La ragione del cuore il blog di Giovanni Fighera
GRANDI CAPOLAVORI CRISTIANI 2- L'Annuncio a Maria e i tre pilastri di Paul Claudel PDF Stampa E-mail

altScritto nel 1912, L’Annuncio a Maria è come un’immensa cattedrale medioevale, una grande sintesi di quell’epoca, ma potremmo anche dire un grande frutto della cristianità. Non a caso è ambientato nei pressi del monastero di Montevergine. Tre sono i pilastri fondamentali della cattedrale, differenti per forme e colori, ma tutti illuminati dalla luce della fede: Anna Vercors, Pietro di Craon e Violaine.

Anna Vercors si è sposato con Elisabetta ed è divenuto padre di Mara e di Violaine. Ha fatto sacrifici lavorando nei campi per sostentare la famiglia. Nel suo volto e nelle sue azioni si scorge tutta la gratitudine che nutre per il Signore che fa tutte le cose. Mosso da questa coscienza, dopo aver riservato ogni anno le decime al convento vicino, decide di partire per la Terrasanta per pregare sopra il Santo Sepolcro per l’unità del suo popolo e dei cristiani, offrendo così le sue azioni per la totalità, per il bene di tutti. Cosciente della complessità del viaggio, affida la sua vita al Mistero e si congeda dalla moglie con queste parole: «Tale è stato il male del mondo: che ciascuno ha voluto godersi i propri beni, come se per lui solo fossero stati creati, e non come se da Dio li avesse avuti in consegna. Il signore, il suo feudo, il padre, i suoi figlioli, il Re, il suo Regno e l’uomo di lettere, la sua dignità».  Così, parte per la Terrasanta affidando Violaine a Giacomo di Hury perché la sposi.

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Educare all’affettività con il canto dantesco di Paolo e Francesca PDF Stampa E-mail

altPubblichiamo il XIII capitolo del libro Tre giorni all’Inferno. In viaggio con Dante, Ares edizioni.

 

Nell’immortale canto V dell’Inferno viene descritto il secondo cerchio che comprende le anime dei lussuriosi, definiti come coloro che la «ragione sottomettono al talento». Sentimento e attrazione («talento») per l’altro sono importanti, ma non possono sopraffare la ragione. Voler bene all’altro significa voler il bene dell’altro, la sua realizzazione e il suo compimento.

Trascinati da una bufera che mai non ha sosta, a somiglianza del vento delle passioni che non seppero controllare in vita, i lussuriosi sono più volte paragonati ad uccelli che volano in un’aria cupa e di colore «perso» (cioè scuro). Dapprima l’intero gruppo di anime è comparato agli stornelli che sono trascinati «a schiera larga e piena/ […] di qua, di là, di giù, di sù». Poi, in mezzo a loro Dante vede una lunga teoria di anime simili a «gru», che sono i lussuriosi che hanno concluso la loro vita con una morte violenta.

Tra questi vi sono Semiramide (mitica regina di Babilonia che rese leciti costumi sessuali sfrenati nella sua legge), Elena (a causa della quale scoppiò la guerra di Troia), Didone (che si suicidò una volta che venne abbandonata da Enea), Cleopatra (definita lussuriosa), Achille (morto per amore secondo una tradizione medioevale), Paride e Tristano (dei quali non compare alcun cenno biografico nei versi danteschi).

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"Argentina, riconosciute le apparizioni della Vergine" di Lorenzo Bertocchi PDF Stampa E-mail

alt«Come Vescovo diocesano competente a tale tipo di istruzione; motivato da un senso di giusta coscienza (…) riconosco il carattere soprannaturale dei felici eventi con cui Dio per mezzo della sua figlia prediletta, Gesù attraverso la Sua Santissima Madre, lo Spirito Santo per mezzo della Sua diletta Sposa, ha voluto manifestarsi amorosamente nella nostra diocesi».

Domenica 22 maggio, Mons. Héctor Cardelli, vescovo di San Nicolás (a nord di Buenos Aires, Argentina), ha confermato il carattere soprannaturale per gli “eventi mariani” accaduti a partire dal 25 settembre 1983, quando la veggente, Gladys Motta, vide apparire la Vergine vestita di azzurro e con il Bambino in braccio; entrambi avvolti da una straordinaria luce. L'apparizione era stata preceduta da una serie di fatti straordinari, in particolare molte corone del Santo Rosario avevano cominciato a brillare in molte case dei fedeli della città di San Nicolás, quasi ad anticipare quanto sarebbe accaduto di lì a poco. Da quel 25 settembre numerosissime sono state le apparizioni e molti i messaggi.

