Torna, come ogni sabato mattina su Radio 5.9, l’appuntamento con la trasmissione ideata e condotta dal Prof. Giovanni Fighera “Tra i banchi di scuola, la scuola una bella esperienza di vita”.

Nella puntata del 11 maggio delle ore 10 nella trasmissione TRA I BANCHI DI SCUOLA il prof. Giovanni Fighera parlerà, tra gli altri argomenti, dell’orientamento scolastico per la scelta dell’università e del lavoro. Fondamentale è la scoperta del talento e delle passioni a scuola.

Spesso, nelle proposte di orientamento avanzate dalle università e dalle scuole superiori, gli studenti vengono considerati come clienti e non vengono provocati sulle domande fondamentali: io chi sono? Che cosa desidero davvero dalla vita? Che passioni ho? Che talenti ho scoperto in me? Troppo spesso scelgono il corso di studi, evitando tutte queste domande, considerando come unico criterio quanto la società propone o si aspetta da loro.

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COME SCEGLIERE LA SCUOLA?

COME SCOPRIRE IL PROPRIO TALENTO?

VAL LA PENA INSEGUIRE I SOGNI?

Gli studenti degli ultimi anni della scuola superiore partecipano ad open day universitari, incontrano esperti del mondo delle facoltà per conoscere i corsi di studio offerti dopo la scuola superiore e il mercato del lavoro. Questa attività frenetica prende il nome di «orientamento universitario».

Ho l’impressione che, spesso, in queste proposte fatte dalle università e dalle scuole superiori, gli studenti vengano considerati come clienti e non vengano provocati sulle domande fondamentali: io chi sono? Che cosa desidero davvero dalla vita? Che passioni ho? Che talenti ho scoperto in me?

Mi sembra che essi scelgano il corso di studi, evitando tutte queste domande, come se l’unico criterio sia quanto la società propone o si aspetta da loro. Se discuto con i ragazzi di scelta universitaria o lavorativa, talvolta chiedono: «Ma lei come ha fatto a sapere cosa avrebbe fatto nella vita? Come ha fatto a capire la sua vocazione?».

Allora racconto loro alcuni aneddoti della mia storia. Finito il percorso del Liceo, mi confrontai con la professoressa di Italiano che mi ripropose la domanda sui miei desideri più profondi e sui miei talenti. Alla fine mi iscrissi a Lettere.

Durante il percorso universitario mi cimentai nell’insegnamento. Laureatomi, decisi di fare dei colloqui di lavoro presso alcune aziende. Telefonai ad un’associazione di volontariato che orientava e metteva in comunicazione le domande con le offerte di lavoro.

Mi rispose un amico che svolgeva il servizio civile presso quella struttura offrendomi un posto di insegnamento nelle materie umanistiche in un centro di formazione professionale. Avrei dovuto accettare o rifiutare subito, senza aver la possibilità di riflettere più di tanto. Accettai.

Ricordo che era appena morta Madre Teresa di Calcutta e spesso nelle preghiere ricordavo questa donna chiedendole che mi aiutasse a capire meglio la strada e a comprendere come scegliere. Mi fu offerto un posto di lavoro, proprio mentre stavo cercando di fuggire da quella strada, non nelle scuole più illustri, ma in una di quelle da cui gli insegnanti spesso rifuggono. Fu un segno chiaro. La chiamata veniva dalla realtà.

Avevo pregato colei che aveva scelto di offrire tutto per gli ultimi. Ero stato chiamato, proprio nel senso letterale del termine, ad insegnare in una realtà difficile, non nelle scuole più rinomate. Fu una sfida continua. Ero invitato ogni giorno a sfrondare ogni pregiudizio sull’insegnamento e sugli studenti per imparare dalla realtà stessa, guardando i giovani che avevo di fronte, le loro urgenze e i loro bisogni, il loro cuore e il mio cuore. Ma la questione non era chiusa.

La domanda sulla vocazione deve rimanere, infatti, sempre desta. Dieci anni dopo accadde un altro fatto. Il Liceo paritario in cui insegnavo ormai da otto anni venne chiuso in maniera repentina. Mia moglie fu presa da grande sconforto. Avevamo appena avuto la notizia dell’attesa di un’altra figlia e veniva a mancare uno stipendio.

Mia moglie mi chiese di prendere in considerazione l’ipotesi di iniziare un altro percorso lavorativo. Feci dei colloqui. Sapevo che se avessi intrapreso un’altra strada, difficilmente avrei ripreso ad insegnare. Furono dei giorni difficili. Mandai pochi curriculum in alcune scuole.

Avevo pochissimo tempo a disposizione. Dopo tre giorni venni chiamato in un Liceo vicino a casa per una proposta di insegnamento. Capii che questa era stata una nuova provocazione per me per capire quanto mi interessasse l’insegnamento e riconfermarmi nella strada che avevo intrapreso.

Passione e talento a scuola e sul lavoro

Una volta, in un progetto di orientamento nel Liceo di Milano, avevo deciso di avviare il percorso con i ragazzi affrontando il tema della passione e del talento.

I giovani sentono, spesso, parlare di passioni, ma raramente qualcuno li sprona a scoprire i propri talenti personali. Anzi, per loro è strano sentirsi dire che li possiedono, immersi come sono in una società in cui sembra che pochi li abbiano, di solito quelli che sono osannati, idolatrati e cosparsi di oro e di denaro.

Tutti gli altri che, invece, non possiedono quei «talenti» che piacciono ai mass-media, tutti coloro che non sono calciatori, veline, presentatori televisivi, attori, cantanti, dovranno adottare un criterio di scelta dell’università o del lavoro differente, non strettamente legato alle proprie doti.

