altLe due  concezioni dell’arte, quella neoclassica e quella romantica, che si sono contrapposte chiaramente tra la fine del XVIII secolo e l’inizio del XIX nei due movimenti del Neoclassicismo e dell’incipiente Romanticismo, hanno, in realtà, da sempre caratterizzato la storia dell’arte. Regola o genialità, rispetto dei canoni o eversione dalle norme: questa dialettica oppositiva ha, talvolta, trovato in alcuni artisti un perfetto bilanciamento.

 

«Nobile semplicità e calma grandezza» sono, a detta dello storico dell’arte Johann Joachimm Winckelmann (1717-1768), due caratteristiche imprescindibili dell’arte classica antica. Il critico d’arte prussiano nei Pensieri sull’imitazione dell’arte antica indica nell’«equilibrio interiore» e nel«dominio delle passioni» le prerogative grazie alle quali l’artista raggiunge la perfezione (dal latino perficio ovvero «realizzo dall’inizio alla fine», «compio fino in fondo»). L’opera deve essere come il mare in tempesta ad una profondità di venti o trenta metri, laddove la burrasca e il vento tacciono e impera la calma.

Lo storico dell’arte adduce l’esempio della statua di Laocoonte. Figlio di Priamo e sacerdote di Apollo, costui cerca di dissuadere i troiani dal portare all’interno delle mura di Troia il cavallo partorito dall’inganno dei greci. Due serpenti marini, inviati  da Atena  nemica dei teucri, lo divorano. L’espressione del volto non tradisce emozioni, non mostra sforzi o tensioni nervose,  il grido è trattenuto e non esce dalla gola.

Questo è il paradigma dell’arte classica secondo Winckelmann, di un’arte concepita come oggettiva (ovvero la bellezza deriva dall’oggetto, non dipende dal giudizio del soggetto), valida universalmente (in ogni spazio e in ogni luogo, ovunque). L’opera d’arte classica è, ancora, atemporale, ovvero fuori dal tempo, fuori dalla storia, depurata, in un certo senso, degli elementi troppo compromessi con la storia. In termini più semplici, potremmo dire che, secondo l’arte neoclassica, un oggetto artistico è bello sia in Giappone che in Italia, sia per l’uomo del 2008 che per quello del 1265, anno in cui nasce Dante Alighieri. È chiaro che una tale affermazione susciterà una serie di domande e di sollecitazioni, nonché di opposizioni da parte di molti che sosterranno, invece, il carattere di storicità e di soggettività dell’opera d’arte. Questa contrapposizione si evidenzierà molto chiaramente in epoca romantica nella prima metà dell’Ottocento.

 

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