Il primo di questi viene dato il 13 di ottobre 1983, giorno dell'ultima apparizione di Fatima, mentre il 15 di novembre la Signora si presentava con il titolo di Nostra Signora del Rosario: «Sono la patrona di questa regione, fate valere i miei diritti».

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AL CUORE DI LEOPARDI 10. La società del divertimento distrae dalla felicità PDF Stampa E-mail

altIl divertimento e l'assopimento sono modi di evadere la vera ricerca della felicità. È il tema che emerge nell'operetta morale di Leopardi Dialogo di Malambruno e Farfarello. Mai idea è stata più attuale nella nostra società.

 

Nell’operetta morale «Dialogo di Malambruno e Farfarello», dopo aver chiesto la felicità al demone e aver ottenuto una risposta negativa, Malambruno desidererebbe almeno togliere l’infelicità. Farfarello risponde che ciò è impossibile a meno che non smetta di volersi bene. Se ciò che ci procura  tristezza è la domanda che sembra non trovare appagamento, è sufficiente smorzare la tensione del desiderio per stare, solo apparentemente, meglio.  Ecco perché un assopimento dell’animo è, in generale, piacevole, perché consiste in uno stordimento della ragione, in un annebbiamento delle domande del cuore: «Il desiderio del piacere diviene una pena, e una specie di travaglio abituale dell’anima. Quindi [... ] un assopimento dell’anima è piacevole. I turchi se lo procurano coll’oppio, ed è grato all’anima perché in quei momenti non è affannata dal desiderio, perché è come un riposo dal desiderio tormentoso, e impossibile a soddisfar pienamente; un intervallo come il sonno nel quale se ben l’anima forse non lascia di pensare, tuttavia non se n’avvede» (Zibaldone).

 

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GRANDI CAPOLAVORI CRISTIANI 1- Quel Magnificat in Notre Dame che convertì Claudel PDF Stampa E-mail

altNato nel 1868 a Villeneuve-sur-Fère, Paul Claudel si forma in un momento storico e in una terra come quella francese che nella seconda metà dell’Ottocento è fortemente impregnata di cultura positivistica. La diffusione di questo nuovo approccio gnoseologico e culturale avviene negli anni in cui lo scienziato Charles Darwin (1809-1892) pubblica L’origine della specie (1859) e il filosofo Herbert Spencer (1820-1893) contribuisce alla nascita della psicologia moderna con l’ Introduzione alla psicologia sperimentale (1865). 

Il fisiologo francese Claude Bernard (1813-1878) influisce non poco sull’avvento della medicina sperimentale, così come il filosofo August Comte (1798-1857) diventa padre della sociologia moderna. Di nuovo, come nell’epoca illuministica, l’uomo si convince di avere rivoluzionato il mondo della cultura. Con una perfetta consonanza rispetto agli illuministi, impregnati di materialismo e di una fiducia illimitata nella scienza che porterà a eliminare tutto l’ignoto e il mistero, i positivisti aprono la strada di una nuova religione, quella del Progresso e dell’Umanità. 

In gioventù Claudel conosce e frequenta i grandi poeti francesi a lui contemporanei, Mallarmé, Verlaine e Rimbaud. La conversione avviene quando non ha ancora trent’anni, nel 1886, durante la messa di Natale celebrata a Notre Dame de Paris, ascoltando il Magnificat, anche se l’episodio è esito di un periodo di crisi e di travaglio. Anche la conversione di Manzoni era avvenuta in chiesa, secondo l’aneddotica, in occasione del matrimonio di Napoleone a Parigi, anche se sappiamo bene dalle lettere il cammino che nei due anni precedenti lo scrittore aveva condotto dal matrimonio con Enrichetta Blondel all’incontro con i padri spirituali Degola e Tosi. Claudel racconta lui stesso quanto è accaduto il giorno di Natale. Recatosi ad assistere alla cerimonia non per fede, ma nella speranza di trovare spunti e ispirazione per la scrittura, poco soddisfatto della Messa solenne, Claudel ritorna per i vespri. Il coro sta cantando il Magnificat

