La ragione del cuore il blog di Giovanni Fighera
L'IO E LA CRISI DELLA MODERNITA' 21- In cerca d'affetto. Per comprendere la realtà PDF Stampa E-mail

Risultati immagini per piccolo principeLa parola «affetto» è spesso equivocata. Il termine deriva, infatti, dal latino «afficio», che al passivo significa «sono colpito da». L’affetto non è, quindi, sinonimo semplicemente di «sentimento», ma definisce il legame provocato dal fascino della bontà, della verità e dell’amore. La responsabilità si configura allora come la risposta alla verità incontrata, un movimento del proprio «io» che si mette in azione, esce da sé e va verso l’altro. In questo movimento di uscita dal proprio ego l’io si conosce in azione e scopre la dinamica fondamentale della persona come rapporto strutturale con un altro. Ogni uomo non deriva da sé, ma da qualcuno che l’ha voluto. Ciascuno di noi è stato chiamato e la vita si presenta come risposta alla vocazione, alla chiamata alla vita, ad un compito. La prima esperienza che fa l’uomo è quella di essere amato. Solo dall’esperienza di essere amato l’uomo può, a sua volta, imparare ad amare.

In una celebre lettera, dopo aver descritto la propria condizione esistenziale paragonandola a quella di un uccellino in gabbia, Van Gogh scrive al fratello: «Sai tu ciò che fa sparire questa prigione? È un affetto profondo, serio. Essere amici, essere fratelli, amare spalanca la prigione per potere sovrano, per grazia potente. Ma chi non riesce ad avere questo rimane chiuso nella morte. Ma dove rinasce la simpatia, lì rinasce anche la vita». Il grande pittore scrive che il legame affettivo e il vero rapporto amicale liberano dalla prigionia e dalla percezione di tetra oscurità in cui rinchiude la solitudine. La comunione dei sentimenti e la simpatia umana sono fattori liberanti e, come vedremo ora, permettono una conoscenza più profonda della realtà.

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LUCANO. PHARSALIA. Il libro VI e il rito di negromanzia della Maga Eritto PDF Stampa E-mail
PharsaliaSotto l’Impero di Nerone (54-68 d. C.) Lucano compone un’opera epica che non celebra la grandezza del popolo e dello Stato romano, come aveva fatto Virgilio nell’Eneide (29-19 a. C.), ma che, al contrario, mostra il disastro e la rovina cui hanno portato le guerre intestine. Il titolo dell’opera è Bellum civile o Pharsalia come lo stesso Lucano la chiama nel testo. La storia racconta lo scontro tra Cesare e Pompeo, con gli spostamenti di eserciti, gli scontri, gli eventi salienti, storici o inventati, tra il 49 a. C. e il 45 a. C., quando la guerra si risolve a favore di Cesare, una volta che anche le ultime truppe pompeiane vengono sconfitte nella battaglia di Munda, in Spagna. In realtà, il racconto si interrompe prima, all’undicesimo libro, poiché Lucano, accusato di aver preso parte alla congiura pisoniana (65 d. C.), da quanto racconta Tacito negli Annales, viene costretto al suicidio, lasciando incompleta quest’opera che sarà considerata una delle più grandi dell’intera produzione latina. Lucano, morto giovanissimo a meno di trent’anni, entrerà nel novero dei geni artistici, lo stesso Dante lo collocherà tra i migliori poeti di sempre (come appare dal IV canto dell’Inferno) e si riferirà al poema lucaneo spesso all’interno della Commedia.

La Pharsalia è per certi versi un’opera antifrastica, cioè antitetica, rispetto all’Eneide. Inutile qui cercare di spiegarne tutte le ragioni. Ci interessa, per il nostro discorso, sottolineare la chiara antitesi che emerge tra l’opera virgiliana e quella lucanea riguardo alla questione dell’aldilà. Nell’Eneide, proprio nel libro VI, scendendo nell’Ade Enea arriva ad un bivio e alla sinistra c’è il Tartaro ove vede castigate le anime di quanti hanno commesso gravi delitti (contro la patria, i parenti, …) mentre sulla destra si estendono i Campi Elisi. Ivi, Enea incontrerà il padre Anchise, che gli profetizzerà la futura grandezza di Roma. Ora, nel libro VI della Pharsalia (vv. 695-770), la catabasi è ribaltata in anabasi. Un figlio di Pompeo Magno, Sesto, consulta la Maga Eritto per conoscere le sorti dell’imminente battaglia di Farsalo. Il cadavere di un soldato viene richiamato alla vita per poco tempo, quello sufficiente a raccontare il destino dei pompeiani. La Sibilla cumana dell’Eneide che accompagna Enea nel viaggio nell’aldilà è qui sostituita da un’orribile maga, proprio nei campi della Tessaglia che all’epoca sono considerati luoghi di grande diffusione della magia.

