La ragione del cuore il blog di Giovanni Fighera
RADIO MARIA. 23 agosto 2016. TRE GIORNI ALL'INFERNO PDF Stampa E-mail

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PRESENTAZIONE DI TRE GIORNI ALL'INFERNO. IN VIAGGIO ALL'INFERNO

A RADIO MARIA

 

http://www.radiomaria.it/archivio.aspx?cat=d86ae012-a111-45be-ae62-b4c16e49089a

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"Meeting, Corti, Fighera, Sala, Fulvi, tutti gli incontri letterari" di Alessandro Rivali PDF Stampa E-mail

alt«Io parto sereno, allegro anche: ciò che viene dalle mani di Dio dà sempre gioia. E ricordatevi: tornerò. Da quanto vi ho detto prima è chiaro che devo tornare: lo sento. Potrò magari essere ferito o esser dato disperso, ma di una cosa voglio che vi ricordiate assolutamente: che tornerò. Sento che Dio mi guida per una strada che Lui solo conosce, ma che è ancora lunga». Si apre con queste toccanti parole Io ritornerò (Edizioni Ares) l’epistolario di Eugenio Corti dal fronte russo. Destinazione che lui stesso aveva scelto per conoscere da vicino il mondo senza Dio dell’«esperimento comunista» e che diventerà un riferimento essenziale per la stesura del diario di guerra de I più non ritornano come del grande romanzo storico Il cavallo rosso. Da queste lettere prenderà spunto il dialogo tra Vanda Di Marsciano Corti, moglie dello scrittore, e il poeta Alessandro Rivali che si terrà martedì 23 agosto alle 17 presso lo Spazio incontri (Padiglione A3). 

Presso lo stesso spazio il giorno successivo alle 12 Giovanni Fighera racconterà Tre giorni all’Inferno il suo personalissimo «viaggio con Dante», che offre un pratico e appassionato vademecum per riscoprire il Sommo poeta. Quando venne concepita la stesura della Commedia? Qual era la visione politica del suo autore? E chi era davvero Beatrice? Ecco solo alcuni degli spunti che hanno animato la ricerca di Giovanni Fighera. Una domanda fondamentale attraversa il libro: perché dovremmo leggere la Commedia a settecento anni dalla sua composizione? In Tre giorni all’Inferno Fighera intende affrontare l’intero percorso di Dante (dalla selva oscura alla visione delle stelle dell’emisfero australe) con un’attenzione ai versi del capolavoro, ma, nel contempo, con uno sguardo vivo al significato esistenziale del viaggio che l’autore ci suggerisce di affrontare, oggi, con lui. Fighera ha al suo attivo diversi saggi volti a indagare l’essenziale rapporto tra ricerca della verità e letteratura. Tra questi possiamo ricordare: Che cos'è dunque la felicità, mio caro amico?, Amor che move il sole e l'altre stelle - L’amore, l’uomo, l’Infinito e La bellezza salverà il mondo (tutti usciti per le Edizioni Ares). 

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ZENIT. Commedia a rischio di estinzione? Perché ha senso leggerla oggi? PDF Stampa E-mail

altQuando concepì Dante la stesura della Commedia? Davvero gli ultimi tredici canti del Paradiso erano andati perduti? Qual era la reale visione politica dell’autore? Chi era Beatrice? Perché il sommo poeta si sentiva investito di una missione? perché dovremmo leggere la Commedia a settecento anni dalla sua composizione? Risponde l’autore del libro “Tre giorni all’inferno. In viaggio con Dante” edito da Ares.

Insieme al poeta Alessandro Rivali, l’autore presenterà il libro mercoledì 24 agosto alle ore 12, nella saletta della Libreria del Meeting di Rimini (padiglione A3).