A questo punto accade un fatto straordinario. Sentiamo direttamente il racconto di Claudel: «Io ero in piedi tra la folla, vicino al secondo pilastro rispetto all’ingresso del Coro, a destra, dalla parte della Sacrestia. In quel momento capitò l’evento che domina tutta la mia vita. In un istante il mio cuore fu toccato e io credetti. Credetti con una forza di adesione così grande, con un tale innalzamento di tutto il mio essere, con una convinzione così potente, in una certezza che non lasciava posto a nessuna specie di dubbio che, dopo di allora, nessun ragionamento, nessuna circostanza della mia vita agitata hanno potuto scuotere la mia fede né toccarla. Improvvisamente ebbi il sentimento lacerante dell’innocenza, dell’eterna infanzia di Dio: una rivelazione ineffabile! Cercando – come ho spesso fatto – di ricostruire i momenti che seguirono quell’istante straordinario, ritrovo gli elementi seguenti che, tuttavia, formavano un solo lampo, un’arma sola di cui si serviva la Provvidenza divina per giungere finalmente ad aprire il cuore di un povero figlio disperato: “Come sono felici le persone che credono!”. Ma era vero? Era proprio vero! Dio esiste, è qui. È qualcuno, un essere personale come me. Mi ama, mi chiama. Le lacrime e i singulti erano spuntati, mentre l’emozione era accresciuta ancor più dalla tenera melodia dell’Adeste, fideles». 

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AL CUORE DI LEOPARDI 9 - Il senso religioso di un canto notturno PDF Stampa E-mail

altIl «Canto notturno di un pastore errante dell’Asia» è una delle migliori sintesi del pensiero di Leopardi sulle domande che animano il cuore dell’uomo. Qualche anno prima di comporre la poesia Leopardi ebbe l’occasione di leggere nel «Journal des savants» gli appunti di viaggio del Barone di Meyendorff nelle steppe dell’Asia centrale, in cui si descrivevano dei pastori che la sera intonavano nenie tristi alla luna. L’immagine dei pastori che si è impressa nell’animo del Recanatese, qualche anno dopo, nel 1830, viene utilizzata per rappresentare quel livello di coscienza dell’uomo che contraddistingue non già il colto e il letterato, bensì l’uomo in sé di ogni tempo e di ogni luogo.

Nasce, così, il «Canto notturno di un pastore errante dell’Asia». Il canto ben si addice a comunicare la dimensione della poesia lirica, focalizzata sull’io del poeta e sulla sua dimensione interiore. L’orizzonte notturno, tanto amato dall’arte romantica, che fa da sfondo al testo, ci permette di porci immediatamente di fronte al cielo stellato, all’infinito, a quelle stelle che non potrebbero saziare, in nessun modo, l’indomito cuore dell’uomo, che sono, comunque, segno di quell’Infinito/Altro a cui l’animo umano anela. Il pastore è errante, in viaggio sempre, un viaggio monotono, e percepisce che un senso ci deve pur essere in questa vita e che Qualcuno lo conosce: è la Luna, rappresentata come figura pontefice, ovvero ponte tra la terra e il cielo, tra l’io che con la propria ragione può arrivare a riconoscere il Mistero e il Mistero stesso.

 

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Montale: quando "piove" possiamo solo mendicare PDF Stampa E-mail

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C’è una poesia di Montale che ben descrive lo sconforto che sperimenta l’uomo moderno e, nel contempo, introduce al fondamento della speranza. La poesia «Piove», appartenente alla raccolta Satura pubblicata ormai più di quarant’anni fa (1971), è di un’attualità sconcertante. La data di composizione della poesia ci testimonia che già allora erano ben visibili, per chi sapeva leggerli e intenderli, i segnali di una crisi generalizzata, non solo sociale ed economica, ma ancor prima culturale.

La quarta raccolta montaliana è costituita da quattro sezioni: Satura I, Satura II, Xenia I, Xenia II. Vi confluiscono le delusioni storiche e politiche del poeta, nel contempo con tono scherzoso emerge l’affetto per la moglie Drusilla Tanzi, appena scomparsa (1962). Permane ancora, come nelle prime raccolte, quella percezione della possibilità di «uscire dalla campana di vetro», di «cogliere l’anello che non tiene», lo «sbaglio di natura» grazie al quale sia possibile pervenire a quanto è nascosto dietro la realtà («Tutte le cose portano scritto più in là»).

