La ragione del cuore il blog di Giovanni Fighera
"Giovani non gettate la spugna" di Lorenzo Bertocchi PDF Stampa E-mail

alt«Finalmente ci incontriamo!» Con questo entusiasmo Papa Francesco si è rivolto ai circa 500mila giovani che lo attendevano sui prati di Blonia, vicino al centro di Cracovia nel tardo pomeriggio di ieri, per il primo vero incontro della GMG. Un incontro speciale perché avvenuto, come ha ricordato il Papa, «nella terra natale» di San Giovanni Paolo II, colui «che ha sognato e dato impulso a questi incontri».

Il motivo per cui tanti giovani si sono dati appuntamento, ha detto il Papa, è per «celebrare Gesù che è vivo in mezzo a noi», quindi Bergoglio ha accompagnato le migliaia di ragazzi presenti a chiedere al Signore di “lanciarli nell'avventura della misericordia”. Lo ha fatto affrontando due categorie di giovani che vanno superate: i “quietisti” e i “pensionati”.

UN CUORE APERTO E' UN CUORE MISERICORDIOSO

I primi sono quelli che pensano che «nulla si può cambiare», e il Papa dice di ammirare l'esuberanza di quei giovani che, invece, sanno opporsi ai “quietisti”, che cercano di fare in modo che «le cose siano diverse». E' la passione della missione, di coloro che rinnovano la «fiducia nella Misericordia del Padre che ha il volto sempre giovane e non smette di invitarci a far parte del suo Regno».

«Un cuore misericordioso, ha sottolineato il Papa, sa essere un rifugio per chi non ha mai avuto una casa o l’ha perduta, sa creare un ambiente di casa e di famiglia per chi ha dovuto emigrare, è capace di tenerezza e di compassione. Un cuore misericordioso sa condividere il pane con chi ha fame, un cuore misericordioso si apre per ricevere il profugo e il migrante». Un cuore misericordioso «è un cuore aperto per cui c’è posto per carezzare quelli che soffrono, c’è posto per mettersi accanto a quelli che non hanno pace nel cuore o mancano del necessario per vivere, o mancano della cosa più bella: la fede».

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L’individualismo si presenta: «Coltiva il tuo giardino» PDF Stampa E-mail

altNel Cinquecento l’individualismo e il trionfo dell’homo divus che cerca un’affermazione personale al di fuori dell’appartenenza al popolo sono chiare espressioni della nascita della Modernità.

Due secoli più tardi, nel Settecento, in pieno Illuminismo, l’individualismo troverà una sua esplicitazione teorica. Vedremo ora come. Il filosofo tedesco Leibniz (1646-1716) aveva affermato che viviamo nel migliore dei mondi possibili. Il terremoto di Lisbona del 1755 diventa per Voltaire (1694-1778) la più lampante confutazione di quanto sosteneva Leibniz e l’occasione per comporre il romanzo Candido. Ambientata nella Westfalia, la storia racconta di un ingenuo ragazzo, Candido, che segue le lezioni di filosofia del maestro Pangloss, chiara caricatura di Leibniz,che insegna in ogni modo che viviamo nel migliore dei mondi possibili. Candido si innamora di Cunegonda, la figlia del barone del castello in cui si tengono le lezioni. Sorpreso mentre la bacia, Candido è costretto a fuggire e con lui il suo maestro. Quando i due partono, il castello è assalito da un esercito di bulgari che trucidano il barone e gli altri abitanti del castello, con l’eccezione di Cunegonda che riuscirà a fuggire. Iniziano qui le vicissitudini e i casi sfortunati per la ragazza, per Candido, per Pangloss, che vivranno avventure diverse. Cunegonda si sposerà con un altro e poi diventerà una serva. Pangloss verrà condannato all’impiccagione, anche se si scoprirà alla fine che è scampato alla morte. Solo al termine della storia, incontratisi di nuovo, Pangloss, Candido e Cunegonda andranno a vivere in una fattoria vicino a Costantinopoli. Le vicissitudini hanno loro  insegnato che è meglio coltivare il proprio giardino.