 

 
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LE METAMORFOSI di Ovidio. Perché leggerle? Per capire chi siamo PDF Stampa E-mail

altPerché dovremmo leggere Le Metamorfosi di Ovidio nel 2014? Che cos’hanno da dire a un giovane o, più in generale, a un uomo del XXI secolo? Narratore, saggista, attore, regista, Vittorio Sermonti accetta la sfida di rispondere a queste domande. Ha ottenuto grande successo con le letture delle tre cantiche di Dante, declamate e commentate di fronte a grandi folle e, poi, divulgata per conto di Rizzoli in una pregevole introduzione alla lettura. Si è cimentato, poi, con l’Eneide di Virgilio, anch’essa presentata in pubblico e poi editata con un’accattivante introduzione al testo e una moderna traduzione. 

Ora, Vittorio Sermonti riscopre un altro grande capolavoro della letteratura occidentale, ricettacolo di tutti i grandi miti greci e latini, uno dei più grandi repertori di simboli del mondo antico, fonte fondamentale del poema dantesco, nonché grande repertorio di immagini e di personaggi per la fantasia degli scrittori di ogni epoca. Non a caso il grande poeta fiorentino poneva Ovidio tra i grandi di tutti i tempi, nel Limbo, dopo Omero e Orazio, subito prima di Lucano: «Mira colui con quella spada in mano,/ che vien dinanzi ai tre sì come sire:/ quelli è Omero poeta sovrano;/ l’altro è Orazio satiro che vene;/ Ovidio è ‘l terzo, e l’ultimo Lucano». Il maestro Virgilio e Dante si aggregano a cotanta schiera. 

Per Sermonti le Metamorfosi sono un «libro sull’adolescenza, un dizionario mitologico dell’adolescenza che canta il corpo dell’uomo in mutazione incarnandolo in figure letterarie». L’opera andrebbe, quindi, letta da tutti, soprattutto nell’età della giovinezza. Ovidio parla dell’uomo, della realtà, della vita all’uomo di ogni età e lo fa con la potenza e la capacità di comunicazione proprio del suo genio. Un esempio su tutti. Il mito di Narciso. «Chi è, che cos’è “Narciso”?» si chiede Sermonti «È […] il nome di un ragazzo bellissimo, figlio di un fiume e di una ninfa, che specchiandosi nell’acqua d’un laghetto si innamora della propria immagine; ma è anche quella categoria clinica che consiste appunto in un esclusivo, maledetto amore di sé (mai sentito parlare di narcisismo? Mai praticato?); ma è anche un fiore color zafferano con i petali bianchi. La metamorfosi si compie all’interno di un nome. Un ragazzo diventa una sindrome che diventa un fiore, restando disperatamente l’io che era».

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PIRANDELLO. UN GENIO DEL NOVECENTO 5. Mattia Pascal e i "lanternini" dell'uomo spaesato PDF Stampa E-mail

altNe Il fu Mattia Pascal più volte si riflette sull’uomo, sulla sua diversità dalle bestie, sull’esistenza dell’anima, sulla differenza tra antichità e modernità, sull’avvento del relativismo nel clima culturale contemporaneo.

Assunta la nuova identità di Adriano Meis, Mattia Pascal ha affittato una camera presso Anselmo Paleari. In un monologo interessantissimo il logorroico Paleari declama: «La Natura ha faticato migliaja, migliaja e migliaja di secoli per salire questi cinque gradini, dal verme all’uomo; s’è dovuta evolvere, è vero? questa materia per raggiungere come forma e come sostanza questo quinto gradino, per diventare questa bestia che ruba, questa bestia che uccide, questa bestia bugiarda, ma che pure è capace di scrivere la Divina Commedia […] e di sacrificarsi come ha fatto sua madre e mia madre; e tutt’a un tratto, pàffete, torna zero? C’è logica? Ma diventerà verme il mio naso, il mio piede, non l’anima mia, per bacco!».  