 

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AL CUORE DI LEOPARDI 8 - L'uomo, creatura in perenne attesa PDF Stampa E-mail

altLeopardi ironizza sulla tendenza dell’uomo a pensare di aver vissuto bene e che si è stati felici nel passato o che si sarà felici nel  futuro, ma mai nel presente. L’uomo sembra spesso in uno stato di perenne attesa di quanto sarà o di assaporamento di quanto è stato. Il problema è, invece, poter verificare nel presente la felicità, poter dire oggi che sono felice. È tema centrale del Faust, come del «Dialogo tra Malambruno e Farfarello»: la riconquista dell’unico tempo davvero reale, ovvero il presente.  Anche il futuro è, infatti, oggetto solo della nostra speranza. La speranza, se non ha le sue radici in un presente verificabile, è una pianta destinata a non crescere e a morire in breve tempo. La questione sta proprio in questo già e non ancora, nei segnali del presente che rimandano a un «non ancora».

Nel «Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere» il venditore cerca di diffondere gli almanacchi con l’auspicio di un anno bello. Il passeggere con un’ironia sottile, che ne fa lo specchio di Leopardi, incalza allora il suo interlocutore con una serie di domande miranti a demistificare l’ottimismo irragionevole, cioè senza ragioni fondate, dell’altro. Il venditore si rende conto che lui, come tutti gli altri, vorrebbe un anno diverso da tutti quelli che ha vissuto fino a quel momento, migliore degli ultimi vent’anni che si ricorda, e che se dovesse tornare indietro per vivere la stessa vita che ha vissuto non vorrebbe. Vorrebbe rinascere, ma solo per vivere una vita diversa da quella che ha vissuto. Allora il passeggere fa riflettere il venditore sul fatto che noi diamo per scontato che la vita sia una cosa bella senza chiederci i motivi. Viviamo sempre aspettandoci dal futuro quello che pensiamo di non avere nel presente, in una situazione di perenne attesa, di sospensione, affidando al futuro quella felicità che noi dovremmo chiedere al presente. Quanti progetti, quante speranze, quante illusioni, quanti piani meditiamo sulla nostra vita, proiettati in un tempo ancora lontano! Quanti vivono per conseguire fama e gloria dai contemporanei, affidando il conseguimento della propria felicità al riconoscimento della propria grandezza o presunta tale! Quando le ottengono, si rendono conto dell’inanità del piacere conseguito. Come annota tristemente Pavese ne Il mestiere di vivere, dopo aver ricevuto a Roma il Premio Strega: «Tornato da Roma, da un pezzo. A Roma, apoteosi. E con questo? Ci siamo, tutto crolla».

 

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COME MUOIONO I SANTI. CENTO RACCONTI DI RISURREZIONE PDF Stampa E-mail

altChe cos’è la perfezione di fronte alla santità?... E la santità se non la sete di tutto?... Tutto l’orgoglio è di pretendere di essere perfetto e non di volere essere santo» scrive Gilbert Cesbron (Parigi 1913-1979) in È mezzanotte, dottor Schweitzer. Per questo Charles Moeller scrive riguardo ai santi: «Una sola cosa supera l’opera di Dante (cioè la Divina Commedia), la santità vissuta su questa terra. Allora il Paradiso celeste si incarna fin da quaggiù. Il suo candore squarcia un poco le nebbie della nostra valle. Cantare non è nulla, vivere è meglio». 

Moeller aggiunge: «Apri gli occhi. Guarda i santi. Vi vedrai il Cristo, l’Uomo nuovo». L’uomo che vive e che guarda rimane colpito dall’incontro con i santi che percorrono i sentieri di questa nostra terra. Infatti, il volto buono, bello e misericordioso del Mistero che opera in mezzo a noi si legge già nella vita di tanti santi che fanno meraviglie.  Per questa ragione la pedagogia della Chiesa insiste da sempre sul volto dei santi, ce li sottopone quotidianamente all’attenzione, come già la Didakè nei primi secoli ricorda: «Guardate ogni giorno il volto dei santi, traete conforto dai loro discorsi».

