“Tornato alla considerazione di sé, l’uomo esamini ciò che egli è rispetto a ciò che esiste; si consideri come sperduto in questo remoto angolo della natura, e da questa piccola cella dove si trova rinchiuso, voglio dire l’universo, impari a stimare la terra, i regni, le città e se stesso nel loro giusto valore. Che cos’è un uomo nell’infinito?… Chi si contempla così, si spaventa di se stesso e considerandosi, nella mole che la natura gli ha dato, come sospeso tra i due abissi dell’infinito e del nulla, tremerà alla vista di quelle meraviglie; e credo che, mutando la sua curiosità in ammirazione, sarà più disposto a contemplarle in silenzio che a investigarle con presunzione. Che cos’è in fondo l’uomo nella natura? Un nulla rispetto all’infinito, un tutto rispetto al nulla, un qualcosa di mezzo tra il niente e il tutto. Infinitamente lontano dall’abbracciare gli estremi, la fine delle cose e il loro principio gli sono invincibilmente nascosti in un impenetrabile segreto, ed egli è ugualmente incapace di vedere il nulla da cui è stato tratto e l’infinito dal quale è inghiottito”.

 

Ecco perché per descrivere la condizione esistenziale dell’uomo Pascal utilizzava l’immagine di un marinaio che naviga in un vasto mare, sempre incerto e instabile, sballottato da una parte all’altra, alla ricerca di uno scoglio a cui potersi aggrappare. Il tentativo  risulta, però, sempre vano. Per questo, noi ci troviamo in una situazione naturale che è “la più contraria alla nostra inclinazione: desideriamo ardentemente trovare un assetto stabile e una base ultima per edificarvi una torre che si levi fino all’infinito, ma ogni nostro fondamento si squarcia e la terra s’apre in abissi”.

Ebbene, nelle pagine dello Zibaldone sopra citate, anche Leopardi  in maniera lucida pone la grandezza dell’uomo nel suo “sentire” (alla latina: “percepire con la testa, con la ragione”), che coglie la piccolezza di sé di fronte all’infinito, all’immensità. L’uomo è l’unico punto di autocoscienza del creato: di fronte all’immensità delle stelle l’uomo percepisce la sua pochezza e nel contempo  intende “cose superiori alla sua natura”.

A tal proposito c’è grande sintonia tra il pensiero di Leopardi e uno dei salmi biblici che meglio descrivono la miseria/grandezza dell’uomo. Il Salmo 8 della Bibbia recita, infatti, così:

 

“Se guardo il cielo

nato dalle tue dita, la lun

e le stelle che tu hai fissato,

che cosa è l’uomo perché te ne ricordi,

cos’è il figlio di un uomo perché te ne curi?

 

Eppure lo diminuisti di poco agli angeli,

di gloria, d’onore lo hai incoronato:

potere gli hai dato sulle opere  delle tue mani,

tutto hai lasciato ai suoi piedi;

 

tutte le greggi e i branchi, le bestie

delle campagne, gli uccelli

del cielo, i pesci e tutti quelli

che corrono per le vie del mare…”.

 

 

Una  domanda simile riecheggia nei versi di Leopardi del canto “Sopra il ritratto di una bella donna scolpito nel monumento sepolcrale della medesima” dove il Poeta si chiede:

 

“Natura umana, or come

Se frale in tutto e vile,

Se polve ed ombra sei, tant’alto senti?”. (vv. 50-52)

 

Leopardi pensa ad una bellissima ragazza, morta. Che cos’è la sua bellezza ora se non polvere e immagine sbiadita nel ricordo? Perché se non siamo altro che polvere abbiamo la possibilità di innalzarci tanto in alto e di percepire e immaginare “cose” tanto più grandi di noi?

 

Da cosa si comprende che l’uomo è così grande da poter essere considerato solo un gradino più sotto degli angeli?

Leopardi risponderebbe così:

 

Niuna cosa maggiormente dimostra la grandezza e la potenza dell’umano intelletto, né l’altezza e nobiltà dell’uomo, che il poter l’uomo conoscere e interamente comprendere e fortemente sentire la sua piccolezza. Quando egli considerando la pluralità dÈ mondi, si sente essere infinitesima parte di un globo ch’è minima parte d’uno degl’infiniti sistemi che compongono il mondo, e in questa considerazione stupisce della sua piccolezza, e profondamente sentendola e intentamente riguardandola, si confonde quasi col nulla, e perde quasi se stesso nel pensiero dell’immensità delle cose, e si trova quasi smarrito nella vastità incomprensibile dell’esistenza; allora con questo atto e con questo pensiero egli dà la maggior prova possibile della sua nobiltà, della forza e della immensa capacità della sua mente, la quale, rinchiusa in sì piccolo e menomo essere, è potuta pervenire a conoscere e intender cose tanto superiori alla natura di lui, e può abbracciare e contener col pensiero questa immensità medesima della esistenza e delle cose. Certo niuno altro essere pensante su questa terra giunge mai pure a concepire o immaginare di essere cosa piccola o in se o rispetto all’altre cose, eziandio ch’ei sia, quanto al corpo,  una bilionesima parte dell’uomo, per nulla dire dell’animo. E veramente quanto gli esseri più son grandi,  quale sopra tutti gli esseri terrestri si è l’uomo, tanto sono più capaci della conoscenza e del sentimento della propria piccolezza. Onde avviene che questa conoscenza e questo sentimento anche tra gli uomini sieno infatti tanto maggiori e più vivi, ordinari, continui e pieni, quanto l’individuo è di maggiore e più alto e più capace intelletto e ingegno”.

Queste affermazioni sono uno schiaffo alle pretese dell’uomo di conoscere tutto il reale attraverso le nuove acquisizioni scientifiche e il progresso e rappresentano, quindi,  un deciso ridimensionamento  dell’ottimismo scientista. Non sono certo un abbassamento del valore e della dignità dell’uomo, ché,  anzi, proprio in questa autocoscienza (unica nel cosmo e, quindi, l’uomo è “l’autocoscienza del cosmo”)  risiede la nobiltà e la grandezza dell’animo umano. Le parole di Leopardi servono, senz’altro,  a ben inquadrare la polemica leopardiana contro la presunzione umana intendendola, tale polemica, non tanto come regressione dell’uomo al livello delle altre creature (così come qualcuno ha voluto intendere nel “Dialogo tra il folletto e lo gnomo”), bensì come demistificazione della pretesa umana di poter manipolare e violentare a proprio uso e consumo la natura e la realtà.

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