 

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Grandezza e miseria dell’uomo in Pascal e Leopardi PDF Stampa E-mail

altSe scorriamo lo Zibaldone, alla pagine 3171 e 3172, Leopardi mostra una sconvolgente sintonia con il pensiero del filosofo Blaise Pascal che aveva riconosciuto  la grandezza dell’uomo proprio nell’essere “canna pensante”. Ne I pensieri il filosofo francese, infatti, scriveva:

L’uomo non è che una canna, la più debole della natura; ma è una canna pensante. Non c’è bisogno che tutto l’universo s’armi per schiacciarlo: un vapore, una goccia d’acqua basta a ucciderlo. Ma, anche se l’universo lo schiacciasse, l’uomo sarebbe ancor più nobile di chi lo uccide, perché sa di morire e conosce la superiorità dell’universo su di lui; l’universo invece non ne sa niente.”

 

Poco dopo, ancora affermava:

“La grandezza dell’uomo è grande in questo: che si riconosce miserabile. Un albero non sa di essere miserabile. Dunque essere miserabile equivale a conoscersi miserabile; ma essere grande equivale a conoscere di essere miserabile”.

L’uomo ha una facoltà che non è data agli altri esseri viventi, quella di percepire sé all’interno del mondo, della natura, degli spazi smisurati dell’universo e del cosmo e di cogliere la sproporzione tra il proprio io piccolo e la maestà e grandezza (che sembra infinita) di quanto ci circonda. L’uomo percepisce la distanza tra l’angusto limite temporale nel quale ci è dato vivere e il tempo degli astri e dell’universo e, ancor più, l’eternità che non riusciamo neanche a pensare!

 

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PETRARCA 10 - Quel Venerdì Santo che segnò l'incontro con Laura PDF Stampa E-mail

altIl Canzoniere si presenta come un racconto costituito da molti componimenti poetici. La storia d’amore del Petrarca costituisce un organismo vivo, che ha un senso complessivo, anche se ogni poesia vive di vita propria e può essere letta e interpretata autonomamente. Per questo è importante comprendere ogni componimento all’interno della raccolta più ampia, perché venga interpretato come pezzo di un puzzle, come elemento di un’immagine più ampia.

Subito dopo il sonetto proemiale Petrarca ne inserisce un altro in cui racconta le ragioni per cui Amore ha operato così nei suoi confronti: si è voluto vendicare dei tanti assalti che aveva compiuto nei suoi confronti in cui era stato respinto. Ora con un assedio mosso all’improvviso Amore riesce ad espugnare la roccaforte della ragione: «Per fare una leggiadra sua vendetta/ et punire in un dì ben mille offese,/ celatamente Amor l'arco riprese,/ come uom ch'a nocer luogo et tempo aspetta.// Era la mia virtute al cor ristretta/ per far ivi et ne gli occhi sue difese,/ quando 'l colpo mortal la giù discese/ ove solea spuntarsi ogni saetta./ Pero, turbata nel primiero assalto,/  non ebbe tanto né vigor né spazio/ che potesse al bisogno prender l'arme,/ overo al poggio faticoso et alto/ ritrarmi accortamente da lo strazio/ del quale oggi vorrebbe, e non pò, aitarme» (Canzoniere II). 

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"La Madonna piange: nuovo prodigio nella terra del Papa" di Andrea Zambrano PDF Stampa E-mail

altLa fila dei fedeli è interminabile e inizia sulla strada, vicino alle auto che sfrecciano su Avenida Consitution. Si mettono in fila alla mattina presto e nell’attesa recitano un rosario. Una volta entrati nella cattedrale vengono accolti da canti religiosi e dopo pochi istanti si trovano di fronte alla statua: giusto il tempo di toccarle le guance umide con un fazzoletto, affidarsi per un voto che è già il momento di lasciare spazio ad altri.

A Rio Cuarto accade così da almeno 2 settimane. Da quando nella cattedrale della cittadina argentina della provincia di Cordoba, la statuetta della Madonna del Cerro di Salta ha iniziato a lacrimare misteriosamente. Da quel giorno, e per l’Argentina non era un giorno a caso dato che era il 9 di luglio, festa nazionale dell’indipendenza argentina, nel Duomo di questa cittadina di 140mila abitanti c’è ressa continua.

Accorrono dalla provincia, dalle campagne, facendo anche ore e ore di autobus attraverso le estremità della pampa, per vedere e pregare. Un rito millenario, che popoli e fedeli hanno accompagnato con fede e devozione. Un rito che si sta ripetendo in questo angolo del mondo da quando il 9 luglio scorso una signora anziana che si era recata davanti alla statua per un’orazione ha notato le guance umide.

