Si può falsificare un fatto storico?

Qualche anno fa, passando per le vie del paese insieme alla mia famiglia nella piazza dove era stata allestita un’esposizione di disegni dei bambini della scuola primaria in occasione del Natale, mia figlia maggiore, che frequentava le elementari altrove, mi chiese: «Papà, che cos’è la festa della luce?». Osservammo bene il titolo della mostra e le opere. Non c’era un disegno che rappresentasse il presepe e la nascita di Gesù, tutti erano ispirati al tema della luce.

Parlare di Gesù o rappresentarlo sembra essere diventato inammissibile in scuole in cui sono presenti ragazzi anche di altre religioni e quanti, anche se cristiani battezzati, ormai, in molti casi, non credono più o hanno perso le ragioni della propria fede. Così, il Natale come celebrazione di Gesù che nasce ed è tra noi è scomparso ed è ammesso solo come festa snaturata, sostituita da valori come la pace, la solidarietà o altro ancora.

È così semplice raccontare la buona notizia, quella di un Dio che si è fatto bambino per condividere la condizione umana, si è fatto dono e compagnia. Lui è il dono più grande del Natale». Un dono, poi, che si comprende meglio nel mistero della croce e della resurrezione. Esclama Anna Vercors nel celebre Annuncio a Maria di Paul Claudel: «Non vivere, ma morire, e non digrossar la croce ma salirvi, e dare in letizia ciò che abbiamo […]. Che vale il mondo rispetto alla vita? E che vale la vita se non per essere data? E perché tormentarsi quando è più semplice obbedire?».

Tutto congiura a tacere di questa buona novella. Perfino laddove si dovrebbe parlare di Lui, il Salvatore del mondo, si cerca in ogni modo di ridurLo ad una nostra misura, a eliminare il Mistero per sostituirLo con leggende o con valori. Bisogna ritornare alla semplicità dei bambini che, di fronte alla domanda su cosa sia il Natale, con grande spontaneità rispondono: la nascita di Gesù. Come tutto congiura a tacere della nascita di Gesù, così tutto vuole tacere della novità che ha investito il mondo con il suo avvento e che ha investito tutti gli ambiti della vita, quello materiale e quello spirituale, il campo economico, quello culturale e quello più prettamente artistico. La stessa concezione di sé che aveva l’uomo è mutata. Oggi giorno, è venuta meno la consapevolezza che la radice profonda dei valori, della ricchezza, dello splendore della nostra civiltà risiede nel cristianesimo, ovvero in Cristo, manca il sentimento di gratitudine per Colui che è il vero protagonista della storia. In Cristo la verità si è mostrata apertamente e si è rivelata come carità, «carità nella verità», come recita l’enciclica di Benedetto XVI. Questo evento ha spezzato in due la storia. Cristo ha fatto «nuove tutte le cose». Da allora niente è più lo stesso.

Una diffusa mentalità comune, invece, vorrebbe indurci a pensare che le acquisizioni maggiori dell’uomo siano dovute alla Rivoluzione scientifica del XVII secolo, all’Illuminismo o, più in generale, alla Modernità. Si è dimenticata la novità assoluta che ha rappresentato e rappresenta il cristianesimo nella storia dell’umanità.

Lontana da Cristo, una volta eliminato il presepe o il crocifisso, la cultura contemporanea è convinta di essersi affrancata dalla superstizione e da una vetusta tradizione che oggi non avrebbe più nulla da dire. L’uomo, così, non è progredito, ma è ritornato all’epoca politeista, all’idolatria di dei che hanno soltanto modificato il nome, ma non la sostanza. Al posto di Venere si adora il sesso, al posto che a Marte si sacrificano vittime alla guerra e al potere, invece che a Plutone si inneggia al denaro. Ancora, poi, il Dio unico è sostituito da quell’uomo che si è posto sul piedistallo nella convinzione di poter fare a meno del Mistero e di poter risolvere tutte le questioni.

Il silenzio sulla nascita di Gesù è, in realtà, una falsità odierna, una mistificazione. Gesù ha da sempre diviso e divide, ha da sempre attirato su di sé la simpatia umana o l’odio. L’indifferenza è solo di chi non guarda. Gesù stesso aveva previsto che avrebbe diviso il popolo e le famiglie in chi Lo avrebbe accolto e chi no, così come ha diviso la storia. Oggi, invece, il fastidio della società, di tanto mondo intellettuale, si traduce, spesso, in silenzio, in indifferenza.

