La ragione del cuore il blog di Giovanni Fighera
"Il convento dove Leonardo dipinse l’Ultima Cena" di Margherita Del Castillo PDF Stampa E-mail

Risultati immagini per chiesa di milano con ultima cenaL’ordine dei frati predicatori domenicani fu fondato quasi otto secoli fa dallo spagnolo Domenico di Guzman, con lo scopo di combattere, attraverso l’esempio di una vita di preghiera e povertà, il catarismo, una delle più diffuse eresie medievali. La Chiesa lo proclamò santo nel 1234. Dal 1459 una comunità sempre crescente di frati predicatori, seguendo il suo carisma, vive nel convento di Santa Maria delle Grazie a Milano.

Il terreno su cui sorse l’intero complesso fu donato ai religiosi dal conte Gaspare Vimercati, capitano delle truppe sforzesche. In quest’area, allora immersa nel verde, esisteva solo una piccola cappella che custodiva l’immagine della Madonna delle Grazie, col manto azzurro spalancato: questo ambiente, le cui volte sono per metà ricoperte dall’affresco quattrocentesco di un Padre Eterno e per metà da stucchi decisamente più tardi, è, ancora oggi, il cuore dell’intera costruzione.

Nel 1463 l’architetto Guiniforte Solari, ingegnere capo, in quegli stessi anni, dell’erigenda cattedrale milanese, pose la prima pietra. La basilica solariana, da subito concepita come espressione della tradizione gotica lombarda, fu conclusa entro il ventennio successivo. La facciata, in cotto, è a capanna, ripartita da contrafforti. Il portale centrale, in marmo di Candoglia e di gusto classico, si deve, probabilmente, invece, ad una prima committenza di Ludovico il Moro, signore di Milano,  che aveva nel frattempo scelto la chiesa quale potenziale futuro mausoleo per sé e la sua famiglia. Fu lui ad assoldare l’architetto urbinate Donato Bramante per affidargli, a questo scopo, il completo rifacimento dell’abside delle Grazie, trasformata nell’odierna monumentale tribuna. Era il 1492.

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Perchè è importante quello che leggiamo? Perchè "siamo quello che amiamo" come scrive Sant'Agostino PDF Stampa E-mail
altOggi si legge sempre meno. Inutile è fornire le statistiche che collocano l’Italia tra i Paesi europei dove si legge meno. Spesso, nello sconforto che si diffonde dai dati pubblicati sulla lettura o sul disastro dell’editoria si afferma la convinzione che l’importante sia leggere, non importa cosa. La scuola non è immune a questa tendenza, anzi talvolta è la più vivace promotrice dell’imperativo categorico: «Leggete, leggete! Non importa cosa. L’importante è leggere!». Lunghe liste di libri, eterogenei per qualità e pregio letterario, tra cui scegliere in modo da esercitare la propria libertà. Sembra che l’importante sia che il ragazzo impari ad esercitare la propria libertà completamente svincolata dai valori, morali o artistici.  Una libertà eslege, senza verità e senza valori.  Tanti sono i motti che da più parti si sentono per scacciare l’analfabetismo dei ragazzi o degli adulti.

Da parte mia, io sono fermamente convinto che non sia importante leggere libri, vedere film, frequentare persone, ma che l’importante sia cosa si legga, che film si vedano, che persone si frequentino. Sono convinto che l’esercizio della vera libertà vada educato. Esiste un’educazione alla libertà. L’educazione alla lettura a scuola passa attraverso un accompagnamento dell’insegnante a leggere, a valorizzare ed apprezzare il pregio letterario e artistico, a distinguere ciò che vale da ciò che non vale. Il Libro del mese assegnato come lettura e Il Caffè letterario in cui si discute in classe del libro assegnato e introdotto il mese precedente dall’insegnante sono una modalità per imparare ad apprezzare i libri, classici e non, anche quei testi che probabilmente la maggior parte dei ragazzi non leggerebbero, perché magari non sono mai stati accompagnati ad apprezzare e valorizzare la bellezza, ma sono stati spesso abituati a non far fatica, a pensare che l’impressione immediata e impulsiva sia un giudizio di valore.

