Un personaggio del romanzo di I. Turgenev Padri e figli,  Odincova, chiede all’amico Bazarov perché “anche quando godiamo, ad esempio, di una musica, di una buona serata, della  conversazione con gente simpatica, perché tutto ciò sembra piuttosto un’allusione a non so che smisurata felicità che esiste in qualche luogo, anziché una felicità reale, cioè, tale che la possediamo noi”.

Per provare a rispondere alla sua domanda dobbiamo tentare di impostare bene il problema della felicità, ovvero risalire alla natura dell’animo umano. Partiremo, quindi, dall’analisi che G. Leopardi conduce sulla questione.

Pochi autori, infatti,  sono stati così lucidi nel descrivere la natura del nostro animo, assetato di una felicità piena, assoluta, infinita, proprio perché il nostro animo è “capacità di Infinito”. Noi abbiamo un cuore (nel senso biblico del termine), ovvero un complesso di esigenze originarie (l’esigenza di felicità, di amore, di giustizia, di bellezza) per cui ciascuno di noi è attratto dal bello, dal vero, dal giusto, dal bene, almeno quando siamo nella nostra posizione più autentica e vera. È questo cuore che ci fa sobbalzare all’ascolto della sinfonia n. 40 di Mozart, che ci fa provare un sentimento di ebbrezza e, nel contempo, inquietudine alla rappresentazione del Don Giovanni alla Scala o che, ancora, ci fa rimanere in estasi, presi da ammirazione e tremore, di fronte alla Cappella Sistina. È sempre questo cuore che ci fa palpitare alla vista di un tramonto o di un cielo stellato o al ritorno dal lavoro della donna a cui ci siamo uniti per tutta la vita. È sempre questo cuore che  ci fa restare rapiti di fronte alle parole pronunciate con verità da qualcuno che magari mai avevamo incontrato prima: il nostro cuore, infatti, coglie la corrispondenza tra quanto desidera e quanto incontra.

 

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