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I PROMESSI SPOSI 22. Il moralismo di Renzo e la fede di Lucia a confronto PDF Stampa E-mail

altDa quanto si legge nell’ultima pagina del romanzo, comprendiamo che diverso è l’atteggiamento di Renzo e Lucia nei confronti di quanto accaduto: quest’ultima, più discreta e meno moralista, mossa da una fede e da un abbandono al Mistero e a Dio più totali, custodisce e medita l’accaduto in cuor suo senza eccessivi trionfalismi, mentre lo sposo racconta ovunque quanto è loro capitato soffermandosi su quanto ha imparato.

Dice: «-Ho imparato... a non mettermi nei tumulti: ho imparato a non predicare in piazza: ho imparato a guardar con chi parlo: ho imparato a non alzare troppo il gomito: ho imparato a non tenere in mano il martello delle porte, quando c’è lì d’intorno gente che ha la testa calda: ho imparato a non attaccarmi un campanello al piede, prima d’aver pensato quel che ne possa nascere». Insomma, Renzo fa il moralista, si pone di fronte all’accaduto con uno sguardo tutto proteso su di sé più che sul Mistero di chi fa tutte le cose, sforzandosi di migliorare e cambiare e non ripeter più gli errori di prima. La visione di Renzo appare agli occhi di Lucia parziale, in quanto l’esperienza ci insegna che spesso quanto accade non è conforme ai nostri progetti e alle nostre aspettative, anche quando il nostro comportamento è stato dettato dal buon senso: «-E io- disse un giorno al suo moralista -cosa volete che abbia imparato? Io non sono andata a cercare i guai: son loro che sono venuti a cercare me. Quando non voleste dire- aggiunse, soavemente sospirando, -che il mio sproposito sia stato quello di volervi bene, e di promettermi a voi».

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PETRARCA 9 - Con il proemio del Canzoniere inizia il viaggio PDF Stampa E-mail

altIl Rerum vulgarium fragmenta propone un percorso ascensionale dalla miseria del peccato alla conversione finale espressa nella canzone alla Madonna Vergine bella, che di sol vestita. Il sonetto di apertura del Canzoniere ha, come era logico aspettarsi, valore proemiale, introduttivo all’intera raccolta. Petrarca intende rivolgersi ad un pubblico selezionato come destinatario, costituito da coloro che ascoltano il suono dei suoi sospiri d’amore («Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono») espressi nelle poesie e che abbiano esperienza diretta dell’amore («ove sia chi per prova intenda amore»). 

Il carattere principale della poesia petrarchesca è rappresentato da quella musicalità che attraversa le pieghe di ogni verso vitalizzandone la fibra e creando parole in musica da ascoltare ad alta voce più che nel silenzio della propria mente. Se tutta la poesia è nata per essere recitata e per penetrare nel cuore passando prima attraverso il canale delle orecchie, solo in un secondo tempo attraverso il filtro della mente, quella petrarchesca ancor di più si presenta come “suono”, come musica, ricerca di armonia e di equilibrio, di un ritmo che cattura per le sue cadenze e per le sue alternanze di svolazzi rapidi e di incedere lento e affaticato. Ad esempio, vedremo che nel sonetto XVI del Canzoniere al primo verso veloce «Movesi il vecchierel canuto et biancho» subentra più tardi uno stico appesantito dal gerundio e dal ritmo cadenzato come un passo «indi trahendo poi l’antiquo fianco» che comunica la lentezza di un vecchio, «rotto dagli anni, et dal camino stanco». 

Petrarca parla della raccolta con modestia, come fossero «rime sparse», scevre del tutto di organicità e di una progettazione strutturale, anche se in realtà, come abbiamo visto, il poeta ha meditato per decenni sulla disposizione delle poesie all’interno della raccolta, attraverso diverse edizioni del Canzoniere. Il sonetto di apertura vuole sottolineare il peccato in cui è caduto il poeta in gioventù («in sul mio primo giovenile errore»), da cui ora si è parzialmente redento («quand’era in parte altr’uom da quel ch’i’sono»). Petrarca scrive che perseguiva negli anni giovanili vane speranze e vano dolore, coltivava desideri peccaminosi e irrealizzabili provocando a se stesso un dolore sterile e improduttivo. Il mito di Apollo e Dafne ben simboleggia l’inutile tentativo di raggiungere quanto desiderato: invaghitosi della ninfe Dafne, Apollo la insegue per possederla, ma lei, implorando il padre Peneo, viene trasformata in alloro; il dio non può che coronarsi di una ghirlanda d’alloro in memoria della ninfa trasformata in pianta. Ovidio così racconta la storia nelle Metamorfosi. 