Lo stesso verbo latino legere significa raccogliere, scegliere, eleggere. Il verbo ha in sé il valore di selezionare, amare, prendere qualcosa in mezzo ad altro. La lettura inizia, quindi, nella scelta che avviene tra i banchi di scuola o nelle librerie.

 

 
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RILEGGIAMO I PROMESSI SPOSI 15 - La scommessa per la vita eterna dell'Innominato PDF Stampa E-mail
altGiunta sera, l’Innominato non riesce a dormire, chiedendosi le ragioni per cui abbia acconsentito così repentinamente all’ennesima infamia. Preso da una cupa disperazione, decide di farla finita, impugna la pistola e se la pone alle tempie. Allora, la sua mente va alla vita che continuerà anche dopo la sua morte, ai suoi nemici che gioiranno della sua morte. «E assorto in queste contemplazioni tormentose, andava alzando e riabbassando, con una forza convulsiva del pollice, il cane della pistola; quando gli balenò in mente un altro pensiero. - Se quell’altra vita di cui m’hanno parlato quand’ero ragazzo, di cui parlano sempre, come se fosse cosa sicura; se quella vita non c’è, se è un invenzione de’ preti; che fo io? perché morire? cos’importa quello che ho fatto? cos’importa? è una pazzia la mia… E se c’è quest’altra vita…!-». Ovvero «Se Dio non esiste, tutto è permesso»: perché dovrebbe esistere il rimorso di coscienza per uno come l’Innominato che, impunito dalla legge, si considera al di sopra di tutto e di tutti? A meno che il cuore, richiamato  alla verità dell’esistenza dalla cruda provocazione della vecchiaia e della morte, non riprenda per un momento a battere in forma umana!

 

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Perchè oggi uno studente dovrebbe ancora studiare il Latino? Perchè il Latino serve a tutto PDF Stampa E-mail
altNei prossimi mesi ci sarà l’iscrizione di molti studenti alle scuole superiori. L’altro giorno al riguardo una madre mi ha chiesto se ci sia poi così tanta differenza tra affrontare un Liceo con o senza il Latino (questa opzione è oggi sempre più diffusa). Gli studenti delle medie sono sempre più spaventati da questa disciplina e preferiscono evitarla, forse per la paura di fare eccessiva fatica.

Mi sembra opportuno allora chiedersi: a che serve il Latino? È proprio così opzionale il suo studio? Premetto che sono fermamente convinto che chiunque abbia affrontato seriamente lo studio del Latino non abbia dubbi sulla sua utilità. Sono altrettanto convinto che studiarlo male non serve a nulla, mentre se lo si affronta con serietà serve a tutto, perché illumina di una luce nuova ogni ambito. In un certo senso per l’uomo tutto ciò che non è amico e non è conosciuto è come se fosse nemico, non valorizzato, non utile per la vita e per la crescita. La conoscenza del Latino permette di apprezzare maggiormente molti aspetti della realtà. Ma quali? Solo lo studio e l’esperienza possono testimoniarlo a ciascuno. Anticipo, però, che bisogna avere il coraggio di far fatica, di impiegare tempo (come per la volpe del Piccolo principe), anche quando non se ne comprendono appieno le ragioni. Bisogna avere il coraggio di spendere del tempo per imparare bene la disciplina.

Vorrei chiarire ora i motivi per cui valga davvero la pena appassionarsi del Latino. Ricordo che da sempre i suoi più agguerriti difensori hanno addotto la motivazione che lo studio di una lingua antica e morta insegna a ragionare e sviluppa la logica. Chiaro che la motivazione non regge e i ragazzi comprendono l’inadeguatezza della risposta. Perché non imparare a ragionare con altri metodi meno faticosi e più allettanti? Anche la settimana enigmistica può insegnare a ragionare, anche la Filosofia, anche una dimostrazione di matematica, anche un testo di narrativa o una poesia, un quadro, una musica. Perché dunque faticare così tanto nel 2013 ancora sul Latino?

