Il piacere delle cose terrene è circoscritto, ma l’animo umano cerca, per sua indole, una felicità che è infinita. In questo è in sintonia con il libro anticotestamentario di Qoèlet, con Manzoni e con scrittori del Novecento, quali Camus e Moravia.

L’uomo, a detta di Leopardi, si contraddistingue per questo desiderio di felicità non finita, non limitata, non colmabile da piaceri finiti quali quelli che si incontrano nella vita reale. E ancora, la grandezza dell’uomo autentico consiste nel non recedere da questo desiderio.

Per usare le parole della celebre opera teatrale di A. Camus, Caligola, l’uomo autentico e grande è colui che non desiste dalla propria natura e continua a desiderare quello che sembrerebbe impossibile, ma che anche solo una volta è stato sperimentato e, di conseguenza, è diventato possibile, ovvero la Luna, così come afferma l’omonimo protagonista dell’opera teatrale. Nel dialogo con l’Imperatore Caligola Elicone cerca di informarlo sulla congiura che è stata tramata contro di lui. L’Imperatore non se ne cura e continua imperterrito a manifestare il desiderio del suo cuore: «Tieni presente che l’ho già avuta (la Luna). […] Io l’ho avuta completamente. Soltanto due, tre volte, è vero. Ma insomma sì, l’ho avuta. […] Io voglio soltanto la Luna, Elicone. So bene in che modo morirò. Non ho ancora esaurito tutto ciò che può alimentare la  mia vita. Perciò voglio la Luna… […] Se qualcuno ti portasse la Luna sarebbe tutto diverso, non è così? L’impossibile diventerebbe possibile e qualsiasi cosa cambierebbe, così d’un colpo. E perché poi Elicone non dovrebbe portarti la Luna». Per Leopardi questo desiderio dell’infinito, dell’impossibile, descritto così bene da A. Camus, è il sentimento più nobile per l’uomo, più elevato, più sublime: la noia.

L’uomo che vive con autenticità la propria esistenza non può recedere dalla condizione di ricerca e di domanda di felicità. Volersi bene e voler il proprio bene coincidono con questa domanda inesausta. Soltanto una rinuncia al proprio bene potrebbe portare l’uomo a non domandare più e a percepire meno il pungolo della noia, dell’insoddisfazione, del «desidero pieno». Fermarsi all’illusione, all’apparenza, non voler andare oltre e desiderare poco è una rinuncia al proprio bene come ben sottolinea Leopardi in una stupenda operetta morale, «Il dialogo di Malambruno e di Farfarello», una sorta di Faust in formato tascabile, di lettura rapida, ma non meno penetrante. Il protagonista invoca addirittura le potenze del male perché vuole essere felice. Farfarello, piccolo demone, non può rispondere all’annoso problema di Malambruno; neanche i demoni più potenti potrebbero. Allora Malambruno chiede che gli venga tolta l’infelicità; ma anche questo è impossibile, a meno che, risponde Farfarello, egli non smetta di volersi bene, cioè di desiderare una felicità piena.

: «O mio tronco che additi,/ in questa ebrietudine tarda,/ ogni rinato aspetto coi germogli fioriti/ sulle tue mani, guarda:// sotto l’azzurro fitto/ del cielo qualche uccello di mare se ne va;/ né sosta mai: perché tutte le immagini portano scritto:/ “più in là!”».

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