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"Papa Francesco e i giovani: festa della misericordia" di Lorenzo Bertocchi PDF Stampa E-mail

altPer un'intuizione del santo papa polacco Giovanni Paolo II, dal 1985 si sono celebrate ormai trentuno Gmg, le giornate mondiali della gioventù. Per dare ai giovani un’importante esperienza di Chiesa. La prima, lontano da Roma, si tenne proprio in quel di Buenos Aires, la diocesi di papa Bergoglio; era il 1987. Fino al 31 luglio,  si terrà la Gmg a Cracovia in Polonia e il Papa argentino vi si recherà dal oggi fino alla conclusione. Cinque giorni intensi per papa Francesco che ha già preso parte alla Gmg di Rio nel 2013, da poco eletto al soglio di Pietro dopo la rinuncia di Benedetto XVI.

L'incontro di Cracovia è attraversato dal tema “Beati i misericordiosi perché troveranno misericordia” (Mt 5,7), un tema non casuale lungo questo anno giubilare dedicato proprio alla misericordia divina. Anzi, questo tema è il tratto caratteristico di questo papato, posto al centro di tutta l'azione di papa Bergoglio. La tabella di marcia delle giornate polacche è piuttosto intensa: il Papa arriverà in Polonia verso le 16 di oggi, domani si trasferirà in elicottero a Czestochowa, per poi ritornare lo stesso giorno a Cracovia, venerdì nuovo trasferimento per visitare Auschwitz e Birkenau, quindi ritorno per celebrare la Via Crucis con i giovani. Il giorno 30 sarà incentrato sul tema chiave del pontificato con visita al Santuario della Divina Misericordia di Santa Faustina Kowalska, apostola della misericordia beatificata proprio da San Giovanni Paolo II. La sera ci sarà la veglia con i giovani e quindi il giorno 30 si concluderà con la grande celebrazione eucaristica della Gmg.

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Alla scoperta di ELIO FIORE PDF Stampa E-mail

altIl 15 maggio 1965 veniva presentata la prima raccolta di Elio Fiore (1935-2002) presso la Galleria d’arte «La Nuova Pesa» a Roma. Fiore avrebbe compiuto trent’anni due mesi più tardi. Alla presentazione partecipava uno dei più illustri poeti italiani del Novecento, Giuseppe Ungaretti, che per l’occasione scrisse: «Ho conosciuto Fiore molti anni fa. […] Uscivo dalla posta di San Silvestro, e un ragazzo, un ragazzino allora, mi si avvicinò per domandarmi timidamente se ero proprio io. E chi potevo essere? E così da quel giorno prese l’abitudine di venirmi a trovare a casa […]. In tutto quel tempo non seppi mai che scrivesse di poesie. […] Poi m’arrivò il libro che oggi si festeggia. Se poesia è bruciare di passione per la poesia, se è vocazione ansiosa, tormentosa a svelare nella parola l’inesprimibile, nessuno è più poeta di Fiore».

Non poteva essere celebrato in modo migliore il battesimo poetico di Elio Fiore proprio da un poeta che Fiore considerava come un maestro. Lo colpiva del grande poeta quel desiderio sincero di capire le ragioni e di andare nella profondità delle cose, di scoprire la realtà e la verità. Questa era, in definitiva, anche la cifra costitutiva del suo animo. In Ragioni d’una poesia Ungaretti aveva scritto: «Il mistero c’è, è in noi. Basta non dimenticarcene. Il mistero c’è, e col mistero, di pari passo, la misura; ma non la misura del mistero, cosa umanamente insensata; ma di qualche cosa che in un certo senso al mistero si opponga pur essendone la manifestazione più alta: questo mondo terreno considerato come continua invenzione dell’uomo». Avendo colto la stoffa di Fiore, Ungaretti prese a cuore il desiderio del giovane di lavorare in un ambito culturale umanistico, si fece portavoce presso l’Enciclopedia Treccani, ma purtroppo Fiore aveva soltanto un diploma di perito industriale e così alle prime trovò un impiego con la qualifica di disegnatore tecnico all’Olivetti. Solo più tardi, Fiore lavorò come correttore di bozze, collaborò alla redazione di settimanali, ottenne incarichi nelle biblioteche, iniziò a collaborare con giornali come «L’Osservatore Romano» e la «Gazzetta di Parma». Sposatosi nel maggio del 1994 con Maria Beggiato, poté finalmente beneficiare tre anni più tardi di un vitalizio di trenta milioni di lire annue concesso dalla legge Bacchelli. Morì a Roma nella notte tra il 20 e il 21 agosto 2002.