 

 
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THE TRUMAN SHOW PDF Stampa E-mail

 

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SPUNTI DI RIFLESSIONE.

1. LIBERTÁ. IDEOLOGIA. UTOPIA. Il regista dello show si chiama significativamente Christof, un uomo che vuole farsi Dio, come in tutte le ideologie, in tutti i sistemi in cui l’uomo pensa di costruire il mondo perfetto. Ha voluto costruire un mondo perfetto, senza libertà. Tutti sono attori, sono tutte marionette  a cui vengono suggerite le battute.  

 

Viene intervistato Christof che dice: “Perché Truman non è riuscito a scoprire la vera realtà del mondo in cui vive? Noi accettiamo la realtà del mondo così come si presenta.” (non troviamo risposte perché non ci poniamo domande, non troviamo la verità perché non la cerchiamo davvero e col cuore).

 

Silvia chiede a Christof che diritto abbia di prendere un bambino e di trasformare la sua vita. Lui risponde:” Io gli ho dato la possibilità di vivere una vita normale. Il mondo è malato. Se fosse determinato a scoprire la verità, noi non potremmo fermarlo. Truman preferisce la sua cella”.

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AL CUORE DI LEOPARDI 15. Che cosa insegna il Recanatese all'uomo di oggi PDF Stampa E-mail

altIn un mondo in cui sembrano dominare l’homo oeconomicus, che pensa a soddisfare i suoi bisogni e i piaceri, e l’homo technologicus, che provvede a fare e a realizzare sempre meglio, Leopardi riporta in primo piano l’unico uomo che sia veramente tale, che non sia bestia e gregge. Quell’homo religiosus con le sue domande sulla vita e sul destino, che permangono oggi come un tempo con tutta la loro urgenza di risposta e che riecheggiano con potenza nei versi del Canto notturno quando il poeta si rivolge alla Luna: «Ove tende/ Questo vagar mio breve,/ Il tuo corso immortale? […] Che fa l’aria infinita, e quel profondo/ Infinito sereno?[…] E io che sono?».

Nella società dove comandano i bisogni Leopardi chiarisce il vero e originario desiderio dell’uomo (di felicità, di amore e di bellezza) e ci parla di un cuore che è capacità di Infinito, proprio come se fosse un contenitore che non può mai essere colmato da beni terreni finiti.

Ciò che occorre davvero al lettore di Leopardi è un cuore aperto e che domandi la vita. Solo un cuore che palpiti e che percepisca l’abisso di vita che provava Leopardi può cogliere il vero valore della sua opera. Leopardi, come pochi altri, riesce a ricordarci la vera statura dell’uomo e la grandezza del suo desiderio.

 

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RILEGGIAMO I PROMESSI SPOSI 13. Milano, l'impatto con una grande città in tumulto PDF Stampa E-mail
altRenzo arriva a Milano l’11 novembre, lo stesso giorno in cui Lucia e Agnese si rifugiano nel convento della Monaca di Monza. Milano è l’unica grande città descritta con dovizia di dettagli nel capolavoro manzoniano. L’autore la conosce bene e il lettore può riconoscere quel nucleo del centro storico che già esisteva nel Seicento. Gran parte della città è mutata dal Seicento all’Ottocento, quando scrive Manzoni. Renzo entra in città attraverso Porta orientale (oggi Venezia), giunge alla Corsia dei Servi (Vittorio Emanuele), poi, ad una piazzetta (l’attuale Piazza Cordusio) e alla casa del Vicario di provvisione. I movimenti di Renzo per la città sono accurati sia la prima volta quando il protagonista si reca in città durante la carestia del 1628 che la seconda volta nell’agosto del 1630 alla ricerca di Lucia.

