Nato a Santo Stefano Belbo nelle Langhe nel 1908, Cesare Pavese studia Lettere all’Università di Torino ove ha come maestro Augusto Monti e stringe amicizie che saranno poi determinanti nella sua formazione e nell’attività editoriale e letteraria successiva. Un suo amico Giulio Einaudi fonda l’omonima casa editrice di cui Pavese diventerà prima collaboratore e successivamente anche direttore e con cui pubblicherà tutti i suoi romanzi. La sua vocazione alla scrittura è viva e feconda fin da giovane, già dai tempi universitari e da quando, una volta laureato, si dedica anche all’insegnamento.

Nel 1935 viene confinato per un anno a Brancaleone calabro, accusato di collaborare con gli antifascisti. Ritornato a Torino, scopre che Tina Pizzardo, la «donna dalla voce rauca» di cui è innamorato, si è sposata con un altro uomo. Grande è la delusione. Da allora la sua produzione è instancabile e lo porta a pubblicare tantissime opere, sillogi poetiche (tra cui Lavorare stanca, La terra e la morte, Verrà la morte e avrà i tuoi occhi) e romanzi (La spiaggia, Il compagno, La casa in collina, Il diavolo sulle colline, Tra donne sole, La bella estate, La luna e i falò, …).

Nel 1945 Pavese si tessera al PCI per «tacitare i rimorsi e […] rompere l’isolamento» come scrisse Davide Lajolo nel Vizio assurdo, fondamentale biografia dello scrittore. L’adesione al Comunismo rivela l’inconsistenza dell’ideologia e la sua incapacità a cogliere la complessità del reale. L’uomo è in attesa della buona novella, che il Mistero condivida la strada con noi, si faccia compagnia e presenza umana, rompendo così la solitudine. Questa è l’intuizione di Pavese descritta in una pagina di diario del 1939.

Nel 1950 Pavese consegue il Premio Strega (maggior riconoscimento letterario italiano) con La bella estate, scritta nel 1949. Il 1950 è anche l’anno del suo più noto romanzo, La luna e i falò. Il 14 luglio scrive facendo presagire quanto poi succederà: «Tornato da Roma, da un pezzo. A Roma, apoteosi. E con questo? Ci siamo. Tutto crolla». Nell’ultima confidenza affidata al diario annotava (18 agosto 1950): «La cosa più segretamente temuta accade sempre. Scrivo: o Tu, abbi pietà. E poi? Basta un po’ di coraggio. […] Ci vuole umiltà, non orgoglio. Tutto questo fa schifo. Non parole. Un gesto. Non scriverò più».  Il 27 agosto 1950 Pavese si suicida in una camera d’albergo a Torino.

Il romanzo La casa in collina (1949) è ambientato durante la Seconda guerra mondiale, al momento della lotta partigiana a Torino. Il protagonista Corrado insegna in città, mentre di sera trova rifugio in collina rifiutandosi di aderire all’ideologia politica. In collina Corrado ritrova l’amata ragazza di qualche anno prima, di nome Cate, che ha con sé un figlio (Dino). Un giorno, Corrado assiste ad un rastrellamento tedesco nell’osteria delle Fontane dove si ritrovano di solito Cate con i suoi amici antifascisti. Rimane impassibile, inerte, totalmente incapace di agire. Corrado racconta: «Per qualche tempo non mi mossi; fissavo la conca, il cielo terso, il gruppetto laggiù; non pensavo a me stesso, non ebbi paura. Mi sbalordì il modo inatteso che hanno le cose di accadere; avevo visto tante volte quella casa dall’alto […], ma una scena così – vista dal cielo del mattino – non l’avevo preveduta. Ma il tempo stringeva. Che fare? Potevo far altro che attendere? Avrei voluto che ogni cosa fosse finita, fosse già ieri: il cortile deserto, le automobili scomparse. Pensavo a Cate, se era scesa a Torino, se la stavano arrestando a Torino. […] Mi riprese quel senso di nausea. […] Poi, remoto, mi giunse lo scoppio dei motori che si allontanavano. Passò del tempo. Non mi mossi».

Corrado ha paura di impegnarsi, di rischiare. Essere qualcuno per lui significa avere il coraggio delle proprie scelte a prescindere dall’opinione altrui e dal prestigio che possa derivarne. Lui, Corrado, che ha studiato, che è divenuto un insegnante, non si sente nessuno: «Essere qualcuno è un’altra cosa […]. Ci vuole fortuna, coraggio, volontà. Soprattutto coraggio. Il coraggio di starsene da soli come se gli altri non esistessero e pensare solo alla cosa che fai. Non spaventarsi se la gente se ne infischia».

Cate verrà deportata, Dino si unirà alla lotta partigiana in montagna, Corrado ritornerà dai genitori quasi a voler ritornare al mondo dell’infanzia. La posizione esistenziale del protagonista è da un lato emblema della sua incapacità a vivere e ad assumersi le responsabilità, dall’altro espressione della consapevolezza che «ogni guerra è una guerra civile». Nulla può giustificare la violenza contro il prossimo.

Nell’ultimo romanzo La luna e i falò (1950) Pavese racconta del ritorno  dall’America di Anguilla dopo la liberazione e dopo aver fatto fortuna. Anguilla cerca invano nel paese natio delle Langhe il proprio passato e i compagni cari dell’infanzia. Molti, infatti, sono morti. Anguilla rivive nella figura del piccolo Cinto, adottato dal contadino Valino, la sua stessa storia di orfano nell’infanzia. Infine, scopre che quei falò che nella tradizione mitica, ancestrale e contadina rinnovano di anno in anno la fecondità della terra sono nell’orizzonte storico lo strumento della tragica morte durante la guerra, in cui ha perso la vita giovanissima la bella ragazza del paese, Santa, divenuta spia dei tedeschi. Anguilla si ricorda degli anni trascorsi alla Mora quando, ancora ragazzino, ammirava la bellezza delle figlie del padrone sor Matteo (Irene e Silvia). Allora la loro sorella minore, Santa, era solo una bambina. Durante la guerra era divenuta la ragazza più bella, ma anche una collaboratrice dei fascisti. Catturata dai partigiani, venne fucilata e bruciata.

Ora che Anguilla è tornato capisce che «un paese vuol dire non essere mai soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo che anche quando non ci sei resta ad aspettarti», «un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via». Anguilla non può restare, deve ripartire, ora che sa e ha capito.

La maturità dell’uomo è la consapevolezza della vita, l’accettazione del destino che, se non si tramuta in amore, lascia solo tanta tristezza e malinconia. Ripeness is all («la maturità è tutto») è la frase che apre il diario Il mestiere di vivere. Maturità è consapevolezza che si muore e che i propri cari si dileguano anche loro con il tempo. (La Nuova bussola quotidiana del 18-3-2018)

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