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 “Il bello è brutto e il brutto è bello”

Quando l’uomo non ha più la consapevolezza del proprio io, potremmo anche dire della natura del proprio cuore, fatto per l’amore, per il bene, per la bellezza, allora emergono il brutto, la negatività, la perdita di senso delle cose.

Morte, oscenità, bruttezza, abnorme uso della sessualità sostituiscono desiderio di vita, sacralità, bellezza e tenerezza amorosa: ecco in parte chiariti alcuni scenari artistici, pseudoartistici e cinematografici della contemporaneità.

Nella contemporaneità si è avverata la profezia delle streghe del Macbeth che all’inizio esclamano “Il bello è brutto e il brutto è bello”. Oggi si è affermata la tirannia del brutto proprio nei campi artistici che per eccellenza consacravano il trionfo della bellezza. Basta addurre qualche esempio. Il “New hoover convertibles” di Jeff Koons, cioè un aspirapolvere posto in una teca di museo, ha inaugurato nel 1984 il Neo-Geo o commodity sculpture.

Sarah Lucas nel 1994 nell’opera “Au naturel” fa uso di frutta per imitare il rapporto sessuale su un letto, mentre “Strange fruit” di Zoe Leonard nel 1992 diventa la più evidente espressione del Kitsch: bucce di arance cucite insieme a ricomporre un nuovo frutto. Ancora, poi, le correnti della Site specific o la Land art non sono che alcune tra le tante espressioni di arte contemporanea alla ricerca della eversione totale, della novità, dell’assurdità del concetto stesso di oggetto artistico.

Le tappe

Il Kitsch: l’opera d’arte diventa prodotto di consumo. Ecco in breve le tappe che hanno portato alla destrutturazione dell’opera d’arte e alla distruzione dell’idea di bellezza.

Primo passaggio. Tra la fine del XVIII secolo e l’inizio del XIX, diffusasi già in tanti paesi europei, la rivoluzione industriale porta alla produzione in serie attraverso la catena di montaggio. Indubbiamente, questo nuovo processo di produzione influisce profondamente anche sull’idea di unicità dell’opera d’arte. A metà dell’Ottocento così si afferma il  Kitsch, che deriva dal connubio tra l’inserimento del fatto artistico all’interno della logica della produzione industriale e il desiderio della classe sociale borghese, ormai affermatasi come prevalente, di godere dell’opera d’arte direttamente in casa propria. Questa necessità porta alla realizzazione in serie integrale o parziale, a prezzi competitivi, di opere d’arte famose per un pubblico sempre più numeroso. Queste non sono più copie, ma vere e proprie riproduzioni industriali.  

L’oggetto comune diventa arte. Secondo passaggio. Il Novecento si apre con le avanguardie storiche che propongono, in molti casi, un’eversione radicale nei confronti del concetto di opera d’arte tradizionale. Marcel Duchamp (1887-1968) trasforma dapprima una ruota di bicicletta, poi un orinatoio in opere museali aprendo la strada per cui  qualsiasi oggetto, avulso dal proprio contesto quotidiano e d’uso, può diventare occasione di fruizione artistica. Qualche anno più tardi, Hugo Ball darà vita all’avanguardia dadaista (1916-1921) che, ricorrendo al ready-made (“già pronto”), al collage, all’assemblage, al fotomontaggio, cercherà di destrutturare il concetto di arte tradizionale in nome di un ampliamento degli stili, dell’abolizione della separazione tra arte e vita e della creazione di una sorta di “non – arte”. L’avanguardia futurista, negli stessi anni, consacra la superiorità dei prodotti tecnologici sulle opere d’arte. Nel “Manifesto del movimento futurista” (1909) Tommaso Marinetti scrive che l’automobile è più bella della “Nike di Samotracia”, perché più moderna. Se l’arte è snaturata rispetto al suo statuto ontologico, l’artista stesso non avrà più una funzione educativa, morale, da poeta vate, di riferimento per la propria epoca. A che può servire un’opera d’arte che tutti possono realizzare, destituita di ogni regola, scevra dell’intero retaggio della tradizione precedente?