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"Frassati, la meglio gioventù che illumina la Gmg" di Benedetta Frigerio PDF Stampa E-mail

altIl Beato Pier Giorgio Frassati assieme a San Giovanni Paolo II Papa e a Santa Faustina Kowalska è uno dei protettori dell'evento che radunerà attorno a Papa Francesco quasi 2 milioni di giovani provenienti da tutto il mondo. Frassati è stato scelto perché ha saputo interpretare la pienezza del Vangelo nella sua vita di giovane ardente nella fede e nella carità. In questa intervista a don Primo Soldi, autore del libro "Pier Giorgio Frassati. L'amico degli ultimi", conosciamo meglio un esempio di giovane santo, che sarà proposto in questi giorni ai ragazzi come modello e le cui reliquie, da Torino, sono esposte ora alla venerazione nella chiesa di domenicani di Cracovia.

E' impressionante leggere la vita del beato Pier Giorgio Frassati e scoprire che la santità non solo non ha nulla di bigotto, ma è un turbinio di vita che non può essere negato a nessuno. Basta sceglierla: «Pier Giorgio aveva un spiritualità cattolica, pregava, si nutriva dell'Eucarestia, viveva intensamente l'amicizia cristiana, si impegnava nella vita politica e sociale, dandosi nello stesso tempo a tutto e tutti, specialmente agli ultimi». Sì, Frassati aveva proprio scelto questa strada, ritenendola migliore di altre che pure erano spianate davanti a lui: «Aveva tutto, intelligenza, simpatia, bellezza e la fama proveniente da una famiglia aristocratica fra le più note di Torino». Ma la sua figura, tratteggiata così da don Primo Soldi, autore della terza edizione integrata di "Pier Giorgio Frassati. L'amico degli ultimi" (edizioni Elledici, pp. 214, euro 9,90), ha «sfaccettature sempre nuove che non finiscono mai di attrarre».

Don Primo, lei ha scritto questo libro innanzitutto per i giovani. Perché?

Sono un sacerdote della diocesi di Torino che anni fa aprì un pensionato universitario dove mi venne a trovare la sorella di Frassati consegnandomi alcuni libri sul fratello. Leggendoli rimasi molto colpito e li proposi agli universitari che seguivo. Da quel momento ho continuato ad approfondire la spiritualità di Pier Giorgio e a scrivere di lui. La prima edizione del mio libro uscì con la prefazione di Giovanni Testori all'inizio degli anni Ottanta, poi la riaggiornai e le scoperte nuove fatte sulla sua vita e la sua anima mi hanno portato a questa nuova edizione. Speriamo sia l'ultima in vista della tanto attesa canonizzazione, dopo la beatificazione avvenuta il 20 maggio 1990.

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PIRANDELLO. UN GENIO DEL NOVECENTO 6/ La manovella di Serafino contro le macchine "padroni" PDF Stampa E-mail

altNel 1930 Pirandello si reca ad Hollywood per le riprese del film tratto dalla sua opera teatrale Come tu mi vuoi. L’interesse del genio siciliano per la settima arte era già vivo da tempo. L’approccio alla tecnologia e alle macchine è, però, problematico e critico. L’intellettuale comprende che la tecnologia e le macchine talvolta non favoriscono la comunicazione, ma, al contrario, la complicano, creando dei filtri o delle barriere. Amante del cinema, lo scrittore siciliano percepisce tutta la pericolosità dell’immagine che può diventare un’ulteriore separazione tra noi e la realtà che guardiamo. Per questo Pirandello dedica un’intera opera all’innovazione tecnologica e al mondo della macchina che fa irruzione nella vita degli uomini.