Ha scritto per ZENIT Fighera:

“Chi bazzica nella scuola e insegna letteratura italiana sa bene che la Commedia dantesca versa in una situazione di emergenza tanto che il capolavoro è a rischio di sopravvivenza. Purtroppo, in mezzo alle tantissime educazioni proposte dalla scuola che hanno spesso dimenticato l’Educazione con la «E» maiuscola, in un clima relativista dove si può proporre soltanto una cultura politically correct conforme all’ideologia imperante del momento, nell’incombenza di ottemperare ai tanti nuovi progetti proposti dall’Istituto o dal Ministero, ciò che spesso viene sacrificato è la vera cultura, tutto quanto possa apparire come pensiero forte, ormai vetusto, non al passo con i tempi.

Volete qualche esempio? Molti tra quei docenti che professano ancora la stima per Dante e presentano il suo capolavoro come opera inimitabile e indefettibile, si trovano ad affrontare la Commedia solo in un periodo limitato dell’anno e a terminarne lo studio nel quarto anno quando vengono studiati Purgatorio e Paradiso, con un piccolo assaggio dell’incomprensibile terza cantica. Questo accade, bisogna dirlo, nei casi migliori.

Eppure, laddove venga proposta la rilettura del capolavoro dantesco, in contesti scolastici o extrascolastici, appare evidente come l’opera di Dante susciti un interesse generale e riscuota successo. Mi pare di poter dire che c’è tanto bisogno di Commedia, di pensiero forte, di speranza nell’eterno, di bellezza incarnata nell’arte.

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GRANDI CAPOLAVORI CRISTIANI 14-Don Miguel e il miracolo della conversione del cuore PDF Stampa E-mail

altNel quinto quadro, passato un po’ di tempo, Don Miguel è entrato a far parte dell’ordine della Caritad, il suo cuore è lieto, tanto che, agli occhi di tutti, i suoi dolori sono per lui «un’ostia dolce alla saliva, un comodo inginocchiatoio» e la sua tenerezza abbraccia ogni aspetto del creato. Un religioso, che aspetta fuori dalla Chiesa della Caritad, rimane meravigliato del suo comportamento: «Non l’ho forse sorpreso, un giorno, prosternato in un campo, mentre parlava alla sorda creta come a sua madre? E (era una domenica del mese scorso), non l’ho visto correre verso il sasso che gli aveva scagliato un ubriaco, raccoglierlo e baciarlo, tenerissimamente? Ma eccolo che esce di chiesa, circondato da straccioni. Vedete come chiacchiera, tutto rosso e affannato, col reverendo abate che gli sorride. Non l’ho mai visto così gioioso, così bambino».

È una letizia che agli occhi di certuni che non conoscono la sua storia, l’amore che lo ha abbracciato, la profondità del suo dolore e del suo desiderio di amare, potrebbe apparire quasi pazzia, paradossale, contro ogni logica umana, ma è in realtà l’esito più naturale dell’incontro e dell’abbraccio di Cristo, di quell’«Amor che move il sole e l’altre stelle», un amore che è legge del cuore dell’uomo, perché l’uomo è stato creato a immagine e somiglianza di Dio. Di fronte allo sguardo attonito di tutti, Don Miguel guarisce il vecchio ladro storpio Johannes Mendelez che ha chiesto perdono a Dio e ha riconosciuto che Dio è amore.

Nel sesto quadro, all’interno del cortile del Convento della Caritad, Don Miguel è ormai solo, ha visto morire negli anni i suoi amici, eccetto uno, il frate giardiniere. Vecchio e ormai prossimo alla morte, sintetizza in poche parole la sua storia e la sua persona: «Io sono Mañara, colui che mente quando dice: io amo. E perché ho detto all’Eterno che l’amavo, il mio cuore è gioioso e le mie mani sono desiderabili come pani. Che dice Paolo, il malvagio, e che dice Maria, la prostituta? Che quello che è stato rubato e perduto è stato rubato e perduto. Io sono Mañara. E colui che amo mi dice: queste cose non sono state. Se ha rubato, se ha ucciso: che queste cose non siano state! Lui solo è».