Tutti artisti in un mondo senza artisti. Terzo passaggio. Nei decenni successivi, l’evoluzione naturale della trasformazione di un oggetto d’uso corrente in opera d’arte è che chiunque può essere artista. I soggetti dell’arte vengono, ora, prelevati dal mondo  della cultura di massa e dai miti prevalenti nell’immaginario collettivo (Elvis Presley, Marilyn Monroe, la Coca Cola, …). Nasce la Pop art. Se il kitsch ha trasformato un’opera artistica in fenomeno di massa, la Pop art trasforma l’oggetto di massa in prodotto artistico. L’artista statunitense Andy Warhol (1928-1987) afferma che nell’epoca contemporanea chiunque può essere famoso per un quarto d’ora. Alla rapidità e all’estensione della fama corrisponde, però, in modo inversamente proporzionale la facilità in cui la fama stessa si dissolve. Afferma Alain Finkelkraut in Noi, i moderni: “Tutti autori, in un mondo senza autore: è questa l’ultima forma dell’eguaglianza…”.

Il trash. Quarto passaggio. Si afferma il trash, ovvero la spazzatura. Vanificati la tradizione e il retaggio valoriale e tecnico della tradizione stessa, ovvero azzerata ogni esperienza artistica, sottovalutato tutto ciò che è del passato (purché non sia di pochi decenni prima, perché in tal caso andrebbe di moda), si può tranquillamente proporre agli occhi e agli orecchi di tutti la spazzatura: il trash. La “vera e propria spazzatura” è diventata arte: non un sogno, ma un incubo, quello della distruzione dell’arte, si sta traducendo in realtà.

 Che cosa è avvenuto?

La perdita del simbolico. Se ci chiediamo che cosa sia avvenuto, possiamo senz’altro sottolineare alcune tendenze di fondo. La prima è sintetizzabile nella perdita del valore del simbolico, cioè della capacità di mettere insieme, unire il particolare con l’universale, con il suo significato. Nel Medioevo c’erano meno pezzi del puzzle del reale, ma l’uomo aveva ben presente l’immagine che doveva ricostruire. Oggi i pezzi del puzzle sono aumentati, ma è scomparsa per molti l’immagine di riferimento, il significato del tutto, il senso ultimo del reale. Ancora un esempio per spiegare questa situazione contemporanea. Se indaghiamo in maniera più analitica lo scenario estetico di oggi, si constata la separazione tra arte e bellezza, tra arte e realtà, tra arte e mistero, tra arte e uomo, tra arte e forma. Quell’arte che ha sempre avuto una forma, sinonimo stesso di bellezza, è divenuta spesso informale, senza forma. La coincidenza tra bello, buono e vero si è nel tempo disgregata. Un tempo la bellezza era anche sinonimo di bontà e verità. Oggi l’arte non vuole più essere bella, né buona, né vera, perché non esistono più, dicono in tanti, né bellezza, né bontà, né verità.

Il dominio del cerebralismo e dell’idea. La seconda tendenza è conseguenza della prima. La frattura tra forma e contenuto ha condotto nel Novecento, secolo delle ideologie imperanti, al dominio del cerebralismo, dell’ideologia, al primato dell’idea sull’oggetto, sulla bellezza, sulla realtà. L’idea stessa, slegata da una forma, può diventare opera d’arte.

Arte ed economia. Infine, e questa è la terza tendenza, tra Ottocento e Novecento il fatto artistico è stato inserito in un quadro economico. I quadri sono diventati investimenti, il criterio di valutazione si è legato alle misure dell’opera e al coefficiente di moltiplicazione proporzionale con il curriculum dell’artista. I movimenti artistici sono diventati mode  soggette al tempo e all’arbitrio dei critici d’arte.

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