 

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AL CUORE DI LEOPARDI 9 - Il senso religioso di un canto notturno PDF Stampa E-mail

altIl «Canto notturno di un pastore errante dell’Asia» è una delle migliori sintesi del pensiero di Leopardi sulle domande che animano il cuore dell’uomo. Qualche anno prima di comporre la poesia Leopardi ebbe l’occasione di leggere nel «Journal des savants» gli appunti di viaggio del Barone di Meyendorff nelle steppe dell’Asia centrale, in cui si descrivevano dei pastori che la sera intonavano nenie tristi alla luna. L’immagine dei pastori che si è impressa nell’animo del Recanatese, qualche anno dopo, nel 1830, viene utilizzata per rappresentare quel livello di coscienza dell’uomo che contraddistingue non già il colto e il letterato, bensì l’uomo in sé di ogni tempo e di ogni luogo.

Nasce, così, il «Canto notturno di un pastore errante dell’Asia». Il canto ben si addice a comunicare la dimensione della poesia lirica, focalizzata sull’io del poeta e sulla sua dimensione interiore. L’orizzonte notturno, tanto amato dall’arte romantica, che fa da sfondo al testo, ci permette di porci immediatamente di fronte al cielo stellato, all’infinito, a quelle stelle che non potrebbero saziare, in nessun modo, l’indomito cuore dell’uomo, che sono, comunque, segno di quell’Infinito/Altro a cui l’animo umano anela. Il pastore è errante, in viaggio sempre, un viaggio monotono, e percepisce che un senso ci deve pur essere in questa vita e che Qualcuno lo conosce: è la Luna, rappresentata come figura pontefice, ovvero ponte tra la terra e il cielo, tra l’io che con la propria ragione può arrivare a riconoscere il Mistero e il Mistero stesso.

 

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AL CUORE DI LEOPARDI 8 - L'uomo, creatura in perenne attesa PDF Stampa E-mail

altLeopardi ironizza sulla tendenza dell’uomo a pensare di aver vissuto bene e che si è stati felici nel passato o che si sarà felici nel  futuro, ma mai nel presente. L’uomo sembra spesso in uno stato di perenne attesa di quanto sarà o di assaporamento di quanto è stato. Il problema è, invece, poter verificare nel presente la felicità, poter dire oggi che sono felice. È tema centrale del Faust, come del «Dialogo tra Malambruno e Farfarello»: la riconquista dell’unico tempo davvero reale, ovvero il presente.  Anche il futuro è, infatti, oggetto solo della nostra speranza. La speranza, se non ha le sue radici in un presente verificabile, è una pianta destinata a non crescere e a morire in breve tempo. La questione sta proprio in questo già e non ancora, nei segnali del presente che rimandano a un «non ancora».

Nel «Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere» il venditore cerca di diffondere gli almanacchi con l’auspicio di un anno bello. Il passeggere con un’ironia sottile, che ne fa lo specchio di Leopardi, incalza allora il suo interlocutore con una serie di domande miranti a demistificare l’ottimismo irragionevole, cioè senza ragioni fondate, dell’altro. Il venditore si rende conto che lui, come tutti gli altri, vorrebbe un anno diverso da tutti quelli che ha vissuto fino a quel momento, migliore degli ultimi vent’anni che si ricorda, e che se dovesse tornare indietro per vivere la stessa vita che ha vissuto non vorrebbe. Vorrebbe rinascere, ma solo per vivere una vita diversa da quella che ha vissuto. Allora il passeggere fa riflettere il venditore sul fatto che noi diamo per scontato che la vita sia una cosa bella senza chiederci i motivi. Viviamo sempre aspettandoci dal futuro quello che pensiamo di non avere nel presente, in una situazione di perenne attesa, di sospensione, affidando al futuro quella felicità che noi dovremmo chiedere al presente. Quanti progetti, quante speranze, quante illusioni, quanti piani meditiamo sulla nostra vita, proiettati in un tempo ancora lontano! Quanti vivono per conseguire fama e gloria dai contemporanei, affidando il conseguimento della propria felicità al riconoscimento della propria grandezza o presunta tale! Quando le ottengono, si rendono conto dell’inanità del piacere conseguito. Come annota tristemente Pavese ne Il mestiere di vivere, dopo aver ricevuto a Roma il Premio Strega: «Tornato da Roma, da un pezzo. A Roma, apoteosi. E con questo? Ci siamo, tutto crolla».