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"Ripacandida, la piccola Assisi di Basilicata" di Margherita del Castillo PDF Stampa E-mail

altE’ la bolla pontifica di Eugenio III il documento più antico in cui si fa esplicitamente menzione della chiesa di San Donato di Ripacandida, un piccolo paese in provincia di Potenza situato a poco più di 600 metri di altitudine in posizione panoramica dirimpetto al Monte Vulture. L’epistola papale, indirizzata al Vescovo della diocesi di Rapolla, è datata 1152. Due secoli più tardi la chiesa con la sua comunità viene posta sotto la diretta giurisdizione del Papa e solo  all’inizio del Seicento le viene costruito accanto un convento di frati Minori Osservanti, dal 1894 – e ancora oggi -  affidato alle cure delle suore di Gesù Bambino.

E’ questa, per sommi capi, la storia del santuario di quella che è stata soprannominata la piccola Assisi di Basilicata, la cui impronta francescana è senz’altro visibile nel semplice impianto architettonico a navata unica, articolata in tre campate coperte da volte a crociera rialzata, piuttosto che nella facciata disadorna e nel campanile dal paramento murario a conci squadrati a vista.

Il raffronto con la celeberrima basilica umbra di San Francesco è però dovuto al prezioso, per quanto decisamente meno noto, ciclo di affreschi che interessa le pareti interne della chiesa lucana, rivestendo quasi completamente le superfici delle volte, dei pilastri, dei pennacchi e dei lunettoni delle pareti: è la cosiddetta Bibbia di Ripacandida attraverso cui il fedele, fin dal suo ingresso, è  introdotto progressivamente nell’esperienza del Mistero.

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MEETING DI RIMINI. Mercoledì 24 agosto, ore 12 presentazione di TRE GIORNI ALL'INFERNO PDF Stampa E-mail

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Mercoledì 24 agosto alle ore 12, presso lo Spazio incontri della Libreria del Meeting (padiglione A3), Giovanni Fighera dialogherà insieme al poeta Alessandro Rivali del suo ultimo libro Tre giorni all’Inferno. In viaggio con Dante (edizioni Ares).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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GRANDI CAPOLAVORI CRISTIANI 13. Don Miguel e l’incontro che cambia la vita PDF Stampa E-mail

altCome è capitato all’Innominato a un  certo punto della vita, anche a Miguel Mañara accade di incontrare un volto diverso dagli altri, che colpisce per semplicità di cuore e letizia: è quello di Girolama Carillo. Siamo nel secondo quadro dell’opera di O. Milosz, ambientato tre mesi dopo il primo incontro tra la giovane e il libertino. 

Il dialogo tra i due fa emergere la diversità dello sguardo sulle cose e sulla realtà. Sentiamo tutta la forza delle immagini e delle parole direttamente dalla capacità espressiva di O. Milosz. Il protagonista chiede: «Voi amate i fiori, Girolama? E non ne vedo mai tra i vostri capelli, né sulla vostra persona». La ragazza risponde: «È perché amo i fiori che non mi piacciono le fanciulle che ne fanno ornamento, come di seta, di pizzo o di piume variopinte. Non metto mai dei fiori tra i miei capelli (sono abbastanza belli lo stesso, grazie a Dio!). I fiori sono dei begli esseri viventi che bisogna lasciar vivere e respirare l’aria del sole e della luna. Non colgo mai i fiori. Si può benissimo amare, in questo mondo in cui siamo, senza aver subito voglia di uccidere il proprio caro amore, o di imprigionarlo tra i vetri, oppure (come si fa con gli uccelli) in una gabbia in cui l’acqua non ha più sapore d’acqua e i semi d’estate non hanno più sapore di semi».

Don Miguel è sorpreso di vedere così felice una ragazza, che vive per la casa, il giardino, la lezione quotidiana e i poveri, che non trascura nessuno dei suoi doveri. Si rende conto di essere molto cambiato dal giorno del primo incontro con Girolama alla Chiesa della Caridad la domenica delle Palme. Nel contempo, preso ancora dal modo di ragionare “vecchio”, è convinto che non ci sia alcun rimedio a quanto ha compiuto e alla tristezza del suo cuore («Ahimè, Girolama! Che non ci sia rimedio a questa tristezza del cuore! Quello che è fatto è fatto. Perché è così, la nostra vita: ciò che è compiuto è compiuto»), proprio come l’Innominato nei primi momenti davanti al Cardinale Federico. 