Quando si inurba, il giovane sembra proprio come il montanaro che giunge in città, di dantesca memoria. Palesa tutta la sua ingenuità quando vede gran copia di farina e di pane sparsi per terra e pensa di essere giunto nel paese della cuccagna. Mette in tasca dei panini senza neppure presagire quanto gli accadrà quel giorno. In realtà, se avesse ascoltato i consigli di fra Cristoforo, non gli sarebbe successo nulla, poiché sarebbe rimasto nel convento di San Babila ad aspettare l’arrivo del frate cappuccino cui era destinata la lettera: Padre Bonaventura. Invece, l’ingenuità, la fretta, l’impazienza e un’eccessiva curiosità lo inducono a vagare per Milano. La prima scena che lo colpisce è quella di una famiglia un po’ insolita.

 

 
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AL CUORE DI LEOPARDI 14. La ginestra, un'utopia velleitaria e irrealizzabile PDF Stampa E-mail

altIn una parte della produzione di Leopardi non domina il sentimento della presenza che ci rende lieti, bensì la percezione di un’assenza. Quando questa nota diventa dominante nelle giornate, essa si può tramutare in grido che il senso (l’abbiamo altrove chiamato l’Ideale o Mistero) si manifesti (come già abbiamo visto nella poesia «Alla sua donna») oppure in accesa accusa nei confronti della natura / realtà esterna, colpevoli di esserci nemiche.

Testimonianza emblematica di quest’ultima posizione è il canto «La ginestra», da molti considerato il testamento spirituale di Leopardi. Nel discorso che noi stiamo conducendo, lungi dal poter essere considerato tale, il testo rappresenta in realtà un recedere dall’intuizione geniale che il Recanatese più volte ha avuto nella sua vita, un venir meno della posizione di domanda e di ricerca di una felicità infinita. Testimonia la posizione dell’uomo che, non avendo incontrato l’Ideale o non avendolo riconosciuto, non volendosi comunque arrendere, propone un progetto partorito dalla sua mente: qui sta la differenza tra un ideale che si incontra e un’utopia che è frutto del nostro sogno. «La ginestra» rappresenta un’utopia velleitaria, anche se nobile e dignitosa, ma pur sempre velleitaria.

Nella sua salda organizzazione strutturale, la poesia presenta una duplice valenza filosofica: svolge la funzione di pars destruens e di pars construens, di demistificazione delle falsità e degli errori dei contemporanei e di proposizione di un progetto da realizzare. Cerchiamo di capire meglio questo aspetto. L’autore si scaglia contro l’ottimismo illuminista e scientista ormai trionfante, fiducioso riguardo alla perfettibilità del genere umano (che preluderà al positivismo di metà Ottocento): quell’ottimismo che sostituirà il problema della felicità del singolo con la questione del progresso, ovvero del benessere  dell’umanità. Leopardi mostra un’avversione nei confronti del veicolo che divulga questo messaggio superficiale e «progressista»: il giornale o la «gazzetta».

 

 
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PIRANDELLO. UN GENIO DEL NOVECENTO 4. Il fu Mattia Pascal, cioè il dramma dell'uomo in attesa PDF Stampa E-mail

altAutore molto prolifico, Pirandello ci ha lasciato una sterminata produzione, dai sette romanzi alle novelle (duecentoquarantuno pubblicate in quindici tomi in vita e altre quindici edite postume), dalle poesie della giovinezza al teatro (ben 43 opere confluite nella raccolta Maschere nude). Vastissimo è anche il materiale in cui lo scrittore approfondisce il suo pensiero sulla poetica, sul teatro, sulla vita, costituito da saggi, da articoli di giornale o da trascrizioni dei suoi interventi pubblici. Dopo aver toccato le riflessioni di Pirandello in L’umorismo e Arte e scienza, ci dedicheremo nelle prossime settimane alla presentazione dei romanzi: L'esclusa, Il turno, Il fu Mattia Pascal, Suo marito, I vecchi e i giovani, Quaderni di Serafino Gubbio operatore, Uno, nessuno e centomila.