 

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PIRANDELLO. UN GENIO DEL NOVECENTO 4. Il fu Mattia Pascal, cioè il dramma dell'uomo in attesa PDF Stampa E-mail

altAutore molto prolifico, Pirandello ci ha lasciato una sterminata produzione, dai sette romanzi alle novelle (duecentoquarantuno pubblicate in quindici tomi in vita e altre quindici edite postume), dalle poesie della giovinezza al teatro (ben 43 opere confluite nella raccolta Maschere nude). Vastissimo è anche il materiale in cui lo scrittore approfondisce il suo pensiero sulla poetica, sul teatro, sulla vita, costituito da saggi, da articoli di giornale o da trascrizioni dei suoi interventi pubblici. Dopo aver toccato le riflessioni di Pirandello in L’umorismo e Arte e scienza, ci dedicheremo nelle prossime settimane alla presentazione dei romanzi: L'esclusa, Il turno, Il fu Mattia Pascal, Suo marito, I vecchi e i giovani, Quaderni di Serafino Gubbio operatore, Uno, nessuno e centomila.

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23 febbraio su RADIO MARIA "IN VIAGGIO CON DANTE VERSO LE STELLE" PDF Stampa E-mail

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SU RADIO MARIA

IN VIAGGIO CON DANTE VERSO LE STELLE

giovedì 23 febbraio ore 10:30

VI PUNTATA

CIACCO, FIRENZE E LA POLITICA.

Ci si può educare ad amare?

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"Una maestà in Franciacorta" di Margherita del Castillo PDF Stampa E-mail

Risultati immagini per L’abbazia di Rodengo Saiano (BS) è il cuore della presenza benedettina cluniacense in Franciacorta. Un documento del 1085 cita un monastero già esistente e un’ altra fonte, di poco successiva, fa riferimento alla dedicazione a San Nicola che rimarrà nei secoli inalterata. Dopo un lungo periodo di fecondità spirituale ed economica lo sviluppo del complesso, però,  si arresta e Papa Eugenio IV, nel 1446, affida l’abbazia ai Monaci Olivetani. Sono loro che ne  promuovono la ricostruzione rendendola, dal punto di vista storico artistico, una delle più maestose del Nord Italia.

Di quattrocentesco la chiesa di San Nicola conserva la facciata, con il profilo a capanna inquadrato da due grandi pilastri, la decorazione in maiolica che corre lungo la linea del tetto e il portale in pietra simona. La settecentesca decorazione interna a fresco, che corre sulla superficie delle pareti, è particolarmente fastosa e simula finte architetture e medaglioni. Lo spazio sacro si sviluppa in un’unica navata centrale e in una navatella laterale su cui si aprono sei cappelle. Artefice delle numerose tele e dei dipinti di quest’ultime è, per lo più, il milanese Giovanni Battista Sassi, aggraziato pittore tardo barocco, attivo tra la fine del Seicento e la prima metà del secolo successivo.

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I GRECI: la ragione e l'arte, l'anima e gli eroi PDF Stampa E-mail

altLa cultura greca ha un ruolo determinante nell’evoluzione della coscienza dell’uomo. La filosofia e l’arte greche occupano uno spazio di prim’ordine per la crescita della cultura occidentale successiva. Addirittura, "la filosofia, sia come termine sia come concetto, è considerata dalla quasi totalità degli studiosi come una creazione propria del genio dei Greci. In effetti, se per tutte le altre componenti della civiltà greca si trova un corrispettivo presso gli altri popoli dell’Oriente che raggiunsero un livello di elevata civiltà prima dei Greci […], per quanto concerne la filosofia, invece, noi ci troviamo di fronte ad un fenomeno così nuovo, che non solo non ha un corrispettivo preciso presso questi popoli, ma che non ha nemmeno qualcosa di strettamente e di specificatamente analogo" (G. Reale).

Qual è la novità di questa disciplina?

"Per quanto concerne il contenuto, la filosofia vuole spiegare la totalità delle cose, ossia tutta quanta la realtà, senza esclusioni di parti e di momenti. […] Per quanto concerne il metodo, la filosofia mira ad essere spiegazione puramente razionale di quella totalità che ha come oggetto. Ciò che vale in filosofia è l’argomento di ragione, la motivazione logica, il logos. […] Lo scopo o il fine della filosofia […] sta nel puro desiderio di conoscere e di contemplare la verità" (G. Reale).