Girolama, però, ancora una volta lo sorprende, abbracciando tutta la sua umanità anche nella miseria e dimostrando una capacità di perdono totale quando, pur non relativizzando le sue colpe, sa inserirle in una prospettiva in cui la colpa è anche delle donne che sono state con lui, senza legame: «Non condivido per nulla questo punto di vista. Non vedo cosa ci sia di così terribile in questo. So che siete un cattivo soggetto, don Miguel, che avete fatto piangere tante e tante belle dame. Ma tutte queste donne sapevano di fare il male amandovi, e anche permettendovi di amarle. Perché nessuna di loro aveva ricevuto da voi il giuramento, il grande giuramento per l’eternità, don Miguel; perché nessuna di loro aveva ricevuto da voi l’anello, l’anello che unisce per sempre l’anima all’anima, don Miguel. Ah, sapevano bene quel che facevano, tutte, sì, tutte!».

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Il Gattopardo PDF Stampa E-mail

altUn vero e proprio caso letterario è quello di Giuseppe Tomasi di Lampedusa (1896-1957) e del suo romanzo, Il Gattopardo, da taluni ritenuto addirittura il più bel romanzo scritto nel Novecento. Un caso letterario per molteplici ragioni.

Se fu animato da una viva passione letteraria fin da giovane, solo nel 1954 l’autore si dedicò nottetempo alla scrittura, spronatovi dalla partecipazione ad un convegno letterario che si tenne in quell’anno a San Pellegrino Terme. Alla fine del medesimo anno e fino alla morte lavorò al suo capolavoro, probabilmente non terminato (forse doveva essere integrato con uno o due capitoli), quasi certamente non sottoposto ad una revisione definitiva.

In secondo luogo, la Mondadori con la supervisione di Elio Vittorini scartò il romanzo considerandolo, in un certo senso, opera ottocentesca, poco adatta al nuovo pubblico di lettori. Fu lo stesso Vittorini a rispondere a Tomasi di Lampedusa: «Come recensione non c’è male, ma pubblicazione niente». La previsione era che il testo avrebbe ottenuto probabilmente un buon riscontro della critica, ma sarebbe stata un fiasco presso il pubblico, sulla scia dei romanzi veristi verghiani di fine Ottocento. Per la Feltrinelli, invece, si interessò al romanzo Giorgio Bassani che scese in Sicilia per incontrare Gioacchino Lanza Tomasi, parente dell’autore (nel frattempo deceduto), che gli consegnò il manoscritto del ’57 (in parte differente dal dattiloscritto del ’56).

 

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Un saggio per capire la contemporaneità. Olivier Rey, Itinerari dello smarrimento PDF Stampa E-mail
Itinerari dello smarrimentoOlivier Rey, dottore in matematica del CNRS francese, docente di Filosofia all’Università Panthéon-Sorbonne, ha presentato all'ultima edizione del Meeting per l'amicizia fra i popoli il suo ultimo lavoro: Itinerari dello smarrimento, edito da Ares. Ripercorrendo la storia della scienza e della filosofia Rey denuncia quella che Hans Sedlmayr ha chiamato «la perdita del centro», ovvero la sostituzione dell’uomo soggetto, che vive e che è mosso da domande sull’esistenza, in un oggetto da analizzare deprivato della sua natura intrinseca e del suo stupore per l’evidenza delle cose. Quando si smarrisce l’uomo, anche le più nobili discipline perdono la strada e non sono più orientate verso la loro finalità.