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GRANDI CAPOLAVORI CRISTIANI 19 - Come se Dio esistesse: la scommessa di Pascal PDF Stampa E-mail

Risultati immagini per blaise pascalRiprendiamo quanto abbiamo visto l’ultima volta su I pensieri attraverso le illuminanti parole che Jean Guitton ha dedicato a Pascal: «Pascal ha dato […] un esempio del suo metodo tratto dallo studio della natura umana. Consideriamo l’uomo e vediamo le spiegazioni che i saggi hanno dato di quest’essere. Gli uni ne hanno visto la grandezza, l’autonomia, la libertà, la somiglianza con Dio. E non si sbagliano in questo; ma errano quando introducono in qualche maniera un fatale non… che, proclamando o almeno supponendo che la loro osservazione esaurisca l’uomo, il quale non sarebbe che grandezza, che potenza. Della verità che possedevano hanno dunque fatto un errore portandola all’esclusione… Ma guardiamo dall’altra parte. Ecco i loro eterni avversari. Questi dicono che l’uomo è miseria, incertezza, errore, tentennamento, contraddizione, e che la saggezza non sta nel preoccuparsi o nell’indagare, ma nel gustare la vita e il pensiero così come si presentano. È Montaigne e la sua famiglia. Ah! Ma perché non si è accontentato di questa constatazione, senza spingerla all’esasperazione, sino a escludere dall’uomo ogni grandezza?» (J. Guitton, Arte nuova di pensare, edizioni paoline).

L’attenta analisi della condizione esistenziale dell’uomo, del suo bisogno di compimento e della sua tensione all’assoluto è la premessa indispensabile per poter riconoscere che l’uomo non può darsi la felicità da solo, né tantomeno salvarsi da sé. In un certo senso, solo chi riconosce di essere ammalato e di aver bisogno di aiuto può domandare al medico. Per questo Gesù afferma di non essere venuto per i sani, ma per gli ammalati. Riconoscere che la propria natura umana è bisogno di una felicità infinita è, quindi, la premessa indispensabile perché l’uomo possa seguire Cristo, quando lo si incontra. Pascal è convinto che la fede nasca da questo incontro.

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GRANDI CAPOLAVORI CRISTIANI 18 - Grandezza e miseria dell’uomo ne "I pensieri" di Pascal PDF Stampa E-mail

Risultati immagini per blaise  pascalNato nel 1623 e morto a soli trentanove anni, Blaise Pascal fu dotato di grande intelligenza e predisposizione per lo studio della matematica e della fisica. Negli ultimi anni concepì il progetto di scrivere un’opera monumentale di apologetica cristiana, che non venne, però, mai realizzata per la morte prematura. Del progetto rimangono alcuni scritti che vennero pubblicati postumi nel 1670 con il titolo di Pensieri

Pascal si rivolge in maniera privilegiata agli indifferenti e agli increduli, «attaccati agli abiti, alle passioni, ai piaceri del mondo; che non vogliono Dio, che si rifiutano di cercarlo, che temono di trovarlo: privi insomma di quelle disposizioni etiche senza le quali nessun argomento e nessuna prova […] può tornare persuasiva» (Paolo Serini). Pascal vuole suscitare nell’interlocutore il bisogno, l’esigenza, il desiderio di cercare Dio. Intende predisporre il cuore dell’altro all’incontro con Cristo. Solo chi vive e sente il desiderio e la domanda viva di infinito del nostro animo è in attesa della risposta. Per questo Gesù ha detto: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. […] Io non sono venuto a chiamare dei giusti, ma dei peccatori».