Pubblicato nel 1916 e nel 1917 con il titolo Si gira, il romanzo appare nella sua edizione definitiva nel 1925 come I quaderni di Serafino Gubbio operatore. Composto in sette quaderni divisi in capitoli, il testo si presenta con una forma diaristica. Non capito e non apprezzato dal pubblico e dalla critica contemporanei, l’operaviene riscoperta solo più tardi, dagli anni Settanta in poi, quando si inizia a cogliere il suo valore profetico.

 

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I PROMESSI SPOSI 21. I guai non finiscono dopo il matrimonio PDF Stampa E-mail

altQuando si chiede agli studenti come si concluda il romanzo più popolare della nostra letteratura, i più rispondono: «Con il matrimonio di Renzo e Lucia». Manzoni, cattolico e realista, racconta e spiega ben altro, non vuole raccontarci il lieto fine di una favola. Le antologie nel presentarci l’autore lombardo riportano critiche letterarie che cerchino di spiegare il suo pensiero e il senso della storia. I critici si sbizzariscono in ardue e complesse definizioni del problema manzoniano, della sua oscura visione della vita, della provvidenza. Bisognerebbe, invece, partire dalla lettura e dalla comprensione di quanto Manzoni racconta dopo il matrimonio dei due promessi sposi, nelle ultime pagine del romanzo.

Una volta sposato con Lucia, Renzo va ad abitare in un paesino della bergamasca dove si crea una forte attesa per vedere quella donna per la quale il giovanotto ha passato tante traversie. Quando finalmente la sposa giunge in paese, le persone incominciano ad esprimere giudizi non sempre lusinghieri sull’aspetto della ragazza. Le voci girano finché qualche «amico» non pensa di riportare i commenti a Renzo. Questi mostra di aver tutto sommato mantenuto l’indole di un tempo, cova dentro di sé un’ira pronta ad esplodere.

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PETRARCA 8 - Dal peccato alla conversione: l'ascesi nel Canzoniere PDF Stampa E-mail

altIl titolo che Petrarca sceglie per la sua raccolta di poesie è Rerum vulgarium fragmenta ovvero “Frammenti di cose volgari”. Il poeta, che ha scritto tutte le sue opere in latino, con l’eccezione di questa e de I trionfi, vuole presentare questa raccolta come se fosse di poca considerazione, delle nugae per dirla con Catullo, cui ha dedicato non molto tempo. In realtà, lo studio dei due codici Vaticano Latino 3195 e Vaticano Latino 3196 dimostra che il poeta laureato trascorse quasi quarant’anni a rivedere la raccolta, realizzando addirittura nove edizioni. Possediamo quella definitiva autografa, composta di trecentosessantasei componimenti (317 sonetti, 29 canzoni, 9 sestine, 7 ballate, 4 madrigali). 

Il Rerum vulgarium fragmenta è conosciuto anche con il titolo di Canzoniere, perché è la prima selezione organica e unitaria di poesie, oppure come Rime sparse dall’espressione con cui Petrarca designa la struttura della silloge nel primo componimento Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono. Il poeta si avvale qui del topos di modestia che spesso compare nelle prolusioni delle opere. Non è affatto vero che la raccolta sia priva di organicità e di sapiente strutturazione, come ora vedremo.

Il Canzoniere si presenta come una sorta di breviario laico, come fossero preghiere dedicate alla sua Madonna Laura, una per ciascun giorno dell’anno. Eppure, anche il percorso del Canzoniere appare salvifico, in un certo modo simile a quello della Commedia. Come Dante ha concluso il poema, così anche Petrarca terminerà il suo capolavoro con un inno alla Vergine Maria. La lode alla Vergine che conclude l’opera, che non è tanto segno di omaggio al Sommo poeta, quanto volontà di competere e di duellare con il poeta conterraneo e ancor più segno di indefettibile amore per Maria. Dalla situazione di difficoltà di Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono, dal perenne struggimento interiore per l’incapacità di rivolgersi definitivamente al bene l’autore passa, così, all’affidamento del proprio male e della propria malinconia a Colei che volentieri viene in nostro soccorso.  