«La filosofia vuole spiegare la totalità delle cose, ossia tutta quanta la realtà, senza esclusioni di parti e di momenti. […] Lo scopo o il fine della filosofia […] sta nel puro desiderio di conoscere e di contemplare la verità». (Giovanni Reale). Proprio grazie alla filosofia la civiltà occidentale ha preso una direzione completamente differente rispetto a quella orientale. È stata la filosofia, grazie alle sue categorie razionali, a permettere la nascita della scienza. La scienza è nata dallo stesso sguardo di stupore nei confronti della realtà che caratterizza la filosofia. Per secoli la scienza è stata mossa dal desiderio di conoscere la verità, di scoprire la realtà e le sue leggi.

Nel tempo, «lo sviluppo delle scienze ha comportato una fitta pioggia di innovazioni tecnologiche […] generando la sensazione sempre più diffusa che la finalità della scienza consista nell’amplificazione senza limiti della sfera tecnologica e che, quindi, essa sia la fonte per la risoluzione di tutti i problemi dell’uomo» (G. Reale). Il binomio scienza/tecnica è diventato un’autorità in apparenza indiscutibile e  assoluta, cioè autonoma, ma, in realtà, al servizio del potere economico. Nel Settecento è stato celebrato questo matrimonio tra una disciplina prettamente disinteressata come la scienza e un’altra strettamente applicativa come la tecnologia. Il trionfo, inutile dirlo, sarebbe stato di quest’ultima.

A detta di Rey, in epoca postmoderna l’uomo svolge spesso la funzione di strumento e mezzo del sistema senza accorgersene. Il fine diventa la produzione, quel saper fare che i Greci antichi chiamavano «tecnica». Il prassismo, il pragmatismo, la produzione hanno sostituito l’attenzione al significato, al valore, alla verità. In poche parole la tecnologia ha gradualmente rimpiazzato la riflessione e la contemplazione. Il mito dello scientismo è ormai connaturato alla cultura odierna tanto che viene considerato vero e attendibile soltanto ciò che è dimostrabile dal punto di vista scientifico secondo il metodo sperimentale.

 

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E se reintroducessimo lo studio della retorica a scuola? PDF Stampa E-mail

altQuella che un tempo era l’arte del ben parlare e del ben scrivere, l’arte del persuadere, è ridotta nella scuola odierna allo studio delle figure retoriche, a quella che è una componente dell’elocutio, ovvero l’ornatus, un solo pezzo di quel gigantesco puzzle che è la retorica.

Qualsiasi manuale di retorica antico o moderno, dal De oratore di Cicerone all’Institutio oratoria di Quintiliano, dai manuali rinascimentali all’ottimo Manuale di retorica di Bice Mortara Garavelli, presenta le cinque fasi di cui si compone la disciplina della retorica.

L’inventio insegna a recuperare gli esempi, le immagini, le storie, le prove più convincenti per sostenere una determinata tesi o per argomentare una questione posta.

Nella dispositio si impara a strutturare il discorso in modo che sia persuasivo. Così, il discorso si comporrà di un esordio, di una narrazione, di un’argomentazione della tesi propria e della confutazione dell’altrui, infine della perorazione in cui il retore dovrà assicurarsi il favore e  l’appoggio del pubblico.

Solo dopo queste prime due fasi preliminari, il retore si accinge a scrivere perseguendo le virtù dell’espressione, dalla correttezza (puritas) alla chiarezza espositiva (perspicuitas) alla bellezza del dettato (ornatus) attraverso l’uso delle figure retoriche, l’eleganza lessicale (elegantia), il ritmo e la fluidità del discorso adeguato (cursus). Questa terza parte della retorica che insegna a scrivere è chiamata elocutio.

 

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"L’Assunta con le due torri a farle da guardia" di Margherita Del Castillo PDF Stampa E-mail

altLa storia millenaria della cattedrale di Aosta, intitolata all’Assunta e a San Giovanni Battista, è correlata alla fase iniziale della diffusione del cristianesimo in Valle d’Aosta. Un primo edificio sacro, a navata unica e due battisteri, era già stato costruito a ridosso del complesso forense romano alla fine del IV secolo. 

