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IO CERCO LA FELICITA’. PERCORSO DI VITA ATTRAVERSO I GRANDI AUTORI

L’immaginazione umana è uno dei rimedi più forti, anche se completamente illusorio, al problema della felicità. Scrive, infatti, Leopardi: «Considerando la tendenza innata dell’uomo al piacere, è naturale che la facoltà immaginativa faccia una delle sue principali occupazioni della immaginazione del piacere […]. Il piacere infinito che non si può trovare nella realtà si trova così nella immaginazione, dalla quale derivano la speranza, le illusioni, ecc. Perciò non è maraviglia: 1. che la speranza sia sempre maggior del bene; 2. che la felicità umana non possa consistere se non nella immaginazione e nelle illusioni». La natura ha, quindi, dotato l’uomo della facoltà immaginativa che opera come una seconda vista capace di veder quello che non c’è, di intravedere quanto lo sguardo naturale e sensitivo non coglie. L’immaginazione opera laddove un bene appaia lontano, sfuggente, oppure venga percepito solo in parte con i sensi della vista, dell’udito. Laddove un oggetto, una persona, una musica siano vaghi e indefiniti, noi percepiamo un’impressione di piacevolezza perché la nostra facoltà immaginativa può creare nella mente quello che non vede e può pensare a quell’infinito piacere che nella realtà non vede. Ecco perché tendiamo a idealizzare donne viste per poco tempo o con cui non abbiamo la possibilità di stare a lungo o che ci risultano fuggevoli. La nostra immaginazione tende a idealizzare e a percepire più affascinante quanto è sfuggente e non è concretamente presente.

Nel Dialogo di Torquato Tasso e del suo Genio familiare il protagonista, isolato nell’ospedale di Sant’Anna, vede ogni tanto uno «spirito buono amico» e tiene con lui «molti e lunghi ragionamenti». Confida a questo «genio familiare» il suo desiderio di vedere la sua donna, Eleonora: «Ogni volta che ella mi torna alla mente, mi nasce un brivido di gioia, […]. Talora, pensando a lei, mi si ravvivano nell’animo certe immagini e certi affetti, tali che, per quel poco tempo, mi pare di essere ancora quello stesso Torquato che fui prima di aver fatto esperienza delle sciagure e degli uomini, […]. Io mi maraviglio come il pensiero di una donna abbia tanta forza, da rinnovarmi, per così dire, l’anima, e farmi dimenticare tante calamità. E se non fosse che io non ho più speranza di rivederla, crederei non avere ancora perduta la facoltà di essere felice». Il Genio allora chiede a Torquato se sia più dolce vedere la donna amata o pensare a lei. Pur non conoscendo la risposta, il poeta replica che quando lei è presente sembra una donna, quando è lontana appare una dea. La facoltà immaginativa idealizza quanto è sfuggente, non percepibile in tutti i suoi contorni, quanto risulta etereo, vago e indefinito.

  E ancora nella lettera del 2 giugno 1823 al letterato belga, nonché amico A. Jacopssen, Leopardi scrive: «In più d’una occasione io ho espressamente evitato per qualche giorno di incontrare l’oggetto che mi aveva  affascinato in un sogno delizioso. Io sapevo che quel fascino sarebbe svanito accostandosi alla realtà. Tuttavia io pensavo sempre a quell’oggetto, ma non lo consideravo per quel che era; lo contemplavo nella mia immaginazione, tale quale mi era apparso nel sogno». Leopardi parte sempre dalla propria esperienza personale quando spiega il ruolo che l’immaginazione ricopre nel creare illusioni, dolci, ma pur sempre illusioni.

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