Finalmente ci avventuriamo nel viaggio verso il Paradiso. Attraverseremo i nove Cieli per giungere all’Empireo e, infine, alla visione di Dio.

Si compie il desiderio di Dante, ma, potremmo correttamente dire, che si realizza anche il sogno di ogni uomo, senza differenze di razza e di cultura. Chi non desidererebbe, infatti, vedere la bellezza, l’amore, il bene nella loro espressione massima? Chi non vorrebbe vedere distintamente il senso profondo della realtà e della vita, sentirsi abbracciato e amato da quello sguardo di carità dei santi che accompagna Dante nel viaggio della terza cantica? Chi non aspira a trovare quell’acqua fresca e zampillante che sa dissetare l’umano desiderio di felicità infinita?

L’Inferno è il luogo dell’individualismo.

Il Purgatorio è il regno in cui l’uomo si scopre «persona» (l’etimo della parola dice che l’io risuona nel rapporto con l’altro) e l’anima vive la dimensione della liberazione dal peccato nell’appartenenza ad un popolo che cammina insieme.

Il Paradiso sarà il luogo del «sorriso di Dio», per usare una bella espressione di Charles Moeller. Sarà anche il luogo della carità, cioè di quell’amore incondizionato che previene e anticipa la domanda portando soccorso e aiuto prima che lo si chieda. Beatrice dissolverà i dubbi di Dante prima che lui li espliciti. La Madonna, dice san Bernardo nell’inno che le rivolge, «non pur soccorre/ a chi domanda,/ ma molte fiate liberamente/ al dimandar precorre». Incontreremo anche nel terzo regno grandissime figure, che hanno segnato la storia dell’Occidente e della cristianità: pensiamo, solo a titolo di esempio, a san Francesco, san Domenico, san Benedetto, san Bernardo, san Tommaso, san Bonaventura da Bagnoregio e, ancora, san Pietro, san Giacomo, san Giovanni, tutti personaggi non lasciati nella vaghezza della dimensione eterea e indistinta, ma caratterizzati nella loro specificità e storicità terrena.

Nel Paradiso Dante dovrà superare le tre prove che costituiscono un vero e proprio esame di baccalaureato: solo dopo aver mostrato piena conoscenza di fede, speranza e carità il poeta potrà procedere nel viaggio fino a giungere alla visione dei cori angelici, dell’Empireo, della Candida rosa e, infine, di Dio.

Dante è ben cosciente che il linguaggio umano è carente per descrivere quanto ha vissuto, non sono sufficienti le parole per documentare un’esperienza che non è di questa Terra. Per questo la stessa invocazione che il poeta intesse all’inizio della cantica non è rivolta alle muse, ma a Cristo (adombrato in Apollo). Per la stessa ragione Dante si avvale dell’explanatio per argumenta exemplorum (spiegazione attraverso gli esempi), espediente che è tipico della mistica. Sempre per la stessa ragione il Fiorentino conierà molti hapax (parole di cui è documentato un solo caso nella tradizione letteraria), perché il lessico esistente è insufficiente a raccontare e a descrivere.

Date queste premesse, non si dovrebbe dubitare della grandezza della terza cantica, della sua bellezza, del fatto che valga la pena viaggiare in compagnia di Dante fino alla fine del viaggio.

Sembra una considerazione scontata, ma non lo è. La maggior parte dei lettori (almeno nel pubblico degli scolari delle superiori) ha già un giudizio prima di partire nello studio. Da dove proviene? È un passaparola tra gli studenti? Se stilassimo una classifica sulle cantiche più amate, credo che otterremmo questi risultati: l’Inferno è il mondo più apprezzato, seguito dal Purgatorio e, infine, dal Paradiso. Eppure, se chiedessimo dove una persona desideri finire dopo la morte i risultati sarebbero senza dubbio invertiti.

Quali sono allora le ragioni della predilezione per la prima cantica e del disamore per il terzo Regno? Quali sono i motivi delle difficoltà incontrate dall’uomo contemporaneo nella lettura della Paradiso?

