altQuando venne inviato nella sua parrocchia definitiva di Ars, il vescovo lo avvisò che non c’era molto amore in quella parrocchia e lui lo avrebbe portato. Il curato d’Ars (1786-1859), al mondo Giovanni Maria Vianney, offrì tutta la sua vita, disposto a patire ogni genere di sofferenza, per la conversione delle anime dei parrocchiani affidatagli. «La grazia gli venne effettivamente concessa, in risposta a una vita di preghiera e di penitenza, a un’azione costante di catechesi, istruzione, incoraggiamento. […] Non mancarono i  doni straordinari, veri miracoli. […] La fama si estese alla regione, alla Francia, oltre confine. Venivano penitenti per ogni dove, perfino in treni speciali e il parroco era costretto a trascorrere giornate intere in confessionale». Il suo tempo era interamente speso per la celebrazione dell’eucarestia e la confessione, cui dedicava fino a diciassette ore al giorno. Egli «faceva nascere il pentimento nel cuore dei tiepidi costringendoli a vedere con i propri occhi  la sofferenza di Dio  per i peccati quasi incarnata nel volto del prete che li confessava». Morì il 4 agosto del 1859. Nel 1925, anno della sua canonizzazione, divenne il patrono dei parroci di tutto il mondo. Papa Benedetto XVI ne ribadirà l’esempio per tutti i sacerdoti nel 2008 affermando che «Dio è la sola ricchezza che gli uomini desiderano trovare in un sacerdote».

Il 5 agosto 2009 Benedetto XVI  ricorderà: «Alla base dell’impegno pastorale il sacerdote deve porre un’intima unione personale con Cristo, da coltivare e accrescere giorno dopo giorno. Solo se innamorato di Cristo, il sacerdote potrà insegnare a tutti questa unione, questa amicizia intima con il divino Maestro, potrà toccare i cuori della gente ed aprirli all’amore misericordioso del Signore». La sua sola presenza, pur così pallida, fragile, quasi diafana, parlava da sé, il suo linguaggio così semplice e così dialettale riusciva a comunicare con i pellegrini venuti da ogni luogo, come gli Apostoli.

Commenta questo Articolo