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La lettera a Jacopssen è la prova più incontestabile che la domanda di felicità non sia venuta meno in Leopardi anche nei momenti di maggiore sconforto. L’atteggiamento del cuore che emerge in questa lettera potrebbe preludere alla conversione. Il poeta, infatti, si rende conto che è vera saggezza cercare la felicità nell’Ideale, ha nostalgia dell’epoca in cui ancora perseguiva ciò e riconosce che l’amico affronta la questione con «ragionevolezza e profondità».

All’età di venticinque anni Leopardi è già ben cosciente che il cuore dell’uomo è desiderio e capacità di Infinito, proprio come se fosse un contenitore che non può mai essere colmato da beni terreni finiti. Nello Zibaldone lo scrittore aveva usato l’immagine del cavallo: «Se tu desideri un cavallo, ti pare di desiderarlo come cavallo e come un tal piacere, ma in fatti lo desideri come un piacere astratto e illimitato. Quando giungi a possedere il cavallo, trovi un piacere necessariamente circoscritto e senti un vuoto nell’anima, perché quel desiderio che tu avevi effettivamente non resta pago».

Nei Pensieri, scritti più tardi, Leopardi descriverà questo desiderio di felicità infinita con il termine «noia». Essa è«in qualche modo il più sublime dei sentimenti umani,… il non potere essere soddisfatto da alcuna cosa terrena, né, per dir così, dalla terra intera; considerare l’ampiezza inestimabile della spazio, il numero e la mole meravigliosa dei mondi, e trovare che tutto è poco e piccino alla capacità dell’animo proprio; immaginarsi il numero dei mondi infinito, e l’universo infinito, e sentire che l’animo umano e il desiderio nostro sarebbe ancora più grande che sì fatto universo; e sempre accusare le cose di insufficienza e di nullità, e patire mancamento e voto, e però noia, pare a me il maggior segno di grandezza e nobiltà, che si vegga della natura umana» (Pensieri, LXVIII).

 

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