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GRANDI CAPOLAVORI CRISTIANI 10 - Il dottore, il medico e la felicità impossibile PDF Stampa E-mail

altNato nel 1913 a Parigi e morto nel 1979, Gilbert Cesbron è autore di numerosi romanzi, raccolte di racconti, saggi e opere teatrali. Non pochi dei suoi romanzi hanno superato un milione di copie vendute. Anche l’opera teatrale È mezzanotte, Dottor Schweitzer ha raggiunto la considerevole cifra di oltre settecentomila copie. Sebbene il titolo sembri indicare chiaramente un solo protagonista del dramma, la lettura rivela che sono tre gli uomini di eccezione, potremmo dire straordinari.

Indubbiamente in primis si staglia la figura di Albert Schweitzer, personaggio storico, musicista, medico, di confessione protestante, tutto animato dal desiderio che la sua vita sia ben vissuta come ha modo di scrivere: «Una vita va spesa e vorrei che la mia fosse spesa, e poi spesa bene». Nel 1906 pubblica il saggio Storia della ricerca sulla vita di Gesù. Non riuscendo a ricostruire il personaggio di Gesù razionalmente, attraverso l’analisi e la ricerca storica, Schweitzer prova a identificarsi con lui dal punto di vista emotivo. Così, conseguita anche la seconda laurea in medicina nel 1911, sposatosi con Helene, abbandona la possibilità di carriera e di successo, parte con la moglie come missionario per l’Africa ove fonda un ospedale a Lambarené nel Congo francese. Nel 1952 consegue il Premio Nobel per la pace. Muore, poco tempo dopo la moglie, ormai novantenne, in Congo nel 1963.

Seconda figura straordinaria è quella di Padre Carlo, in cui si cela la figura di Charles de Foucauld. Nato nel 1858, vive una vita avventurosa, prima soldato in Algeria, poi geografo ed esploratore sempre in territorio africano. Recatosi in Palestina per conoscere meglio Gesù, intraprende un cammino di fede, diventa prete, parte per l’Africa stabilendosi nel deserto del Sahara in Algeria, in una regione al confine col Marocco. Muore nel 1916 durante l’assalto al fortino che lui stesso ha fatto costruire per proteggere la popolazione dai predoni. Dopo la morte sorgono ben diciannove famiglie religiose legate al suo insegnamento. I tempi del Signore non sono quelli degli uomini.

Terzo personaggio fuori dal comune è Hervé Lieuvin, comandante militare francese che crede fermamente nel proprio compito. Il dramma teatrale si compone di due atti. Nel primo Cesbron mette a tema la domanda di felicità dell’animo umano. Schweitzer appare in tutta la sua tenacia e laboriosità indefessa, ha rinunciato a tutto, a una splendida carriera di musicista che avrebbe potuto forse condurlo a essere il migliore direttore d’orchestra in Europa, alla professione di chirurgo, ai soldi. Schweitzer è convinto che «ogni grande esistenza nasce dall’incontro d’un gran caso».

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I PROMESSI SPOSI 20. Renzo e Lucia sono finalmente sposi PDF Stampa E-mail

altQuando don Abbondio accondiscenderà a celebrare il matrimoniodi Renzo e Lucia? Solo la notizia certa della morte di don Rodrigo aprirà finalmente ai preparativi del matrimonio dei due promessi sposi? Finalmente si torna ai toni della commedia che hanno caratterizzato l’inizio del romanzo.

Renzo porta al curato la notizia che da tanto tempo aspettava. Il palazzotto è ora proprietà di un marchese, un signore ben diverso da quello precedente, che lo ha acquistato. Questo è un segno inequivocabile: don Rodrigo, che Renzo ha visto morente nel lazzaretto, non è guarito. Il curato non riesce, però, a credere alle parole di Renzo. Crederà solo a quelle del sagrestano, Ambrogio, che ha visto con i suoi occhi il Marchese prendere possesso del palazzo. Sentiamo parlare Renzo: «Perché lui l’ha veduto co’ suoi occhi. Io sono stato solamente lì ne’ contorni, e, per dir la verità, ci sono andato appunto perché ho pensato: qualcosa là si dovrebbe sapere. E più d’uno m’ha detto lo stesso. Ho poi incontrato Ambrogio che veniva proprio di lassù, e che l’ha veduto, come dico, far da padrone. Lo vuol sentire, Ambrogio? L’ho fatto aspettar qui fuori apposta».

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