 

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FOSCOLO. ASSOLUTO E ILLUSIONI 2/ Napoleone e la libertà di cambiare opinione PDF Stampa E-mail

altAbbiamo visto come il materialismo non sia la cifra che contraddistingue Foscolo, come spesso raccontano i manuali scolastici. La domanda religiosa e il desiderio di recuperare la fede perduta non si smorzano mai in lui. Foscolo non è un personaggio granitico e coerente. La coerenza, come ben sottolinea l’etimo del termine (dal latino cum e haereo, cioè “rimanere attaccato a”), non è un valore assoluto, ma relativo, ovvero la coerenza è positiva solo nel momento in cui si rimane attaccati ad un valore positivo. Pensiamo a una persona che si stia indirizzando verso un burrone. Se fosse coerente con se stesso, finirebbe nel precipizio. Solo nel caso in cui si sia incontrata la verità, la coerenza diventa un valore. 

Sono parole, queste, che probabilmente scandalizzeranno molti, in una società come quella di oggi in cui la coerenza è additata come criterio per giudicare della grandezza di un uomo. Crediamo, invece, che la statura di una persona  risieda nella capacità di mettere in discussione le proprie posizioni umane, politiche e culturali nel momento in cui mostrino la loro fallacia. In questo senso Foscolo è incoerente, perché cambia giudizio sulla realtà, sui personaggi storici, sulla politica, nel momento in cui l’evidenza dei fatti gli mostri il contrario di quanto avesse pensato. 

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COMOLIVE - Oltre 160 docenti di Italiano tornati sui banchi di scuola PDF Stampa E-mail

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IL 7 MARZO PARLERO' DELLA DIDATTICA PER COMPETENZE NELLO STUDIO DELLA COMMEDIA

 

Nell'aula magna dell'ISISS "Antonio Sant'Elia" di Cantù, insegnanti provenienti dalle province di Como, Lecco, Monza-Brianza e Milano, hanno preso parte al corso di formazione e aggiornamento "Storia letteraria e didattica per competenze", promosso dal Dipartimento di Lettere del "Sant'Elia" in collaborazione con la casa editrice Giunti TVP di Firenze e l'Istituto Treccani di Roma. Lunedì 20 febbraio il secondo appuntamento.

È iniziato lunedì 13 Febbraio nell'aula magna dell'ISISS "Antonio Sant'Elia" di Cantù - alla presenza di oltre 160 docenti di Italiano provenienti dalle province di Como, Lecco, Monza-Brianza e Milano - il corso di formazione e aggiornamento dal titolo "Storia letteraria e didattica per competenze", promosso dal Dipartimento di Lettere del "Sant'Elia" in collaborazione con la casa editrice Giunti TVP di Firenze e l'Istituto Treccani di Roma. Lo storico istituto canturino si propone così come un polo di spicco per la formazione dei docenti di un territorio molto vasto. Il dirigente scolastico Lucio Benincasa, nell'introdurre l'incontro, ha parlato dell'importanza di calare la teoria della didattica per competenze nella concretezza delle diverse discipline.

Quando si parla di innovazione dell'insegnamento, in genere si pensa alle novità legate all'introduzione delle nuove tecnologie elettroniche e informatiche (libri digitali, lavagne interattive multimediali ecc.). Ma c'è un'altra trasformazione che la nostra scuola sta vivendo, ed è forse ancora più radicale: la "didattica per competenze", alla cui necessità i docenti sono stati richiamati a partire da una raccomandazione del Parlamento europeo del 2006 «sulle competenze chiave per l'apprendimento permamente». Dopo alcuni anni serviti per assimilare ed elaborare queste richieste, anche sulla base di nuovi testi legislativi nazionali, ora la scuola italiana sta sperimentando varie forme per tradurle in pratica: occasioni di riflessione e di formazione come questa di Cantù sono dunque assai preziose e possono avere una ricaduta precisa sulla didattica quotidiana.

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AL CUORE DI LEOPARDI 7 - Impossibile rifugiarsi nella felicità dei ricordi PDF Stampa E-mail

altPartendo dalla propria esperienza personale Leopardi sottolinea in tante pagine dello Zibaldone che il ricordo (chiamato, spesso, rimembranza) è legato alla teoria del piacere ovvero alla questione della felicità. Tutti noi abbiamo provato, assieme a Leopardi, che il ricordo di fatti lontani nel tempo, proprio perché perde i connotati precisi e viene sfumato nell’indeterminato, procura quella stessa sensazione di vago e di indefinito che è sorgente di piacere. Questo si verifica anche quando i  fatti ricordati sono dolorosi.

