Lameggia nella chiaria

 

la vasta distesa, s’increspa, indi si spiana beata

e specchia nel suo cuore vasto codesta povera mia

vita turbata.

O mio tronco che additi,

in questa ebrietudine tarda,

ogni rinato aspetto coi germogli fioriti

sulle tue mani, guarda:

sotto l’azzurro fitto

del cielo qualche uccello di mare se ne va;

né sosta mai: perché tutte le immagini portano scritto:

“più in là!”.

 

Gli uccelli di mare se ne vanno e non hanno mai sosta! Non ci si può fermare, non si può smettere di cercare! Ogni fatto, ogni persona, ogni aspetto del reale sono un riverbero, anche se potente, di qualcosa che sta oltre, sono un invito, una provocazione, una sollecitazione ad andare oltre proprio perché “tutte le immagini portano scritto: “più in là!” .

La realtà è, quindi, segno, rimando a qualcosa d’altro. Il “segno” è un rapporto tra un significante e un significato: l’apparenza è il significante, mentre il senso, la consistenza della realtà, è il significato. L’apparenza (ciò che ci appare) ci ridesta la domanda di un senso, ci provoca, ci chiama ad andare oltre. Come è evidente ciò quando amiamo qualcuno (la  moglie, i figli, ad esempio) e mentre li osserviamo siamo per alcuni momenti come rapiti da un riverbero profondo che la bellezza  e l’affetto destano in noi, riverbero che non è in alcun modo definibile o racchiudibile solo nell’ambito dei sentimenti umani! L’ammirazione, o quasi contemplazione, che si accende in noi sembra destare,  così,  un forte richiamo a qualcosa di infinito e di eterno!

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