A quell’epoca, infatti, sembra risalire la costituzione della diocesi locale. La primitiva chiesa fu probabilmente utilizzata fino alla metà dell’XI secolo, quando si cominciò a celebrare il culto nella cattedrale attuale. Fu Anselmo I, vescovo a cavallo tra il X e l’XI secolo, a intraprendere la ricostruzione del tempio che venne notevolmente ampliato e impostato su una pianta basilicale a tre navate con otto campate coperte da capriate lignee. La cripta è l’ambiente che ancora oggi conserva quasi intatta l’impronta anselmiana: si tratta della porzione più antica della cattedrale, vi si accede dalla navata destra ed è divisa in tre navatelle, voltate a crociera, terminanti in altrettante absidi. 

All’XI secolo risale anche lo straordinario ciclo di affreschi che decorava la navata centrale della basilica di Anselmo, riportato alla luce dagli studiosi nell’odierno sottotetto: maestranze di altissimo livello vi dipinsero le Storie di Sant’Eustachio, soldato romano convertitosi e martirizzato, e storie di Mosè. Gli affreschi, per quanto frammentari, costituiscono una pregevolissima testimonianza di pittura alto medievale, probabilmente di fattura lombarda. 

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PETRARCA 18. Alla fine, come in Dante, ecco il trionfo dell’eternità PDF Stampa E-mail

altI trionfi è l’unica opera del Petrarca scritta in volgare insieme al Canzoniere. Il poeta vi lavora fino al 1374, anno della morte, anche se non riesce a portare a termine l’opera. Colui che viene a ragione considerato come l’intellettuale che dà avvio alla nuova stagione dell’umanesimo, incline all’uso del latino e portatore di una nuova sensibilità e cultura, conclude la sua produzione con un libro fortemente ancorato al Medioevo e a Dante. Infatti, il poemetto è scritto in terzine dantesche ed è strutturato in una catena di trionfi.

Nel primo il poeta racconta di aver assistito in sogno a una visione di cui,purtroppo, nella sua triste epoca contemporanea non può godere, ovvero la celebrazione di un trionfo, simile a quelli che nell’antica Roma erano celebrati in Campidoglio: «sovr’un carro di foco un garzon crudo/ con arco in man e con saette a’ fianchi;/ nulla temea, però non maglia o scudo,/ ma sugli omeri avea sol due grand’ali/ di color mille, tutto l’altro ignudo;/ d’intorno innumerabili mortali,/ parte presi in battaglia e parte occisi,/ parte feriti di pungenti strali». 

Si celebra la vittoria di Amore su importanti eroi dell’antichità. Petrarca si avvicina al carro per riconoscere qualche personaggio, ma senza successo. Probabilmente la dura prigionia ha reso irriconoscibili i tratti del volto dei prigionieri. Allora, avvicinatasi a Petrarca, un’ombra lo ammonisce che la prigionia è il guadagno che si acquista quando si ama. Gli indica anche i personaggi più importanti incarcerati: «Quel che ’n sì signorile e sì superba/ vista vien primo è Cesar, che ’n Egitto/ Cleopatra legò tra’ fiori e l’erba;/ or di lui si triunfa, et è ben dritto,/ se vinse il mondo et altri ha vinto lui,/ che del suo vincitor sia gloria il vitto./ L’altro è suo figlio; e pure amò costui/ più giustamente: egli è Cesare Augusto,/ che Livia sua, pregando, tolse altrui./ Neron è il terzo, dispietato e ’ngiusto;/ vedilo andar pien d’ira e di disdegno;/ femina ’l vinse, e par tanto robusto». 