Ho allora deciso di far vedere agli studenti il film del regista Pupi Avati «Quando arrivano le ragazze?» che mette a tema proprio la questione del talento, della passione e della vocazione. Ciascuno di noi ha almeno un talento. Possederne anche uno solo, ma scoprirlo e farlo fruttare «produce molto di più» che averne tanti, ma tenerli nascosti. Il talento è la nostra passione più profonda in quanto è connaturata a noi stessi.

Alla fine di quel percorso di orientamento ho organizzato una tavola rotonda con figure professionali appartenenti ad ambiti lavorativi differenti sul tema «Passione e talento sul lavoro». Questi hanno raccontato agli studenti di aver frequentato una facoltà e di aver scoperto, una volta laureati, che i loro interessi erano rivolti ad altro. Così, si sono messi in discussione e ora sono felici dell’attività che svolgono.

Riporto qui di seguito alcune considerazioni tratte dagli interventi della tavola rotonda. Michele, laureato in Ingegneria meccanica, ora svolge un importante incarico in un’azienda finanziaria. Ci dice:

 

Ognuno di noi ha un’aspettativa con cui si introduce nelle cose che fa. Io non ho mai rinunciato a capire ciò che corrispondeva di più alle mie domande. Nella vita bisogna essere aiutati a mettere a fuoco le proprie domande e la realtà. Bisogna prendere sul serio il proprio desiderio

Sergio, invece, laureato in Economia e commercio, ora direttore generale nella grande distribuzione, afferma:

Il talento è la consapevolezza di avere qualcosa da dire e da fare in questo mondo. Se non c’è la consapevolezza di voler fare qualcosa di buono, non si costruisce nulla. Ogni azione influenza in qualche modo il destino di una persona. Si può avere talento in senso tecnico, ma se sono privo di questa consapevolezza non costruisco niente. La consapevolezza di un talento e di un compito fa tramutare il lavoro in divertimento.

Giorgio, laureato in Fisica, ora con mansioni in un’importante banca, confida ai ragazzi:

Per capire a quale università iscriversi devo prima capire chi sono io. Devo imparare a leggermi, fare un lavoro continuato su di me. Importante sono le guide nella vita, le persone che sono più avanti di me. Se il lavoro non ti piace lo percepisci e scalpiti. Nel lavoro viene fuori quello che sei. Non lo decido io come sono fatto.

La vita non è un’autostrada senza via di uscita. Io mi sento ancora sulla strada diretta al prossimo incrocio. La responsabilità è un senso di disponibilità. Da un lato devo essere disposto a veder come reagisco nelle singole occasioni. Dall’altro ci vuole serietà nell’affrontarle, perché è in gioco il compimento di sé.

Ugo, avvocato, ci testimonia che ha sempre pensato che la questione del lavoro avesse a che fare con le passioni, ma lui non ne aveva o almeno non le percepiva.

Iscrittosi a Giurisprudenza con l’idea di lasciare aperte diverse strade, una volta laureatosi è diventato avvocato perché il primo posto a chiamarlo per un colloquio e ad assumerlo fu uno studio legale. Arrivò al mondo del lavoro cominciando a praticare un’attività che non conosceva. Ci dice:

La strada è dentro la realtà. La cosa più bella che ci possa capitare è incontrare persone che ci sollecitino a trovare e percorrere la tua strada, trovare persone assieme alle quali capisci perché stai al mondo.

La strada che dobbiamo percorrere è dentro la realtà che, spesso, consente di orientarci nuovamente e di riportarci sulla giusta via, se manteniamo viva la domanda su quali siano le nostre passioni e soprattutto i nostri talenti. È chiaramente preferibile per sé imparare a leggere prima i segnali che ci permettono di capire meglio la nostra persona.

In quel percorso con liceali alle prese con la scelta universitaria era emerso in maniera evidente il fatto che i ragazzi raramente partivano da una domanda su di sé, quasi sempre, invece, avevano come riferimento le aspettative di carriera, di guadagno, di successo, insinuate nel loro animo da un contesto culturale che spesso veicola la riuscita lavorativa (in termini economici) come unica possibilità di compimento personale. In poche parole, i giovani raramente sanno quali domande porsi per capire la propria strada, di rado si chiedono cosa davvero piaccia loro, quasi mai quali siano i loro talenti.

Scegliere partendo da una domanda su di sé, sulla propria felicità, sul proprio destino è un’altra cosa, spalanca nella vita attese e prospettive insospettate. Non si può mentire a se stessi, al proprio cuore.

Non si può mentire sulla propria felicità. Una sincera e aperta domanda che diventa sguardo puro sulla realtà, sulle provocazioni (cioè chiamate) e sui segni che arrivano dalla realtà: questa è la condizione per non inseguire un sogno, ma per concepire se stessi al servizio degli altri, il proprio talento come dono per tutti.

Ecco perché mi piace concludere questa breve parentesi sulla strada vocazionale ritornando con la memoria a Madre Teresa di Calcutta, a cui io sento di dovere molto. Quando le venne chiesto se non avesse mai avuto alcuna intenzione di farsi suora fino a diciotto anni, rispose:

 

Ero ancora giovane, avevo dodici anni, quando nella cerchia familiare per la prima volta desiderai di appartenere completamente a Dio. Ci pensai pregando per sei anni. […] Mi aiutò molto la Madonna […] di Montenegro.

Per capire meglio si confrontò con padre Franjo. Alla domanda su come si manifestasse la vocazione personale, questi rispose:

Lo saprai dalla tua felicità interiore. […] La profonda letizia del cuore è la bussola che indica il sentiero da seguire. Dobbiamo farlo, anche quando la strada non è chiara e il cammino disseminato di difficoltà.

 

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