Ne I pensieri il filosofo francese Blaise Pascal riconosce la grandezza dell’uomo proprio nell’essere «canna pensante». Infatti, scrive: «L’uomo non è che una canna, la più debole della natura; ma è una canna pensante. Non c’è bisogno che tutto l’universo s’armi per schiacciarlo: un vapore, una goccia d’acqua basta a ucciderlo. Ma, anche se l’universo lo schiacciasse, l’uomo sarebbe ancor più nobile di chi lo uccide, perché sa di morire e conosce la superiorità dell’universo su di lui; l’universo invece non ne sa niente». 

Poco dopo, ancora afferma: «La grandezza dell’uomo è grande in questo: che si riconosce miserabile. Un albero non sa di essere miserabile. Dunque, essere miserabile equivale a conoscersi miserabile; ma essere grande equivale a conoscere di essere miserabile». L’uomo ha una facoltà che non è data agli altri esseri viventi, quella di percepire sé all’interno del mondo, della natura, degli spazi smisurati dell’universo e del cosmo e di cogliere la sproporzione tra il proprio io piccolo e la maestà e grandezza (che sembra infinita) di quanto ci circonda. 

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RILEGGIAMO I PROMESSI SPOSI 12. La Monaca di Monza, infelice per scelta PDF Stampa E-mail
altI promessi sposi sono ambientati nel 1628, quando già da vent’anni Egidio (Giampaolo Osio) è morto e la Monaca di Monza è in clausura a Milano. Il racconto manzoniano, modificando i fatti, renderà i due personaggi immortali. Lo scrittore posticipa l’intera vicenda di quattro lustri per far sì che la Monaca di Monza possa incontrare Lucia ed Agnese ed entrare così come protagonista nel romanzo.

È l’11 novembre 1628, il giorno di San Martino, quello stabilito per la scommessa tra don Rodrigo e il Conte Attilio quando le due donne incontrano Gertrude. Il narratore descrive la Monaca con cura raffinata, con dovizia di dettagli che ci permettono di cogliere l’imperscrutabilità dell’animo, la profondità della sofferenza, il desiderio di trasgressione. Non appena la incontrano, subito Lucia ed Agnese si avvedono che è una donna particolarmente bella, ma di una bellezza strana e, in un certo senso, negletta, che non si adatta ad una donna che ha intrapreso la via della monacazione. Porta, infatti, i capelli lunghi ed una frangia esce dal velo. La vita è particolarmente attillata, come non si addice ad una monaca. Colpisce la sua curiosità morbosa rivolta ai fatti accaduti a Lucia che, interrogata dalla Monaca, all’inizio non risponde. Così, per più volte, prende la parola Agnese, finché Gertrude non inveisce contro di lei: «Voi genitori avete sempre una risposta pronta per i vostri figli». Agnese rimane indispettita, mentre Lucia racconterà in privato alla Monaca le vicende.

 

 
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AL CUORE DI LEOPARDI 13. La domanda: unico atteggiamento davvero ragionevole PDF Stampa E-mail

altDopo un’esamina particolareggiata della situazione esistenziale umana, così come ce la presenta Leopardi,  potremmo essere presi da scoramento e chiederci allora che cosa si debba fare, che senso abbia tanto faticare, se non convenga porsi alla stregua del gregge leopardiano. Abbiamo visto che è lo stesso Leopardi ad affermare che non è umano concepire un atteggiamento di rinuncia, di resa contraddicendo la natura più vera dell’animo umano. L’unica posizione davvero dignitosa è quella di chi non smette di cercare, parte per il viaggio dell’esistenza, in maniera indefessa veleggia per il mare della vita con lo sguardo circospetto e attento a cogliere gli indizi.