I primi prigionieri sono Cesare, Augusto, Nerone. L’elenco dei grandi che seguono il carro è lungo. Il lettore riconosce nella descrizione i caratteri della scrittura dantesca. A chi non sovviene, ad esempio, la lunga teoria di anime morte violentemente nel canto V dell’Inferno quando Dante scrive: «La prima di color di cui novelle/ tu vuo’ saper […]/ fu imperadrice di molte favelle./ A vizio di lussuria fu sì rotta,/ che libito fé licito in sua legge,/ per tòrre il biasmo in che era condotta./ Ell’è Semiramìs, di cui si legge/ che succedette a Nino e fu sua sposa:/ tenne la terra che ’l Soldan corregge./ L’altra è colei che s’ancise amorosa,/ e ruppe fede al cener di Sicheo;/ poi è Cleopatràs lussurïosa./ Elena vedi, per cui tanto reo/ tempo si volse, e vedi ’l grande Achille,/ che con amore al fine combatteo./ Vedi Parìs, Tristano"; e più di mille/ ombre mostrommi e nominommi a dito,/ ch’amor di nostra vita dipartille». 

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Genio e libertà nell'arte romantica PDF Stampa E-mail

altL’idea odierna di opera d’arte come espressione originale e del tutto soggettiva, nuova rispetto a tutto quanto precede, in un certo senso slegata dalla tradizione, nasce nel Romanticismo. In realtà, anche in quest’epoca l’artista conosce e rispetta la tradizione e la utilizza, ma in modo del tutto diverso rispetto al Neoclassicismo. Quindi, la pretesa autonomia e il rifiuto del passato sono, in realtà, un fraintendimento contemporaneo dell’arte romantica.

Riprendiamo, allora, in sintesi l’estetica romantica cercando di cogliere gli aspetti che connotano un movimento assai complesso e vario nel suo manifestarsi.

Il Romanticismo segna la nascita di una cultura originale tedesca, mentre il Rinascimento è stato un fenomeno italiano che si è, poi, irradiato in mezza Europa e l’Illuminismo, invece, un paradigma culturale sorto in Francia.

 

La nascita del Romanticismo in Germania è strettamente legata, in questa ricerca di autonomia e originalità, all’opposizione nei confronti della cultura dominante nell’Europa del tempo, che è quella francese illuministica: ciò che il primo Romanticismo tedesco propone non è, come dice il diffuso senso comune, la sostituzione del «sentimento» alla «ragione», ma un ampliamento del concetto di ragione fino a coinvolgervi altre potenzialità spirituali e psicologiche non riducibili alla logica razionalistica dei concetti chiari e distinti.

 

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MANZONI. La fede è un fatto. PDF Stampa E-mail

Guardassoni_Conversione InnominatoLa fede nasce da un incontro, attraverso la testimonianza di un uomo che con tutta la sua umanità, pur imperfetta, rende visibile l’eccezionalità di Cristo, unica risposta all’umana domanda di pienezza e di felicità. Per questo la fede è il riconoscimento di un fatto già presente.

La vita stessa di Manzoni è la dimostrazione di questo. Dopo aver studiato dai Padri Barnabiti e Somaschi, Manzoni si forma una cultura illuministica moderna, all’insegna dei filosofi e letterati francesi, e si allontana sempre più dalla chiesa cattolica e dalla fede. L’incontro prima con Enrichetta Blondel, che sposerà sia civilmente che con rito calvinista l’8 febbraio del 1808, e poi con il padre spirituale Eustachio Degola lo porterà ad un cammino di fede e alla conversione al cattolicesimo, di cui la celebrazione del matrimonio per la seconda volta, ora con rito cattolico, il 15 febbraio del 1810, potrebbe già essere un chiaro segno. Manzoni sarà sempre refrattario a parlare della sua conversione. L’aneddotica riduce questo cammino lungo, durato qualche anno, al celebre episodio accaduto nella chiesa di San Rocco a Parigi. Durante il matrimonio di Napoleone (2 aprile del 1810) la moglie sviene, Manzoni si perde e in una crisi di agorafobia si rifugia in chiesa a pregare. Ne esce convertito e ritrova la moglie.