Sacerdote e teologo, fondatore del «Movimento Ecclesiale Carmelitano», padre Antonio Sicari (1943) ha divulgato la vita di molti santi attraverso la celebre collana di Ritratti di Santi. Ha messo in luce le loro caratteristiche, quelle precedenti alla conversione radicale all’amore per Cristo, quegli aspetti della loro persona che sono stati trasfigurati dall’incontro con Gesù. Infatti, Dio «quando ci impegna per la sua lotta, ci prende come siamo tutti interi: il buono e il cattivo. Se metti un ceppo al fuoco, tutto brucia: anche i vermi che lo divorano» (È mezzanotte, dottor Schweitzer). Ora, in una sorprendente ed efficacissima sintesi, ci propone una scelta di cento santi, presentati tutti nel momento in cui si appropinquano all’incontro con l’amato Gesù nel passaggio da questa vita a quell’altra che durerà per l’eternità. La raccolta prende il nome Come muoiono i santi. Cento racconti di risurrezione (Ares edizioni, euro 12,90). 

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Le Metamorfosi con Sermonti. Per capire chi siamo PDF Stampa E-mail

altPerché dovremmo leggere Le Metamorfosi di Ovidio nel 2016? Che cos’hanno da dire a un giovane o, più in generale, a un uomo del XXI secolo? Narratore, saggista, attore, regista, Vittorio Sermonti accetta la sfida di rispondere a queste domande. Ha ottenuto grande successo con le letture delle tre cantiche di Dante, declamate e commentate di fronte a grandi folle e, poi, divulgata per conto di Rizzoli in una pregevole introduzione alla lettura. Si è cimentato, poi, con l’Eneide di Virgilio, anch’essa presentata in pubblico e poi editata con un’accattivante introduzione al testo e una moderna traduzione. 

Ora, Vittorio Sermonti riscopre un altro grande capolavoro della letteratura occidentale, ricettacolo di tutti i grandi miti greci e latini, uno dei più grandi repertori di simboli del mondo antico, fonte fondamentale del poema dantesco, nonché grande repertorio di immagini e di personaggi per la fantasia degli scrittori di ogni epoca. Non a caso il grande poeta fiorentino poneva Ovidio tra i grandi di tutti i tempi, nel Limbo, dopo Omero e Orazio, subito prima di Lucano: «Mira colui con quella spada in mano,/ che vien dinanzi ai tre sì come sire:/ quelli è Omero poeta sovrano;/ l’altro è Orazio satiro che vene;/ Ovidio è ‘l terzo, e l’ultimo Lucano». Il maestro Virgilio e Dante si aggregano a cotanta schiera. 

Per Sermonti le Metamorfosi sono un «libro sull’adolescenza, un dizionario mitologico dell’adolescenza che canta il corpo dell’uomo in mutazione incarnandolo in figure letterarie». L’opera andrebbe, quindi, letta da tutti, soprattutto nell’età della giovinezza. Ovidio parla dell’uomo, della realtà, della vita all’uomo di ogni età e lo fa con la potenza e la capacità di comunicazione proprio del suo genio. Un esempio su tutti. Il mito di Narciso. «Chi è, che cos’è “Narciso”?» si chiede Sermonti «È […] il nome di un ragazzo bellissimo, figlio di un fiume e di una ninfa, che specchiandosi nell’acqua d’un laghetto si innamora della propria immagine; ma è anche quella categoria clinica che consiste appunto in un esclusivo, maledetto amore di sé (mai sentito parlare di narcisismo? Mai praticato?); ma è anche un fiore color zafferano con i petali bianchi. La metamorfosi si compie all’interno di un nome. Un ragazzo diventa una sindrome che diventa un fiore, restando disperatamente l’io che era».

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AL CUORE DI LEOPARDI 7 - Impossibile rifugiarsi nella felicità dei ricordi PDF Stampa E-mail

altPartendo dalla propria esperienza personale Leopardi sottolinea in tante pagine dello Zibaldone che il ricordo (chiamato, spesso, rimembranza) è legato alla teoria del piacere ovvero alla questione della felicità. Tutti noi abbiamo provato, assieme a Leopardi, che il ricordo di fatti lontani nel tempo, proprio perché perde i connotati precisi e viene sfumato nell’indeterminato, procura quella stessa sensazione di vago e di indefinito che è sorgente di piacere. Questo si verifica anche quando i  fatti ricordati sono dolorosi.