Nella storia del pensiero il grande genio ha sempre colto questa necessità di rimanere spalancati di fronte al Mistero con un atteggiamento di ricerca del vero e del bello. Ad esempio, nel Fedone, Platone  fa affermare a Simmia a colloquio con Socrate, condannato a morte: «Non setacciare le teorie su questi temi (l’aldilà, il Destino dell’uomo) parola per parola, e arrendersi prima che uno, solo dopo una ricognizione completa, non abbia più nulla da dire, sarebbe da uomo proprio senza spina dorsale. In tali frangenti bisogna percorrere fino in fondo una di queste strade: o farsi dar lezione sull’argomento; o risolvere da soli il problema; o se è impossibile far questo, afferrarsi alla teoria umana più affidabile, meno vulnerabile alle critiche, e salitici sopra, come su una scialuppa, arrischiarsi, guadare la vita, se non si può fare la traversata in modo meno pericoloso, più tranquillo, su un’imbarcazione più robusta, quale sarebbe una rivelazione divina». Nel Medioevo  questo atteggiamento umano è documentato dal tema della queste, ovvero della ricerca, del viaggio orientato verso una meta, del pellegrinaggio presente in tanta produzione romanzesca e cavalleresca. Si pensi, a titolo di esempio, alla queste du Saint Graal, la ricerca del Santo Graal, che compie Perceval. La mendicanza è l’unico atteggiamento ragionevole dell’uomo che è conscio del proprio cuore (cioè della domanda di felicità che lo caratterizza) e della propria incapacità a darsi una risposta soddisfacente, a raggiungere la meta. Mendicanza è chiedere, domandare, ricercare con una passione inesausta per la meta e per il compimento del proprio destino.

 
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FOSCOLO. ASSOLUTO E ILLUSIONI 2/ Napoleone e la libertà di cambiare opinione PDF Stampa E-mail

altAbbiamo visto come il materialismo non sia la cifra che contraddistingue Foscolo, come spesso raccontano i manuali scolastici. La domanda religiosa e il desiderio di recuperare la fede perduta non si smorzano mai in lui. Foscolo non è un personaggio granitico e coerente. La coerenza, come ben sottolinea l’etimo del termine (dal latino cum e haereo, cioè “rimanere attaccato a”), non è un valore assoluto, ma relativo, ovvero la coerenza è positiva solo nel momento in cui si rimane attaccati ad un valore positivo. Pensiamo a una persona che si stia indirizzando verso un burrone. Se fosse coerente con se stesso, finirebbe nel precipizio. Solo nel caso in cui si sia incontrata la verità, la coerenza diventa un valore. 

Sono parole, queste, che probabilmente scandalizzeranno molti, in una società come quella di oggi in cui la coerenza è additata come criterio per giudicare della grandezza di un uomo. Crediamo, invece, che la statura di una persona  risieda nella capacità di mettere in discussione le proprie posizioni umane, politiche e culturali nel momento in cui mostrino la loro fallacia. In questo senso Foscolo è incoerente, perché cambia giudizio sulla realtà, sui personaggi storici, sulla politica, nel momento in cui l’evidenza dei fatti gli mostri il contrario di quanto avesse pensato. 

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PIRANDELLO. UN GENIO DEL NOVECENTO 3. Da cosa nasce l’arte? Dall’osservazione della realtà PDF Stampa E-mail

altNel 1908, oltre al saggio L’umorismo, Pirandello scrive anche Arte e scienza. Ivi, se da un lato lo scrittore contesta quegli atteggiamenti che tendono a ridurre l’arte a disciplina dipendente e subordinata a fattori esterni, dall’altra si oppone a quelle considerazioni riduttive secondo le quali essa «si è ristretta specialmente per opera di Benedetto Croce a un’unica questione, a un’unica veduta, la quale, non riuscendo ad abbracciare tutto il complesso fenomeno artistico, [...] incespica in continue contraddizioni». L’unica questione cui allude Pirandello è l’intuizione.

Il filosofo italiano Benedetto Croce (1866-1952) identifica, infatti, la vera arte solo con l’intuizione pura. Ritiene che l’arte sia su un primo gradino, quello dell’intuizione, la scienza su un secondo gradino, quello del concetto. Scrive Pirandello: «Il Croce […] pone due forme o attività dello spirito, una teoretica, distinta in intuitiva e in intellettiva, e una pratica.

 

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