Ermes Visconti, uno degli amici più intimi di Manzoni, comprende che il cammino di fede di Alessandro è adombrato nella vicenda centrale dei Promessi sposi, la conversione dell’Innominato. Nel ventunesimo capitolo Lucia, di fronte al più grande dei cattivi, ha un’autorità che non proviene da Lei. «Dio perdona tante cose per un’opera di misericordia». Questa frase, proferita con un filo di voce all’Innominato, lo cambia. La giovane paesana vive questa circostanza avendo negli occhi la presenza di Gesù, che è la presenza del volto della madre Agnese, di Renzo, di fra Cristoforo, della Madonna che lei invoca. E dai quei volti passa la Provvidenza. Infatti Lucia è la più debole, ma vince l’Innominato. Questi, infatti, dopo una nottata turbata dal pensiero del suicidio, deciderà di seguire le voci che provengono da un vicino pellegrinaggio verso il cardinal Federigo. Qui l’Innominato sarà abbracciato in tutta la sua cattiveria e i suoi limiti. E capisce che la liberazione di Lucia è la prima possibilità del suo personale cambiamento.

 

 
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GRANDI CAPOLAVORI CRISTIANI 12. L’abisso di vita e il desiderio di infinito dl Miguel Mañara PDF Stampa E-mail

altNato nel 1877 a Czereïa, ad est di Minsk, in Lituania, nel 1889 Oscar Vladislas de Lubicz Milosz si trasferisce a Parigi, che nel 1909 diviene sua dimora definitiva. Perse tutte le proprietà in Lituania in seguito alla rivoluzione bolscevica del 1917, Oscar Milosz muore nel 1939.

Tra le sue opere teatrali spicca senza dubbio il dramma Miguel Mañara, scritto nel 1912. Miguel Mañara Vicentelo de Leca, figura storica realmente esistita, nasce a Siviglia nel 1627, proveniente da una famiglia di origine aristocratica e fra le più ricche della città. Insignito del titolo di cavaliere di Calatrava, don Miguel è «l'uomo più superbo, temerario e collerico che si possa immaginare; turbolentissimo, tanto che non si sentiva parlare d'altro che delle liti e delle sfide in cui si quotidianamente si cacciava» (secondo la testimonianza di un nipote). Non possiamo invece attestare con certezza che fosse un casanova. 

A ventun anni si sposa con Jerónima Carrillo de Mendoza, di un anno più giovane. Nell’incontro con questa donna Miguel Mañara cambia. Ma nel 1661 Jerónima muore. Dopo un periodo di crisi entra nella Confraternita della Carità. Fonda un ospedale per assistere i bisognosi. Nel 1679 muore lasciando questo testamento: «Io, Don Miguel Mañara, cenere e polvere, sciagurato peccatore, che per la maggior parte dei miei giorni malvissuti ho servito Babilonia e il demonio, suo principe, con mille atti abominevoli e superbi, con adulteri, bestemmie, scandali e furti, i cui peccati e le cui malefatte sono senza numero, e solo la grande sapienza di Dio può contarli, la sua infinita pazienza sopportarli, la sua infinita misericordia perdonarli […] È mia volontà che sulla mia tomba sia posta una lapide con incise queste parole: “Qui giacciono le ossa del peggior uomo che sia stato al mondo. Pregate Dio per lui”».

Qualche decennio prima della morte di Miguel Mañara, nel 1630, nel El Burlador de Sevilla y convidado de piedra il drammaturgo spagnolo Tirso da Molina aveva creato la figura del Don Giovanni, un donnaiolo, preso dal piacere e dalla libertà del vivere, senza rapporti e legami. Probabilmente a Siviglia avviene la sovrapposizione tra il Miguel Mañara storico e il Don Giovanni letterario. Anche Molière, Lorenzo da Ponte, Karl Hoffmann, tra gli altri, saranno affascinati e colpiti dal don Giovanni leggendario che è stato consegnato alla tradizione, rivisitato in base ai secoli. Molière ci presenta un libertino, mentre Lorenzo Da Ponte ci offre un testo musicato da Mozart  in cui la seduzione si unisce alla sfrontatezza e al prometeismo del personaggio che, sfidando ogni morale, osa contrapporsi consapevolmente alla divinità.

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