altRicordiamo l’esempio del cavallo citato da Leopardi nello Zibaldone e l’analisi da lui condotta sul desiderio infinito di felicità? A questo punto i più, direi chi fa poco i conti con la propria esperienza e con la propria percezione dell’esistenza, forse infastiditi da tanta lucidità o fors’anche dimentichi di sé, si affretteranno a tacciare Leopardi di pessimismo, cercando di liquidare la portata delle sue considerazioni, senz’altro provocatorie per chi vorrebbe accontentarsi di un materialismo becero e poco riflessivo, senza porsi troppi problemi.  L’analisi del Recanatese è, però, realistica, non pessimistica, e trova una conferma nella rappresentazione e descrizione della vita che ci offre Manzoni nei Promessi sposi. Presenta notevoli somiglianze con la conclusione dei Promessi sposi, quella conclusione che pochi studenti ricordano o forse hanno studiato.  Quando si chiede loro come si concluda il romanzo più popolare della nostra letteratura, i più rispondono: “Con il matrimonio di Renzo e Lucia”.  Manzoni, cattolico e realista,  racconta e spiega ben altro, non vuole raccontarci il lieto fine di una favola. Le antologie nel presentarci l’autore lombardo riportano critiche letterarie che cerchino di spiegare il suo pensiero e il senso della storia. I critici si sbizzariscono in ardue e complesse definizioni del problema manzoniano, della sua oscura visione della vita, della provvidenza. Bisognerebbe, invece, partire dalla lettura e dalla comprensione di quanto Manzoni racconta nelle ultime pagine del romanzo.

 

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