Cent’anni fa si combatteva la Grande Guerra, quella che sarebbe stata battezzata la Prima Guerra Mondiale. Tanti letterati e soldati scrissero della guerra sia prima di parteciparvi che dopo averla sperimentata. Alcuni di loro hanno lasciato una memoria scritta indelebile di quegli anni. Uno di questi è Giuseppe Ungaretti.

Ungaretti affrontò la guerra come soldato semplice, non in audaci operazioni o imprese militari come D’Annunzio, ma nell’esperienza traumatica della trincea, al fronte, prima quello italiano, poi quello francese.

In trincea i soldati erano sottoposti ad uno stress psico-fisico non indifferente, dovevano essere sempre pronti a rintuzzare l’assalto del nemico o, a loro volta, obbedire al comandante che ordinava loro di assaltare gli avversari.  Ungaretti così ci racconta come ha iniziato a comporre versi: «Incomincio Il porto sepolto dal primo giorno della mia vita in trincea, e quel giorno era il giorno di Natale del 1915, e io ero sul Carso, sul Monte San Michele. Ho passato quella notte coricato nel fango, di faccia al nemico che stava più in alto di noi ed era cento volte meglio armato di noi. […] Ero in presenza della morte, in presenza della natura, di una natura che imparavo a conoscere in modo nuovo, in modo terribile. Dal momento che arrivo ad essere un uomo che fa la guerra, non è l’idea d’uccidere o di essere ucciso che mi tormenta: ero un uomo che non voleva altro per sé se non i rapporti con l’assoluto, l’assoluto che era rappresentato dalla morte […]. Nella mia poesia non c’è traccia di odio per il nemico, né per nessuno: c’è la presa di coscienza della condizione umana, della fraternità degli uomini nella sofferenza, dell’estrema precarietà della loro condizione».

I versi di Ungaretti appartenenti all’Allegria sono un’importante testimonianza storica sulla Grande Guerra, oltre che un chiaro giudizio sull’esperienza della vita militare durante il primo conflitto mondiale. La scrittura è orientata nella direzione della scarnificazione del verso, dell’abolizione della punteggiatura, dell’espressione lapidaria, dell’uso del blanchissement (lo spazio bianco) per scolpire la poesia. Reso sempre più essenziale, il verso è ridotto talvolta ad una sola parola e diventa rivelatore del tentativo del poeta di andare al cuore delle cose e della vita, senza orpelli retorici e paludamenti che possano nascondere l’evidenza della realtà. Il titolo delle poesie è accompagnato dal riferimento al luogo e alla data di composizione (come in un diario).

L’opera che comprende tutte le raccolte di Ungaretti porta il significativo titolo Vita di un uomo. La poesia si propone, allora, come testimonianza di un cammino, di un percorso umano, di una scoperta della realtà che matura nell’esperienza, possibile in un confronto costante con la propria umanità. 

La poesia di Ungaretti è uno scavo nella profondità dell’animo umano. A commiato della raccolta Il porto sepolto Ungaretti porrà proprio questi versi: «Quando trovo/ in questo mio silenzio/ una parola/ scavato è nella mia vita/ come un abisso».

Così come al fondo del porto sepolto giace la verità, allo stesso modo dopo tre anni di guerra e di atrocità, trovandosi in Francia sul fronte occidentale, Ungaretti scrive che al di là della nebbia si trovano ancora le stelle. Ecco il testo: «Dopo tanta/ nebbia/ a una/ a una/ si svelano/ le stelle/ Respiro/ il fresco/ che mi lascia/ il colore del cielo/ Mi riconosco/ immagine/ passeggera/ Presa in un giro/ immortale». Il titolo «Sereno» è rivelatore di uno stato d’animo particolare, rasserenato, uno di quei momenti in cui il poeta ha la percezione di intravedere una via di uscita, in mezzo a tante atrocità. Infatti, al di là delle nebbie che si diradano Ungaretti scorge le stelle, che rappresentano il desiderio di vita, di amore, di felicità del poeta. Il cielo torna a colorarsi e a trasmettere così aria di vita nuova. I versi sono intrisi di percezioni sensoriali molteplici, che coinvolgono tutta la persona: alla vista («si svelano/ le stelle», «il colore del cielo») si unisce il tatto («il fresco/ che mi lascia») in un’efficace sinestesia.

Non è un sentimento dimentico della reale condizione dell’esistenza, improntata alla precarietà, tanto che Ungaretti scrive: «Mi riconosco/ un’immagine/ passeggera». La brama d’infinito non cessa di palpitare nel cuore del poeta («Presa in un giro/ immortale»). I versi presentano immagini d’infinito e di finito: la nebbia accostata alle stelle, il colore del cielo, la percezione della precarietà della vita associato al desiderio di assoluto. L’impressione che la lettura lascia è positiva, ottimista, nonostante il male e le atrocità della guerra.

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