inganna: «O forse erra dal vero,/ Mirando all’altrui sorte, il mio pensiero». L’uomo in ogni epoca ha cercato di evadere dalla situazione esistenziale contingente in primo luogo vagheggiando un’età felice nel passato o nel futuro, la mitica età dell’oro o il mondo utopico da costruire qui sulla Terra. Lo stesso Leopardi, in gioventù, ha creduto che l’infelicità dell’uomo fosse da attribuire alla situazione storica, alla civilizzazione, all’allontanamento dallo stato di natura. Sulle orme di J. J. Rousseau in gioventù Leopardi credeva che l’uomo antico fosse più felice. Allo stesso modo oggi tanti credono che il male del mondo sia legato al progresso, alla civiltà e magari a chi – l’Occidente – è accusato di aver esportato questa civiltà! (pubblicato su La nuova bussola quotidiana del 10-11-2013)

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