A titolo di esempio, si pensi al piccolo idillio «Alla luna», composto nel 1820, in cui il poeta, solitario, si rivolge alla Luna, sua confidente segreta e intima amica, ricordando l’anniversario di quando si recava sul colle, lo stesso dell’«Infinito», a rimirarla con gli occhi tristi e tumidi dal pianto. Un quadretto romantico ambientato in mezzo a una natura vitale con l’io del poeta che si confessa, racconta le proprie emozioni, la propria interiorità e sofferenza, un piccolo idillio, per l’appunto, in cui il dolore sembra essere la nota dominante sia del presente che del passato, dal momento che la condizione del poeta non è cambiata. Eppure, il poeta riconosce una sorta di compiacimento nel rammentare il dolore passato, perché è sempre dolce ricordare, soprattutto quando si è giovani  e l’arco della speranza (cioè il futuro che ci attende) è più lungo dell’arco della memoria (il passato, ciò che è già trascorso), almeno nella nostra attesa e immaginazione, dal momento che non ci è dato sapere il tempo che ci è donato da vivere. Così, infatti, si conclude la poesia: «Oh come grato occorre/ Nel tempo giovanil, quando ancor lungo/ La speme e breve ha la memoria il corso,/ Il rimembrar delle passate cose,/ Ancor che triste, e che l’affanno duri!». Quando si è giovani, spesso ci si lascia andare al compiacimento del dolore, all’assaporamento delle lacrime amare, ma soltanto perché ci aspettiamo che il futuro ci restituisca  quanto ci sembra che ci abbia strappato prima e ci lasciamo andare alle illusioni che ripongono una felicità e un compimento nostro nel futuro a venire. Quanto più, invece, i ricordi sono recenti e mantengono ancora i connotati precisi dell’accadimento reale tanto più non acquistano l’indeterminatezza che procura un senso di piacere.

 

 
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AL CUORE DI LEOPARDI 6 - Il potere dell'immaginazione nella vita e nella poesia PDF Stampa E-mail

altL’immaginazione umana è uno dei rimedi più forti, anche se completamente illusorio, al problema della felicità. Scrive, infatti, Leopardi: «Considerando la tendenza innata dell’uomo al piacere, è naturale che la facoltà immaginativa faccia una delle sue principali occupazioni della immaginazione del piacere […]. Il piacere infinito che non si può trovare nella realtà si trova così nella immaginazione, dalla quale derivano la speranza, le illusioni, ecc. Perciò non è maraviglia: 1. che la speranza sia sempre maggior del bene; 2. che la felicità umana non possa consistere se non nella immaginazione e nelle illusioni». La natura ha, quindi, dotato l’uomo della facoltà immaginativa che opera come una seconda vista capace di veder quello che non c’è, di intravedere quanto lo sguardo naturale e sensitivo non coglie. L’immaginazione opera laddove un bene appaia lontano, sfuggente, oppure venga percepito solo in parte con i sensi della vista, dell’udito. Laddove un oggetto, una persona, una musica siano vaghi e indefiniti, noi percepiamo un’impressione di piacevolezza perché la nostra facoltà immaginativa può creare nella mente quello che non vede e può pensare a quell’infinito piacere che nella realtà non vede. Ecco perché tendiamo a idealizzare donne viste per poco tempo o con cui non abbiamo la possibilità di stare a lungo o che ci risultano fuggevoli. La nostra immaginazione tende a idealizzare e a percepire più affascinante quanto è sfuggente e non è concretamente presente.

 

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AL CUORE DI LEOPARDI 5 - Le ideologie soffocano la persona PDF Stampa E-mail

altSe la natura umana è capacità di Infinito e l’uomo è inquieto (per usare l’espressione di sant’Agostino) finché non lo incontra, quando si dimentica o si mette a tacere il nostro cuore abbiamo l’impressione di sentirci meglio. Ma è solo un’illusione. A detta di Leopardi, in tanti modi l’uomo può assopire o dimenticare la vera natura dell’io. Uno di questi è l’adesione ad un’ideologia.

Il termine «ideologia» può essere utilizzato nell’accezione neutra di Weltanschauung, come spesso compare nei testi scritti o nelle discussioni, ovvero di visione del mondo o pensiero di un autore o personaggio. Nel discorso che seguirà la utilizzeremo, invece, nell’accezione negativa ad indicare un pensiero o un sistema di pensiero pregiudiziale, senza un fondamento di verifica nella realtà. Quindi, lo sguardo ideologico è quella modalità di trattare il reale non partendo dall’osservazione e dal desiderio di conoscenza dello stesso, bensì dall’idea preconcetta che si può già avere. Nelle Riflessioni sulla condotta della vita il premio Nobel per la medicina Alexis Carrell, medico ateo convertitosi dopo il viaggio a Lourdes in cui assiste alla guarigione di un ammalato, scrive: «Poca osservazione e molto ragionamento conducono all’errore. Molta osservazione e poco ragionamento conducono alla verità». Quindi, ognuno di noi individualmente può essere animato da uno sguardo ideologico.