In primo luogo credo che il mondo contemporaneo si identifichi maggiormente nell’Inferno dantesco con le sue intense passioni, i suoi personaggi immortali e dannati, le sue grandi tragedie. La nostra epoca non è epoca di maestri, ma di idoli (e l’Inferno è il regno dell’idolatria), si sente distante dall’appartenenza e dalla comunità (se non nella forma, certamente nella sostanza), ama vivere l’istante come assoluto, slegato dal resto. Propone di vivere l’istante per l’istante, senza un orizzonte di senso e un destino. La nostra epoca ha esorcizzato l’aldilà, teme di sentir parlare della morte, riesce a concepire solo un al di qua senza Dio. Ama rivestire il male compiuto con le sembianze del bene. Ama parlare del male e non soffermarsi sul bene presente nella realtà. Sente forte, quindi, il fascino del male. Basti leggere un quotidiano piuttosto che vedere un telegiornale per verificare come il bene non faccia più notizia, mentre il male attrae sempre. Interessante constatazione, se pensiamo che la vera grande notizia nella storia dell’umanità è la «buona notizia», cioè il vangelo.

In secondo luogo, la distanza del lettore contemporaneo dal Terzo regno dantesco risiede nell’abisso tra la concezione del mondo odierna e quella che è sottointesa a quel luogo di bene e di amore. L’uomo di oggi ha smesso di credere al Paradiso, ha smarrito la fede nell’aldilà e così, in poco tempo, ha perso anche la fiducia nell’aldiqua.

La terza ragione è, indubbiamente, una difficoltà linguistica e culturale. Uno dei grandi pregi della cantica (l’altezza e la bellezza della lingua) è anche uno degli ostacoli maggiori e oggi quasi insormontabili per un pubblico di lettori che ama sempre meno far fatica. Il viaggio nel Paradiso  è incredibile ed unico, ci dimostra la fascinazione del bene e dell’amore, a cui tutti noi tendiamo. Nel contempo, richiede un impegno e una fatica che solo la coscienza del pregio e del valore permette di affrontare.

Perché io amo la terza cantica?

Perché da sempre, fin da quando ho scoperto la figura di Beatrice, ho sempre pensato che la figura di ogni donna dovesse prendere lei a modello. Ogni donna dovrebbe essere una Beatrice e ogni uomo dovrebbe aspettare nella vita di incontrare la sua Beatrice. Dante ha composto il grande capolavoro della Commedia per quella donna.

Perché ho sempre amato il cielo e, ancor più, il cielo stellato. Proveniamo dal Cielo e sentiamo nella profondità del nostro animo che dobbiamo ritornarci. Fin da bambino sognavo di viaggiare nel Cielo, magari su un tappeto volante. Ora il sogno si compie in compagnia di Dante, quando l’uomo scopre la sua leggerezza e la sua aspirazione all’alto dopo la purificazione dal peccato.

Perché ho sempre creduto che il bene fosse più attraente del male, che i santi fossero più affascinanti dei cattivi, proprio come nell’epoca medioevale in cui il genere più diffuso e amato era quello agiografico che raccontava le vicende di piccoli o grandi uomini presi dall’amore di Gesù; e in quell’amore tutta la persona cambiava.

Perché mi sono sempre piaciute le rose, simbolo d’amore e di bellezza. E la terza cantica presenterà verso la fine il luogo deputato ai santi, un anfiteatro in forma di candida rosa.

Perché, infine, ho sempre desiderato, su tutto, la salvezza mia e degli uomini; e il Paradiso è il luogo dove la promessa di salvezza si compie e i drammi e i problemi appaiono nella luce definitiva di Dio, che è amore e verità insieme. Tutto in definitiva si ricompone e si risana. Nulla andrà perduto, tutto sarà redento. Il grido cosmico della sofferenza innocente, che così tanto scandalizza l’uomo, finalmente verrà placato nell’abbraccio amorevole di un Padre che ci ha voluto salvi e, nel contempo, liberi. Libertà e salvezza, che appaiono troppo spesso in contraddizione, troveranno in Paradiso il loro compimento.

 

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