A titolo di esempio, si pensi al piccolo idillio «Alla luna», composto nel 1820, in cui il poeta, solitario, si rivolge alla Luna, sua confidente segreta e intima amica, ricordando l’anniversario di quando si recava sul colle, lo stesso dell’«Infinito», a rimirarla con gli occhi tristi e tumidi dal pianto. Un quadretto romantico ambientato in mezzo a una natura vitale con l’io del poeta che si confessa, racconta le proprie emozioni, la propria interiorità e sofferenza, un piccolo idillio, per l’appunto, in cui il dolore sembra essere la nota dominante sia del presente che del passato, dal momento che la condizione del poeta non è cambiata. Eppure, il poeta riconosce una sorta di compiacimento nel rammentare il dolore passato, perché è sempre dolce ricordare, soprattutto quando si è giovani  e l’arco della speranza (cioè il futuro che ci attende) è più lungo dell’arco della memoria (il passato, ciò che è già trascorso), almeno nella nostra attesa e immaginazione, dal momento che non ci è dato sapere il tempo che ci è donato da vivere. Così, infatti, si conclude la poesia: «Oh come grato occorre/ Nel tempo giovanil, quando ancor lungo/ La speme e breve ha la memoria il corso,/ Il rimembrar delle passate cose,/ Ancor che triste, e che l’affanno duri!». Quando si è giovani, spesso ci si lascia andare al compiacimento del dolore, all’assaporamento delle lacrime amare, ma soltanto perché ci aspettiamo che il futuro ci restituisca  quanto ci sembra che ci abbia strappato prima e ci lasciamo andare alle illusioni che ripongono una felicità e un compimento nostro nel futuro a venire. Quanto più, invece, i ricordi sono recenti e mantengono ancora i connotati precisi dell’accadimento reale tanto più non acquistano l’indeterminatezza che procura un senso di piacere.

 

 
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PIRANDELLO. UN GENIO DEL NOVECENTO 3. Da cosa nasce l’arte? Dall’osservazione della realtà PDF Stampa E-mail

altNel 1908, oltre al saggio L’umorismo, Pirandello scrive anche Arte e scienza. Ivi, se da un lato lo scrittore contesta quegli atteggiamenti che tendono a ridurre l’arte a disciplina dipendente e subordinata a fattori esterni, dall’altra si oppone a quelle considerazioni riduttive secondo le quali essa «si è ristretta specialmente per opera di Benedetto Croce a un’unica questione, a un’unica veduta, la quale, non riuscendo ad abbracciare tutto il complesso fenomeno artistico, [...] incespica in continue contraddizioni». L’unica questione cui allude Pirandello è l’intuizione.

Il filosofo italiano Benedetto Croce (1866-1952) identifica, infatti, la vera arte solo con l’intuizione pura. Ritiene che l’arte sia su un primo gradino, quello dell’intuizione, la scienza su un secondo gradino, quello del concetto. Scrive Pirandello: «Il Croce […] pone due forme o attività dello spirito, una teoretica, distinta in intuitiva e in intellettiva, e una pratica.

 

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A MARZO 2017 IL PURGATORIO A ORZINUOVI PDF Stampa E-mail

Risultati immagini per giovanni fighera il purgatorio ritorno all'eden perduto

lunedì 6 marzo - ore 20.30

L’INIZIO DEL VIAGGIO.

Canti I-II-III-V

lunedì 13 marzo - ore 20.30

I VIZI CAPITALI

Canti XI-XVI

lunedì 20 marzo - ore 20.30

GRANDI POETI NEL PURGATORIO

Canti XXI-XXII-XXIV-XXVI

lunedì 27 marzo - ore 20.30

L’ADDIO A VIRGILIO E L’INCONTRO CON BEATRICE

Canti XXVIII-XXX-XXXII

 

IL SENSO DEL VIAGGIO

Il Purgatorio è senz’altro la cantica più terrena, perché rispecchia la condizione dell’uomo che è in cammino verso la propria vera patria. È la condizione del pellegrino, di cui si è dimenticato l’uomo contemporaneo, che vive la dimensione terrena come l’unica possibile, e che invece l’uomo medievale viveva con maggiore coscienza. Nel Purgatorio dantesco dominano gli affetti, le amicizie, il senso della coralità e della comunità. È anche la cantica della misericordia di Dio, il regno della purificazione dal peccato e, quindi, il luogo dove l’anima conquista la libertà piena. Nelle quattro serate, in cammino con Dante, immersi in versi pieni di saggezza, vogliamo vivere l’avventura della lotta quotidiana dell’uomo contro il proprio male.

 

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