Una storia che non si racconta più

Non ricordo di aver studiato al liceo o all’università neppure una poesia dedicata alla nascita di Gesù. Devo ritornare con la memoria agli anni delle elementari, quando ai maestri piace tanto raccontare le storie. Iniziava così la poesia: «- Consolati, Maria, del tuo pellegrinare!/ Siam giunti. Ecco Betlemme ornata di trofei./ Presso quell’osteria potremo riposare,/ ché troppo stanco sono e troppo stanca sei.// Il campanile scocca/ lentamente le sei.// – Avete un po’ di posto, o voi del Caval Grigio?/ Un po’ di posto per me e per Giuseppe?/ – Signori, ce ne duole: è notte di prodigio;/ son troppi i forestieri; le stanze ho piene zeppe». La poesia si intitola «La notte santa». L’autore è Guido Gozzano.

Quante volte le mie figlie mi chiedono: «Papà mi racconti una storia?». La dimensione del racconto è, del resto, la più bella, la più affascinante, quella che conquista. A tutti noi, anche quando siamo cresciuti, piace scoprire nuove storie. Ebbene, c’è una storia che è più grande di tutte le altre, c’è una storia che ci commuove perché ci racconta di un Dio che si è fatto carne, che è diventato un bambino indifeso, come lo siamo stati tutti noi, ha fatto il falegname per tanti anni finché non ha iniziato la missione. Non ci ha fatto prediche, ma si è piegato sul nostro niente, ci ha amato ed abbracciato come un  padre e una madre fanno con il proprio figlio, ha condiviso con noi uomini il suo tempo, rivelandoci il Mistero del Padre, l’amore, è morto in croce per redimere i nostri peccati ed è resuscitato. Quanti tra quelli che hanno conosciuto quell’uomo Dio, Gesù, sono morti pur di dare testimonianza di Lui! Sono morti i primi apostoli duemila anni fa, come sono morti poi nei due millenni successivi milioni e milioni di martiri. O sono tutti pazzi oppure hanno davvero visto e incontrato qualcosa di straordinario.

Ebbene, una storia come questa, che sia considerata vera o falsa o addirittura poco pertinente alla nostra vita, meriterebbe di essere conosciuta, di essere studiata. Una statistica condotta negli ultimi mesi, resa nota nel viaggio di Papa Benedetto XVI in Germania, afferma che il 75 per cento dei giovani tedeschi non si pone il problema di Dio. Un dato davvero allarmante, perché attesta che, in realtà, la maggior parte dei giovani non si pone il problema del proprio io, cioè del destino che li attende: siamo cibo per vermi o persone uniche e irripetibili, pensate nella mente di Dio e che vivranno in eterno?

Nelle scuole, però, non si racconta più la storia della nascita di Gesù. In molte scuole è addirittura proibito rappresentarla con un presepe, sarebbe un’intollerabile violenza nei confronti di chi non crede o di chi appartiene ad altre religioni. Non ho mai sentito dire che a scuola non si studi Napoleone perché ha saccheggiato molte terre dell’Europa, ha distrutto e ridotto a stalle molte chiese, ucciso tanti uomini appartenenti a una moltitudine di popoli diversi. Eppure, non si è mai raccontato che Gesù abbia compiuto azioni tanto atroci, anzi! Inoltre, le prove che Gesù Cristo sia esistito sono altrettanto certe di quelle relative all’esistenza di Napoleone. È un fatto storico la nascita di Gesù così come lo è la morte di Napoleone celebrata ne «Il 5 maggio», in cui Manzoni tra l’altro testimonia che «più superba altezza / al disonor del Gòlgota / giammai non si chinò».

Le antologie scolastiche escludono qualsiasi testo che racconti la storia di Gesù scritto dai grandi letterati (come del resto gli intellettuali cattolici sono spesso esclusi dai canoni letterari o relegati a ruoli del tutto marginali). Perché accade questo? Forse perché gli scrittori e i poeti non hanno raccontato la storia di Gesù? Certo che no. Infatti, quasi tutti i grandi scrittori, malgrado la smemoratezza della critica letteraria, si sono cimentati con questo fatto. Ne parleremo, però, la prossima volta.

 

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