 

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"Il santuario del coccodrillo, ex voto alla Madonna" di Margherita Del Castillo PDF Stampa E-mail

altLa parola greca Eleousa descrive il rapporto affettuoso tra Madre e Figlio che un certo tipo di icona mariana, di origine bizantina, esprime. É un’Eleousa, allora, l’immagine della Vergine di Curtatone, custodita nel santuario delle Grazie, ad una manciata di chilometri da Mantova, la cui storia è strettamente correlata alla venerazione popolare nei confronti di questa Madonna. Guancia contro guancia, la Vergine e il Suo Bambino sono stretti in un tenero abbraccio. 

Il Figlio accarezza il viso della Madre, avvolta in un prezioso mantello di fattura orientale. Il dipinto, oggi sull’altare maggiore del Santuario, intorno all’anno Mille era collocato sopra un semplice capitello su un’altura ai cui piedi il fiume Mincio formava una palude. Barcaioli e contadini erano soliti implorare grazie e miracoli alla Vergine la devozione verso la quale crebbe al punto che si costruì dapprima un’edicola e poi una grande chiesa per onorare degnamente la presenza mariana.

Committente fu Francesco Gonzaga, capitano del popolo di Mantova: sul finire del Milletrecento, per la cessazione di una violenta ondata di peste, volle, con l’erigendo tempio, ringraziare la Madonna per la Sua materna intercessione. Affidò i lavori a Bartolino da Novara, già architetto del Castello di San Giorgio, che concluse la costruzione entro la data della sua consacrazione avvenuta il 15 agosto 1406.

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Chiesa e Impero, politica e religione. La lezione di Dante. PDF Stampa E-mail

altIn un’epoca come la nostra in cui sembra concretizzarsi il disinteresse per la politica profetizzato dall’intellettuale francese Alexis de Tocqueville (1805-1859), in cui si è spesso persa la consapevolezza che l’impegno politico è per il bene comune, giova ricordare la lezione di Dante, quale emerge non solo dalla sua azione indefessa e imparziale all’interno del comune fiorentino prima dell’esilio di cui si è già trattato, ma anche dall’opera principale che dedicò all’attività politica, ovvero il De monarchia.

            Composto probabilmente durante la discesa di Arrigo VII in Italia (quindi tra il 1311 e il 1313) o negli anni successivi alla sua morte, il De monarchia è scritto in latino e strutturato in tre libri che rispondono a tre domande: se l’Impero sia necessario al buon ordine del mondo, se il popolo romano abbia acquisito il diritto all’Impero per una visione provvidenziale, se l’autorità dell’imperatore derivi direttamente da Dio o da un suo ministro. A differenza del Convivio e del De vulgari eloquentia, il trattato è completato.

All’epoca della sua diffusione l’opera venne strumentalizzata dai sostenitori delle tesi filo imperiali oppure fu considerata anacronistica, perché rilanciava le due istituzioni tipicamente medioevali, Impero e Chiesa, ormai pienamente in crisi nei primi decenni del Trecento. Fu persino bruciata al rogo nel 1329. Più tardi, nel Cinquecento, venne posta all’indice per secoli, fino al 1881. Da altri venne interpretata e asservita a fini politici.

Ora, al di là delle strumentalizzazioni che ne sono state fatte, gioverà riflettere su alcune considerazioni del trattato per giudicare più correttamente e senza pregiudizi il valore della posizione di Dante.

La necessità dell’Impero è giustificata dal fatto che l’unità imperiale permette la pace che è, a sua volta, la condizione indispensabile perché ciascun uomo possa perseguire il fine della vita umana, la felicità. In pratica l’Impero (oggi noi potremmo dire lo Stato) appare come strumento dell’uomo e della persona, non certo il fine.  Dante insiste sul fatto che due sono i fini della vita umana, la felicità di questa terra e la beatitudine nell’altro mondo, ovvero la felicità per sempre. In questo contesto Dante sottolinea l’importanza della presenza di un’autorità morale e religiosa cui far riferimento, da lui identificata nel papato. Quindi, unità territoriale in una realtà politica unica e riferimento morale appaiono come la possibilità di garanzia di una condizione che permetta la crescita dell’uomo.

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